I diari inediti di Jo van Gogh-Bonger

‘Oggi inizio il mio diario. Ridevo di quelli che ne tengono uno, è sciocco, sentimentale, così pensavo […]. Ma nella routine di tutti i giorni c’è così poco tempo per riflettere, e a volte i giorni passano senza che io li abbia vissuti veramente, giorni in cui la vita mi succede, questa cosa è terribile. Sarebbe tremendo dire alla fine della mia vita: “Ho vissuto invano, non ho raggiunto niente di grande o di nobile”’. È il 26 Marzo 1880, siamo ad Amsterdam, Jo Bonger ha diciassette anni e mezzo. Questa è la prima pagina del suo diario ‘Mijn Dagboek’, al quale affiderà i suoi pensieri, con varie interruzioni, fino al 1897. Per il frontespizio del primo quaderno sceglie e trascrive in inglese le parole del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow, ‘agire e che ogni domani / ci trovi più oltre l’odierna giornata’.  Sarà il motto della sua vita.

 

Da sinistra: Jo Bonger, Diario n. 1 (1880-1881, 20,5 x 16,6 cm) © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam; Jo Bonger, ca. 1880-1882, Friedrich Carel Hisgen, fotografia, in Diario n.1, © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam.


Poco conosciuta, ma molto influente: Johanna van Gogh-Bonger (1862-1925), moglie di Theo, cognata di Vincent van Gogh. Oltre 500 pagine nei quattro inediti diari, che dal 18 settembre si possono leggere nella versione inglese dell’edizione digitale curata da Hans Luijten, ricercatore senior al Van Gogh Museum (bongerdiaries.org) Ricchissimi di annotazioni, rimandi, informazioni preziose, sono un tuffo nel mondo dei pensieri, dei dubbi, delle aspirazioni, dei perché di una ragazza alla svolta del secolo. 

Una ragazza determinata a capire, anche scrivendoli, i nodi dei suoi umori, delle sue melanconie, delle sue gioie. A questo serve un diario?  Nata ad Amsterdam, diventa presto insegnante di Inglese, ama la musica, la lettura, il teatro. Legge George Eliot, che considera una ‘donna superiore’; divora Anna Karenina in francese, ama i poeti, si commuove a Londra di fronte al Poet’s Corner, l’angolo dei poeti nell’abbazia di Westminster e alla semplicità della tomba di Dickens (diario 2, p. 23). Il secondo diario è scritto quasi tutto in inglese, nei mesi che Jo passa a Londra a perfezionare la lingua (luglio-settembre 1883). Legge pile di libri, Byron, Carlyle, Dickens, va spesso a teatro, vede Sarah Bernard sulla scena in Fedora, ma non la convince: ‘è una donna bellissima, con splendidi abiti; è languissante, charmante, ma non piena di “alta arte” [high art], come mi piace definirla’ (diario 2, p. 9). Ha le idee molto chiare, l’attrice francese non avrebbe mai potuto essere il suo modello. 

Dopo un amore sbagliato, a 26 anni accetta la corte di Theo van Gogh, amico di suo fratello Andries – si innamora, e dopo le nozze si trasferisce a Parigi. Per tre anni non scrive il diario, ma abbiamo la corrispondenza con Theo (Brief Happiness) e, subito dopo, con Vincent. Il suo matrimonio la attraversa come un sogno, ‘il più bel sogno che si possa sognare’, scriverà più tardi (diario 3, p. 137). Un sogno attraversato anche da momenti tremendi, come quando, alla vigilia del Natale 1888, poco prima del suo fidanzamento ufficiale, Theo si precipita ad Arles: Vincent si è tagliato l’orecchio, è ricoverato. A fine luglio 1890 Vincent si spara due pallottole nel petto, sei mesi dopo morirà anche Theo (25 gennaio 1891). 

A 28 anni Jo si ritrova sola, nell’appartamento di Parigi, con un enorme fardello: centinaia di quadri, appesi alle pareti o stipati sotto i letti, centinaia di disegni di un artista quasi sconosciuto, pile di lettere – e un bimbo che compirà un anno di lì a una settimana, il 31 gennaio.

 

Nel novembre 1891, tornata in Olanda, è una giovane vedova, riprende a scrivere il diario interrotto per trovare momenti di ‘auto-analisi’… ‘devo usare tutte le mie forze per migliorare e per essere di aiuto al mio ragazzo’ (diario 3, p. 139). Vincent Willem è il suo ‘piccolo angelo’. Apre una pensione ‘perché possa dare da vivere a tutti e due’. È Villa Helma a Bussum, una cittadina culturalmente molto vivace non lontano da Amsterdam, dove inizierà a tessere filo dopo filo, le sue relazioni: critici, pittori, scrittori, tutti coloro che potevano aiutarla a far conoscere l’opera di Vincent in un paese che non aveva ancora espresso alcun apprezzamento per il genio di Van Gogh. Nel febbraio 1892 aspetta con ansia le reazioni dell’evento programmato da Arti et Amicitiae, un’influente società di artisti di Amsterdam. Il suo segretario, Jan Hillebrand Wijsmuller, le aveva chiesto di prestare alcuni disegni di Vincent per l’incontro-mostra a lui dedicato. Non sappiamo se Jo prese la parola in quella serata, nel diario non ne parla. Conserva il cartoncino d’invito; il giorno prima, sul suo diario, scrive ‘Domani sera c’è l’incontro all’ Arti. – Nutro grandi speranze – ho un senso di indescrivibile trionfo quando penso che ci siamo quasi – l’apprezzamento – l’approvazione – devo andare a sentire cosa dice la gente – capire il loro atteggiamento. Quelli che ridicolizzavano Vincent e lo chiamavano un folle’ (diario 4, p. 2). La fatica è tanta, e lo è ancor di più in un mondo ottocentesco tutto maschile – basti pensare a George Eliot (una delle sue autrici preferite), che tenne a lungo nascosta la sua identità per esser presa sul serio. In Olanda le cose non andavano troppo diversamente, Jo non era Jo, ma…  vedova-di. Sul cartoncino d’invito firmato da Wijsmuller leggiamo ‘Mevrouw de Wed: Th. Van Gogh Bonger’, e cioè, ‘Signora Vedova: Th. [Theo] Van Gogh Bonger’. Combattiva e attenta, non si arrende quando la sua determinazione e passione per l’opera rivoluzionaria di Vincent viene scambiata per petulanza, fanatismo o… incompetenza (diario 4, p. 21).                               

 

Invito di Jo van Gogh-Bonger, Arti et Amicitiae, 1892, © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam.


Tra il 1982 e il 1900 riesce a coordinare circa 20 mostre nelle città olandesi in modo molto strategico, affiancando i grandi capolavori di Vincent a sue opere minori, lavorando così a costruire in modo sistematico una riconoscibilità dell’opera. La strategia funziona, per ogni mostra arriva ad ottenere articoli sui giornali in un paese dove la gente ‘non è così generosa riguardo all’opera di Vincent’ (diario 4, p.2).  Questo la fa sentire appagata, serena. Quando capisce che è arrivato il momento giusto, organizza personalmente la più grande mostra di sempre: nel 1905 affitta le gallerie dello Stedelijk Museum di Amsterdam, dove espone 484 opere di Vincent – una mostra di queste dimensioni non avrà uguali negli anni a venire. Prosegue la sua strategia all’estero, specialmente in Germania con galleristi di primo piano come Paul Cassirer. Nel 1914, nelle collezioni pubbliche e private tedesche si contano circa 150 opere di Vincent, che contribuiranno fortemente alla nascita del modernismo in Germania (al centro di una imminente mostra allo Städel Museum di Francoforte). Attenta a non sovraccaricare il mercato, in 34 anni Jo dissemina, dona o vende circa 192 dipinti e 55 disegni, tramandando tutto il resto a suo figlio. 

 

Il suo quarto diario, che si chiude l’ 8 maggio 1897, è testimone di una giovane donna progressista e combattuta, da un lato il suo dovere di madre e il compito monumentale che l’attende di ‘tenere tutti i tesori che Vincent e Theo hanno messo insieme, intatti per il bambino’,  dall’altro il suo grande spirito di indipendenza, la sua voglia di essere donna, libera di vivere, libera di amare… Cinque anni dopo la morte di Theo ha una relazione più o meno platonica con il pittore Isaac Israëls, che a un certo punto decide di troncare, ‘non voglio giocare col fuoco’, ma, nelle ultime pagine del suo diario confessa anche,  ‘oh – se fossi libera e indipendente – come mi concederei a lui – il mio bel corpo giovane, come gli piacerebbe – come sarei lì in piedi, davanti a lui – senza egoismi …’ (diario 4, p. 98). Isaac dipinge un ritratto del suo bambino, il piccolo Vincent, Jo ne è felice.  

 

Da sinistra: Isaac Israëls, ca. 1888 (fotografia attribuita a Joseph Jessurun de Mesquita), © Rijksmuseum, Amsterdam; Isaac Israëls, Ritratto di Vincent Willem van Gogh, 1894, olio su tela, © Van Gogh Museum, Vincent van Gogh Foundation, Amsterdam.


Una vita piena di interessi, uno spirito indipendente, Jo è tra i primi sostenitori del partito socialista dei lavoratori (SDAP), fondato tra gli altri dal marxista Frank van der Goes. Il partito aveva anche una sezione a Bussum, di cui lei è subito parte attiva. Convinta sostenitrice della causa femminista, nel 1915 sarà a Berna alla Conferenza internazionale socialista per la pace delle donne; nel 1917 in America sentirà una conferenza di Trotskij. 

La ricchezza non le interessa. Ha una sola missione, quella di diffondere, far conoscere ed apprezzare l’opera di Vincent, missione che il marito aveva appena iniziato e che porta a termine in modo intelligente e strategico: prima le opere e poi le lettere a Theo, che dopo anni di trascrizioni, pubblica solo nel 1914, in olandese e in tedesco. ‘Ha fatto tutto seguendo questo preciso ordine’, sottolinea Luijten. Ha avuto ragione: le lettere ti pigliano la pancia, prima i quadri. 

Muore nel 1925, a 63 anni. È passato poco più di un anno da quando ha venduto i Girasoli (nella versione dell’estate 1888) a una delle collezioni pubbliche più prestigiose, la National Gallery di Londra, assicurando a Vincent una vetrina mondiale. Due anni prima di morire fa un bilancio della sua vita in una lettera al critico francese Gustave Coquiot, che ci riporta alle righe che inaugurano il suo primo diario chiudendo, così, un cerchio: ‘È bello alla fine della mia vita, dopo tanti anni di indifferenza, e persino di ostilità da parte del pubblico nei confronti di Vincent e del suo lavoro, sentire che la battaglia è stata vinta’. 

 

Nota

 

Il Van Gogh Museum di Amsterdam ha presentato la versione digitale dei diari di Jo Bonger (bongerdiaries.org) il 18 settembre (nell’originale olandese e nella traduzione in inglese), in contemporanea con la pubblicazione della prima biografia di Jo, Everything for Vincent. The Life of Jo van Gogh-Bonger, scritta da Hans Luijten e frutto di dieci anni di ricerca (Prometheus, 624 pp., in preparazione la versione in inglese). Al primo piano del Museo è stata allestita una parete dedicata alla vita di Jo e al suo ruolo cruciale nella diffusione dell’opera di Vincent.

Tra i volumi in italiano si segnala: Johanna Van Gogh Bonger. Vincent Van Gogh (Abscondita 2007), nella traduzione di Guido Coppi, con una postfazione di Elio Grazioli. Il libro raccoglie il lungo scritto di Jo sulla biografia di Van Gogh (apparso nel 1914 come introduzione alle lettere), e lo scritto che Vincent Willem, figlio di Jo e Theo, dedicò alla madre nel 1953, in cui sono citati anche alcuni passi dai suoi diari (apparso nell’edizione delle lettere in tre volumi, Silvana Editoriale d’Arte 1959). Si veda anche lo Studio documentale: ‘L’erede. Johanna Bonger’ in appendice al volume Vincent van Gogh. Sotto il cielo d’Auvers, di Wouter van der Veen e Peter Knapp (Contrasto 2010). 

Si segnala inoltre l’imminente mostra Making Van Gogh. A German Love Story , allo Städel Museum di Francoforte, centrata sulla ricezione e l’influenza dell’opera di Vincent in Germania (23 ottobre 2019 – 16 febbraio 2020). Prosegue al Noordbrabantsmusuen di s’Hertogenbosch la mostra Van Gogh’s Inner Circle. Friends, Family, Models, che indaga la cerchia degli ‘intimi’ di Vincent (21 settembre 2019 – 12 gennaio 2020).

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