Dante: l'icona e il volto

Una sorta di leggenda famigliare vuole che mio nonno – classe 1908, tappezziere e socialista – fosse entrato in possesso di una riproduzione a colori di un noto dipinto di Henry Holiday, Dante e Beatrice (1883). Non è chiaro come l'avesse ottenuta: qualcuno dice l'avesse ritagliata da un giornale illustrato, altri che l'avesse ricevuta come gratifica per un lavoro particolarmente ben fatto. In ogni caso, l'aveva fatta incorniciare (o, come sostengono alcuni, aveva fabbricato di persona la cornice) e l'aveva appesa nel salotto di casa, dove sarebbe rimasta per più di trent'anni. Poi il nonno morì, e, come spesso accade, fra una ristrutturazione e l'altra dell'appartamento, della stampa si persero le tracce. Personalmente non ho idea se mio nonno nutrisse una particolare venerazione per l'autore della Divina Commedia (un fatto del tutto plausibile per un uomo della sua generazione), né se ammirasse la pittura preraffaelita inglese (e questo è già un po' meno plausibile). D'altra parte, anch'io su Dante sapevo poco o nulla quando, intorno ai dieci anni, me lo vidi comparire con tanto di alloro in capo nelle ultime pagine de L'inferno di Topolino (1949-50). Il Sommo Poeta era raffigurato con un'enorme stilografica tra le mani, mentre infliggeva il supplizio eterno a Guido Martina e Angelo Bioletto, i due «tristi messeri» autori della parodia disneyana: «E innanzi a lor sta ritto l'Alighieri», recitavano le terzine a piè pagina, «che li punzecchia con la penna in resta/in punizion dei lor peccati veri!».

 

Alex Angi e Pablo Bermudez, “Plastica Facciale”, 2016, 30x50 cm, stampa digitale su carta e scultura in PVC (dettaglio). 

 

Il quadro del nonno, L'inferno di Topolino: è buffo, ma sono le prime due immagini che mi affiorano alla mente davanti alla locandina della mostra. Forse è solo la stanchezza. Dopo un periplo ferroviario che ci ha visti partire rispettivamente da Roma e Milano, S. e io siamo arrivati a Ravenna poco dopo le 22.30; dalla stazione siamo giunti direttamente qui, alla biblioteca Oriani, approfittando della gentilezza della curatrice e di un'apertura straordinaria della mostra. Non abbiamo molto tempo per osservare con calma le opere esposte, ma non importa: se sarà il caso, torneremo domani. 

 

No Curves, “The Supreme Poet”, 2014, 100x100 cm, nastro adesivo su plexiglass. 

 

Confesso che la prima reazione è di cauta perplessità. Da un lato, mi rendo conto di come l'intento annunciato dal titolo della mostra – Il volto di Dante, per una traduzione contemporanea – trovi piena giustificazione nell'originalità e nella pluralità degli approcci alla figura del poeta. Dall'altro, il rischio, per quanto consapevole, di una facile “warholizzazione” o persino di una “cartoonizzazione” del volto di Dante è dietro l'angolo: e mi sembra che qualche opera ci caschi in pieno. Ma, come ho detto, forse è soltanto l'ora tarda.

 

Pao, “Dante”, 2016, 50x50x55 cm, tecnica mista su PVC e legno. 

 

In fondo, che male c'è se Dante si trasforma in un fumetto o in un'icona pop al pari della Marilyn di Warhol? Se alla fine degli anni Quaranta del XX secolo un artigiano lo appendeva in casa come segno, a suo modo, di distinzione e prestigio culturale; e se un ragazzino, mezzo secolo dopo, poteva tranquillamente incontrarlo fra le pagine di un giornalino a fumetti, significa che la figura di Dante è da tempo immemorabile parte di un comune repertorio di immagini: tutti abbiamo in mente il volto di Dante. Ha ragione la curatrice della mostra, Maria Vittoria Baravelli, quando scrive che «dal 1300 a oggi, abbiamo assistito a un consolidamento definitivo tra la figura fisiognomica dell'Alighieri e la sua produzione letteraria». E questo nonostante di lui sia sopravvissuto ben poco: a parte un pugno di dati biografici, incerti e spesso contraddittori fra loro (l'ultima Vita di Dante, scritta da Giorgio Inglese per i tipi di Carocci, ha come sottotitolo l'eloquente Una biografia possibile), nessuna traccia di manoscritti autografi, Commedia inclusa. Addirittura, c'è anche chi per lungo tempo ha sospettato che il mausoleo ravennate in cui tutt'ora sono ospitati i resti del poeta, fosse in realtà un cenotafio, un contenitore vuoto. 

 

Luca Barberini, “Vuoto totale”, 2016, 50x67 cm, mosaico (particolare). 

 

Ancor più stupefacente, dunque, il permanere nella memoria collettiva della traccia più volatile di tutte, l'aspetto fisico. Tanto più che neppure il celeberrimo ritratto che ne fa Boccaccio nel suo Trattatello in laude è frutto di un'osservazione diretta (sebbene per tracciarlo si fosse basato su testimonianze di persone che avevano conosciuto Dante di persona): «Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura […]. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso». È curioso come il dettaglio del colorito bruno e della barba crespa (che le donne del popolo attribuivano appunto al suo andirivieni dagli abissi infernali) sia stato prontamente omesso dalle raffigurazioni – diciamo così – ufficiali: un Dante con il volto mal rasato? Via, non scherziamo. Non sono mancati, anche in passato, coloro che hanno cercato di discostarsi dall'oleografia. Penso a Mario Tobino, il quale, leggendo il Purgatorio sui banchi di scuola, immaginava che Dante si fosse autoritratto nel personaggio di Manfredi: «biondo era e bello e di gentile aspetto». Per quanto improbabile, è sicuramente un'ipotesi suggestiva.

 

Kicco Cracking, “Cocito”, 2016, 22,8x17,5x37,5 cm, tecnogel. 

 

Ma si tratta di eccezioni. Dopo Boccaccio, il «volto lungo», quegli occhi «anzi grossi che piccioli», quello sguardo «malinconico e pensoso» si sono in qualche modo cristallizzati una volta per sempre in un modello ripetibile all'infinito, sia pur con minime variazioni: Andrea del Castagno, Domenico di Michelino, Botticelli, Raffaello, Bronzino, Doré, lo stesso Holiday... Per non parlare della triviale “pietrificazione” ideologica effettuata dal Risorgimento e dal fascismo. Dapprima Profeta inascoltato dell'unificazione nazionale («Ahi, serva Italia...»), Dante diventa in seguito colui che per primo aveva fissato i termini dei “sacri confini” della Penisola (ricordate? da Arles «ove Rodano stagna» a Pola, «presso del Carnaro/ch'Italia chiude e i suoi termini bagna»): quasi un alibi letterario per le più bieche imprese nazionalistiche, da Fiume in giù.

 

Diavù, “Dante Inferorum Pater”, 2016, 35x50 cm, tecnica mista su legno (dettaglio). 

 

Il mattino seguente, complici gli strapazzi del giorno prima, S. e io ci svegliamo in ritardo; così, quando arriviamo alla mostra, il sole è già alto e inonda di luce il mezzo chiostro che ospita l'esposizione. Mentre S. si prepara a scattare le foto, io ne approfitto per a osservare di nuovo, con maggiore attenzione, le opere esposte. Messe per un attimo da parte le perplessità della sera prima, in questo momento la posta in gioco della mostra non mi sembra soltanto quella di “reinterpretare” il volto di Dante, ma addirittura di “ricrearlo”: sottrarlo cioè alla fissità mortifera dell'icona, al piattume dell'oleografia. Le strade che gli artisti hanno scelto di percorrere mi paiono sostanzialmente due. La prima – che se vogliamo è la più semplice – è quella della “scomposizione geometrica”, la riduzione del volto dantesco ai suoi elementi essenziali: il naso aquilino, il mento sporgente, la mandibola squadrata diventano triangoli, rombi, trapezi. Insomma, spingere sulla bidimensionalità dell'icona fino in fondo, fino a farla letteralmente esplodere. 

 

Matteo Lucca, “Dante Bread”, 2016, 14x10x18 cm, pane (dettaglio). 

 

Altri artisti hanno deciso invece di muoversi in direzione contraria, sforzandosi di operare una sorta di “trasfigurazione materica” della figura del poeta, dare all'icona corpo e volume. È la strada che trovo più stimolante, anche quando il risultato finale non mi convince del tutto. Mosaico, metacrilato, PVC, legno, nastro adesivo e persino pane: il volto di Dante rivive così, non più immagine idealizzata nelle pagine (chiuse) di un qualche vecchio libro, ma corpo calato nello spazio con tutto il suo peso. Al Dante appiattito su una qualche tradizione preferisco decisamente un Dante presente e pesante.

 

Kobra, “Dante Alighieri”, 2016, 2,5x2,5 m, tecnica mista con aerografo su parete (dettaglio). 

 

Gettare Dante nel mondo, di nuovo: ecco quel che penso fra me e me, mentre con S. e la curatrice lasciamo la biblioteca per andare a pranzo. Più tardi, voltando l'angolo di una delle vie del centro storico, mi sento all'improvviso osservato. Alzo la testa e scorgo dapprima il profilo gigantesco di un naso aquilino, poi una bocca leggermente imbronciata, appena sfiorata da una mano enorme, e infine due occhi altrettanto grandi, persi in chissà quali lontane visioni. La figura multicolore (giallo, blu, verde, rosa, rosso: tutti disposti secondo una texture geometrica) emerge dal fondo nero di un muro. È il Dante che cercavo. Lontano dai luoghi deputati, il poeta diviene tutt'uno con gli spazi del nostro quotidiano: sul margine inferiore, una vecchia scrostatura attraversa l'opera come una lunga cicatrice orizzontale, coperta (ma non mascherata) dal colore; mentre in alto, a fianco del murales, sotto un cartello di divieto di sosta, campeggia la scritta “Permanente”. Sì, decisamente Dante è tornato nel mondo. E sembra volerci rimanere a lungo.

 

Tutte le fotografie sono di Sofia Petraroia.

 

IdDante – Il volto di Dante, per una traduzione contemporanea

Progetto di Marco Miccoli/Bonobolabo. A cura di Maria Vittoria Baravelli.

Ravenna, Biblioteca di Storia Contemporanea “Alfredo Oriani”, fino al 30 ottobre. 

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