I sette talismani dell'impero

Per un uomo del passato, greco o romano che fosse, il mondo era, nei suoi disparati aspetti, più significativo che per noi. Molto più significativo. Anzi, a rigore, tutto era dotato di un senso allora.

Lo stormire di una fronda di quercia o di alloro, la direzione del volo di un uccello, il moto di una fiamma, il precipitare di una pietra, una voce captata a caso nell'aria, il bagliore di un fulmine. Tutto parlava. Anche un riflesso di luce in uno specchio, lo sgusciare di una serpe, un ragno e la sua tela iridescente, uno starnuto, persino un semplice starnuto poteva rivestire importanti significati.

E questo perché tutto era pieno di dei. “Omnia Iovis plena” scriveva Virgilio, mentre Petronio faceva dire a un suo personaggio: qui tutto pullula talmente di divinità che è più facile imbattersi in un dio che in un essere umano (“nostra regio tam praesentibus plena est numinibus, ut facilius possis deum quam hominem invenire”).

Non stupisce quindi che, in un cosmo a tal segno sacralizzato in ogni sua parte, venisse attribuita un'importanza decisiva, per il mantenimento della stabilità e prosperità dello Stato, non solo a virtù umane, politiche e militari, ma anche a certi oggetti di culto, legati agli dei, sorta di garanzia del nesso tra divinità e umanità, della pax deorum hominumque.

 

Ora è appena uscito per Adelphi un libro di affascinante erudizione, I sette talismani dell'Impero, di cui è autore Mino Gabriele, docente fra l'altro di Iconografia e iconologia all'Università di Udine, che passa in rassegna questi sette oggetti sacri, fondamento della potenza romana antica.

La parola talismano è in realtà di derivazione persiana, ma, a sua volta, collegata al greco télesma (“cosa consacrata, cerimonia religiosa”). Il latino si serviva di pignus, ossia “pegno, garanzia, prova” eccetera.

L'unico autore dell'intera letteratura classica pervenutaci che menziona questi sette oggetti venerabili, ossia Servio, celebre commentatore virgiliano del IV-V secolo dopo Cristo, usa infatti pignora, che, per Gabriele, è possibile rendere adeguatamente con “reliquie”.

Quali sono dunque queste sette sante reliquie su cui si fonda la stabilità e la potenza dell'Impero?

Presto detto: nel chiosare il verso 188 del settimo libro dell'Eneide, Servio (nella redazione denominata auctus o Danielino) le elenca: l'ago della Madre degli dei, la quadriga d'argilla dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, il Palladio, gli scudi sacri (“ancilia”).

 

Tra gli eruditi dei secoli scorsi il primo a dedicare un lavoro organico a quest'argomento fu l'abate Francesco Cancellieri, nel suo Le sette cose fatali di Roma antica, uscito nel 1812. (Sì, è proprio quel Cancellieri su cui Leopardi, in una lettera al fratello Carlo, da Roma nel novembre 1822, si espresse in modo non propriamente lusinghiero; ma questa è un'altra storia). Anche in quel trattato, esattamente come in questo di Gabriele, vi sono inoltre due interessanti capitoli consacrati alla simbologia dei numeri tre e sette.

Seguiamo allora, sulla scia delle ricerche di Gabriele, le suggestive vicende dei sette talismani.

 

L'ago della Madre degli dei è un aerolite aniconico, sacer lapis, legato al culto di Cibele, la Grande Madre degli dei, Magna Mater deum Idea.

Negli anni cruciali della seconda guerra punica, quando (205 a.C.) Annibale e il suo temibile esercito erano ancora sul suolo italiano, un testo profetico antichissimo, i Libri Sibillini, aveva vaticinato che il nemico si sarebbe potuto vincere solo se fosse stata portata a Roma, da Pessinunte in Frigia, lei, la Madre degli dei, Cibele o Cibebe o Agdistis, dea dai molti nomi.

Per un Romano infatti non si poteva vincere una guerra, espugnare una città, sconfiggere un nemico senza l'ausilio degli dei. 

È ben nota la pratica dell'evocatio. I Romani con formule adeguate prima chiamavano gli dei dei nemici fuori dalle mura assediate, li convincevano a trasmigrare presso di loro, e solo dopo, quando gli dei avevano abbandonato la città stretta d'assedio, la vittoria era assicurata.

Ecco allora che la guerra contro Annibale si può vincere solo con l'intervento della Dea.

Sull'arrivo a Roma di Cibele (ossia dell'aerolite aniconico che ne incarnava la potenza e, anche, di una statua che la rappresentava) le versioni divergono. C'è quella, realistica, di Tito Livio, e quella, più favolosa, di Ovidio nei Fasti.

 

Questa è del resto una costante del libro di Gabriele, e non solo. Chi ha a che fare con il mito ha sempre a che fare con racconti discordanti, con redazioni difformi, con varianti continue. Si tratta della famosa “vertigine del mitografo” di fronte alla pluralità delle fonti contraddittorie, su cui ebbe modo di scrivere a suo tempo pagine memorabili Roberto Calasso.

In questo libro, dotato di un ricco corredo iconografico (del resto fa parte della collana “imago”), ciò si riflette anche sul valore da attribuire alle singole immagini, dato che, come ricorda opportunamente l'autore a p.74, “l'iconologia, scienza interpretativa, si nutre per sua natura del dubbio”. Quindi di una stessa raffigurazione sono possibili spiegazioni di vario tenore.

 

Comunque, mentre Livio racconta le diverse fasi della vicenda: missione diplomatica inviata dal Senato in Frigia, consultazione dell'oracolo di Delfi e così via, con particolare insistenza sul ruolo del vir optimus Publio Cornelio Scipione Nasica, incaricato di accogliere a Roma il simulacro della Dea, Ovidio esalta invece lati “miracolosi” dell'episodio. Secondo il testo del poeta la nave che portava Cibele (la statua e l'aerolite) s'incagliò nel porto di Ostia e nessuno riusciva a smuoverla. Solo una matrona di antica nobiltà, di cui tuttavia le malelingue sparlavano, riuscì a disincagliarla, tirando le funi con facilità estrema e dimostrando in tal modo che le voci sul suo conto non erano che maldicenze. La matrona virtuosa e a torto calunniata si chiamava Claudia Quinta.

 

Un grande artista che parecchi secoli dopo (1505-1506) illustrò la scena dell'arrivo della Grande Dea, ossia Andrea Mantegna in una sua grisaille ora alla National Gallery di Londra, mescolò le due fonti ma in modo tale da valorizzare particolarmente il ruolo di Cornelio Scipione Nasica, in quanto ritenuto antenato del suo committente e protettore Francesco Cornaro (Corner).

Il sacro pignus, dopo l'arrivo in Roma fu conservato in un tempio apposito, dedicato naturalmente alla Grande Madre, edificato sul Palatino.

 

Sull'acroterio del Tempio di Giove Ottimo Massimo, alla sommità del Campidoglio, venne invece collocata la quadriga fittile dei Veienti, il secondo pignus di cui parla Servio. Ciò accadde intorno al 509 a. C.

Un prodigium aveva accompagnato la creazione del simulacro. Esso, invece di ridursi nel fuoco delle fornaci di Veio, si era ampliato a dismisura, tanto che per estrarlo si era dovuto spaccare la fornace.

La quadriga, che era poi il mezzo sul quale i comandanti vittoriosi celebravano il loro trionfo, è sempre stata connessa simbolicamente alla sovranità uranica. Il suo modello è la quadriga del Sole invitto che corre nella volta celeste. I quattro cavalli possoNO rappresentare o le quattro stagioni o le quattro fasi della luce del giorno, dall'alba al tramonto. Un'eco di tale tradizione si può scorgere nel quattrocentesco affresco di Francesco del Cossa, il Trionfo di Apollo, a Ferrara nel Palazzo Schifanoia.

Gabriele avanza l'ipotesi che, sull'acroterio del Tempio di Giove sul Campidoglio, fosse posta una copia del prezioso pignus, mentre l'originale era conservato all'interno. Tale duplicazione, o moltiplicazione, degli oggetti sacri era praticata intenzionalmente, proprio allo scopo d'impedire che i nemici si potessero impossessare delle sante reliquie e, sottraendole a Roma, determinarne la caduta. Allo stesso modo il nome della divinità tutelare della Città era rigorosamente segreto e, contrariamente a quanto si crede, non era “Amor”, il suo palindromo. I nemici che avessero voluto praticare l'evocatio ai danni dei Romani dovevano avere vita difficile.

 

E siamo al terzo dei talismani. Ossia le ceneri di Oreste, custodite davanti al Tempio di Saturno nel Foro.

Oreste è, si sa, un eroe greco che non pare avere molto a che fare con la tradizione troiano-romana. È Igino, mitografo del I secolo d.C., a parlarcene. Dopo aver trafugato la statua di Artemide Taurica, Oreste giunse ad Aricia (attuale Ariccia) dove istituì il culto di Diana nemorensis, ben nota a chi ha letto Frazer, perché è da lì che lo studioso inglese parte per il suo lungo viaggio attraverso le più varie manifestazioni dell'antropologia religiosa.

Naturalmente la versione di Igino è una fra le tante. Secondo altre fonti Oreste non fu mai ad Ariccia. Morì nella regione di Micene. Oppure fu morso da un serpente a Oresteo, in Arcadia. Oppure morì a Tegea.

Il culto di Diana Nemorense, secondo Catone, venne fondato non da Oreste, bensì da Egerio Bebio di Tuscolo. Per Pausania invece ad Ariccia giunse Ippolito, figlio di Teseo, e fu lui a consacrare il santuario di Diana.

 

Ma perché erano poi così decisive le ossa di Oreste, questo matricida già perseguitato dalle Furie?

A spiegarcelo è un passo del primo libro di Erodoto. Lo storico greco, quando descrive il conflitto fra Sparta e Tegea, ricorda che un oracolo aveva prescritto agli Spartani di impossessarsi delle ceneri di Oreste, che erano a Tegea: solo così, appropriandosele, essi avrebbero avuto la meglio sui Tegeati.

Il possesso dei resti di un eroe, potenti reliquie talismaniche, erano garanzia di vittoria militare, nonché di prestigio politico.

Allo stesso modo lo scettro, in questo caso (quarto pignus) quello appartenuto a Priamo è un evidente simbolo, magico e sacrale, di potere. Solo Virgilio, oltre a Servio, ci attesta della sua presenza a Roma. Non è noto dove fosse conservato; forse sul Palatino.

 

La quinta santa reliquia, il velo di Iliona, suscita più d'una perplessità.

Perché mai un velo appartenuto a Iliona, ossia una delle figlie di Priamo ed Ecuba, morta suicida dopo aver provocato la morte del marito Polimestore, avrebbe dovuto recare con sé particolari valori talismanici?

In effetti, a parte Servio, nessun'altra fonte menziona questo pignus, legato a una torbida storia familiare dall'esito infausto.

Gabriele ipotizza quindi che alla base vi sia una svista di Servio stesso. Non di “velum Ilionae” si tratterebbe bensì di “velum Iliae”. Cioè il commentatore virgiliano qui non parlerebbe di un personaggio minore legato a Polimestore, ma della vestale Ilia, la madre di Romolo e Remo, niente meno. Quindi un personaggio molto più rilevante e significativo per la storia di Roma, connesso addirittura alla sua antica origine e perciò stesso molto più adatto a fungere da reliquia sacra.

 

Oltretutto la filologia era già stata chiamata in causa a proposito del testo serviano. Proprio nel passo famoso in cui si elencano i sette talismani la lezione “pignora” è frutto di un emendamento ottocentesco di Ludwig Preller, mentre a testo sta il poco congruo “paria”; poco congruo perché Servio non menziona “sette paia” di nomi, ma cinque. E dunque la congettura di Preller “pignora” risulta particolarmente felice.

Il velo di Ilia dev'essere stato con ogni probabilità la stola “carbasina” o “carbasus”, bianca tunica di finissimo lino, sorta di uniforme delle Vestali. Sua sede naturale di conservazione sarà stato, con altrettanta verosimiglianza, il Tempio di Vesta nel Foro lungo la Via Sacra.

 

Il Palladio, sesta reliquia, è una statua di Pallade-Atena. Essa si caratterizza per una sua “errabonda vita”, assai singolare, in cui storia e leggenda si mescolano inestricabilmente.

Si trattava di un simulacro di legno dotato di magici poteri. Poteva far cenni col capo, sudare, lacrimare. Ma, soprattutto, la sua presenza garantiva l'inespugnabilità di un luogo. Sulla rocca di Troia, chiuso nel suo tempio, il Palladio assicurava alla città una tutela inscalfibile. 

Come era arrivato a Troia, il sacro pegno?

Ci sono, è chiaro, versioni divergenti. Si tratta o di un dono di Zeus a Dardano, mitico progenitore della stirpe troiana. O di un elemento facente parte della dote di Crise, moglie di Dardano. Oppure Ilo, pronipote di Dardano, lo ebbe da Zeus, che lo lasciò cadere dal cielo. 

Accanto a queste tre racconti sulle sue origini ve ne sono, ovviamente, altre che lo connettono ora a Abari, asceta iperboreo, ora a Elettra, madre di Dardano, ora a un tal Asio, filosofo e mago che lo avrebbe fabbricato e consegnato a Troo, padre di Ilo.

I Greci, durante l'assedio a Troia, si resero conto che solo trafugando il Palladio dalla rocca avrebbero avuto ragione della città nemica.

Chi si rese responsabile dell'impresa? Secondo alcuni fu Ulisse a rubare la statua. Secondo altri fu Diomede.

 

Secondo altri ancora non fu nessuno dei due. In quanto ciò che portarono via fu solo una copia. Il vero Palladio rimase nelle mani di un Troiano, ossia Enea, che lo salvò dall'incendio e lo portò nel Lazio.

Anche del Palladio quindi, come probabilmente della quadriga di Veio, esistevano delle copie. Fatte apposta per confondere i nemici. Per questo le fonti antiche divergono anche sulla forma da attribuire alla magica statua. Che a volte viene descritta come di tre cubiti (circa 140 cm), altre come una statuetta, da tenere comodamente in braccio o, addirittura, così piccola da stare nel palmo di una mano.

Analogamente le modalità del suo arrivo a Roma sono narrate in maniere differenti.

O, come abbiamo detto, fu portato direttamente da Enea. Oppure fu Diomede a consegnarlo a Enea. Oppure lo consegnò in Calabria a Naute, saggio consigliere di Enea, che s'incaricò lui di darlo all'eroe troiano. Oppure fu Caio Flavio Fimbria che, in epoca molto più recente, durante la guerra mitridatica (una delle guerre mitridatiche), se ne impossessò, nell'anno 85 a.C. e lo portò nell'Urbe, dove, per il motivo sopra ricordato, ne vennero fatte parecchie copie da un certo Mamurio, nome che ritroveremo anche nella storia degli scudi sacri (“ancilia”).

 

Il Palladio venne custodito nel Tempio di Vesta assieme alle sue copie. All'interno di vari vasetti di forma uguale in modo da rendersi indistinguibile. Solo la “Virgo Vestalis Maxima” sapeva riconoscere il recipiente che conteneva il vero simulacro.

Costantino fece migrare la statua da Roma a Costantinopoli. La pose interrata sotto il Foro della città, coniugando reminiscenze pagane a ritualità cristiana nella consacrazione della nuova capitale.

È come se il Palladio fosse in un certo senso ritornato alla sua antica patria, sulla costa della Troade.

Se poi si pensa che Dardano, il suo primo possessore, secondo alcune fonti era di Cortona (Corythus), anche il primo viaggio, quello da Troia a Roma, con Enea, si configura come un ritorno, un “nostos”, verso quell'Italia da cui originariamente proveniva.

 

Siamo giunti al settimo e ultimo sacro oggetto: lo scudo (o gli scudi) di Numa (ancili o “ancilia”).

Anche l'“ancile”, sacro scudo di Numa, discende dal cielo, come il Palladio. A differenza però, sia del Palladio che degli altri cinque oggetti, l'ancile è tutto Romano. A tutela della propria potenza l'Urbe si giovava infatti di sante reliquie provenienti volta a volta da Troia, Pessinunte, Ariccia o dall'Etruria. Fatto singolare quanto istruttivo.

L'ancile invece è, per così dire, autoctono.

La forma di questo scudo, dall'etimologia incerta, era bilobata, ricordava lo scudo a 8 della tradizione minoico-micenea.

Varie fonti ne accennano o forniscono stringate testimonianze (Virgilio, Livio, Plutarco eccetera). Ma solo Ovidio, nel terzo libro dei Fasti, ci dà al proposito un racconto ricco e particolareggiato e, come per Claudia Quinta, con un occhio di riguardo verso il lato portentoso della vicenda.

Il secondo re di Roma, Numa Pompilio, era atterrito dai continui fulmini che si abbattevano sulla città. Giove era evidentemente adirato. Bisognava placarlo. Così consigliava anche Egeria, sua consigliera e sposa e ninfa delle acque.

 

Per impadronirsi dell'ars fulminum, strettamente collegata all'etrusca disciplina, insomma per dominare questi rischiosi fenomeni, c'era bisogno della mediazione di altre due divinità, i numi boschivi Pico e Fauno. Essi, tramite nodi magici, vengono catturati e si offrono, in cambio della liberazione, di intercedere presso Giove. Anzi lo attirano giù dal cielo (eliciunt da cui Giove Elicio). 

Come Numa si era servito di vincoli cogenti, anche loro si servono di una “parola che costringe” (logos epànankos). Sono tutti simboli del simpatetico legame che unisce tutte le cose (sympathia universalis).

Giove si manifesta a Numa. Gli fornisce la formula per espiare i fulmini. Non solo: gli promette anche un segno tangibile a garanzia della sua sovranità. È l'ancile, scudo caduto dal cielo.

Numa ordina subito al fabbro Mamurio (nome già visto in precedenza per il Palladio) di realizzare più copie identiche, al fine, come al solito, di confondere eventuali nemici che avessero l'intenzione d'impossessarsi del sacro pegno. Mamurio ne fabbrica undici. Saranno custoditi tutti e dodici nella Regia. I sacerdoti Salii ne avranno cura.

Secondo Gabriele il nesso “ancilia” – Giove tratteggiato da Ovidio, in contrasto con la tradizione che associava gli scudi a Marte, sarebbe da legare ad Augusto. Nella figura del sommo dio il poeta adombrerebbe proprio il sovrano: non si sa però se con intenti apologetici o, forse, sottilmente parodici: quasi una caricatura nei confronti dell'eccessiva auto-celebrazione messa in atto dal Principe.

 

Dall'elenco di Servio rimangono stranamente escluse altre reliquie, che forse, come per esempio il lituo di Romolo, avrebbero meritato anch'esse di venir incluse nella serie di oggetti talismanici.

Come mai?

Evidentemente per ragioni numerologiche. Il sette è numero privilegiato, come del resto il tre, dalla scuola pitagorica. Inoltre sette sono i colli di Roma (septimontium), sette le stelle dell'Orsa e delle Pleiadi, sette i pianeti, sette i cerchi della sfera armillare, sette gli antichi sapienti, sette i giri delle corse nel circo e così via.

Sette, secondo Cicerone, è “il nodo di tutte le cose”, risultato della somma della triade e della tetrade, numero fulcro, legame che tiene unito l'universo e radice del tutto.

Anche questo volume è scandito da sette capitoli, più nove excursus (dedicati alle virtù dell'alloro o al simbolismo magico-religioso del bronzo o ai nomi degli dei da pronunciare sottovoce e altri temi analoghi di grande fascino).

È dedicato a Giuliano Imperatore (quello che, trema la mano a scriverlo, ancora oggi in parecchi manuali va sotto il nome infamante di apostata).

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