L’11 settembre di Google

Oggi che con Google e i social non dobbiamo più ricordare, poiché basta cercare quel che sfugge alla nostra memoria su un motore di ricerca, cosa ricordiamo dell'11 settembre? Su Instagram appaiono centinaia di profili: September 11, 2001, Twin Towers 11/9, Investigate September 2001, We will never forget, No Fear all Glory, Forever in our Heart. Su Facebook sono infiniti i rimandi a quel giorno, come su Twitter. Su Tik Tok i video dell'attacco alle Torri Gemelle sono innumerevoli e quelli dei broadcast televisivi si mischiano alle testimonianze personali. Ogni avanzamento tecnologico cambia la nostra memoria, e il processo di sintesi a cui la memoria analogica ci aveva abituati si trasforma in archiviazione nella memoria digitale: una comprensione più profonda di quanto ricordavamo, incoraggiata dallo sforzo di mettere insieme elementi diversi, viene rimpiazzata da un procedimento meccanico che ha il vantaggio e il dono della facilità di saper connettere. Quel che faceva il nostro cervello lo fa Google.

 

La memoria era più della somma dei nostri ricordi, Google e i social network sono la somma dei nostri click. La nostra capacità di elaborare un ricordo si sposta dall'interiorizzazione di un processo alla performance tecnica: è indispensabile imparare a fare collegamenti perché se digito solo "September 11, 2011" i profili che mi appariranno su Instagram saranno solo sessanta, mentre i link a quell'avvenimento sono molti di più. Devo imparare a scorrere i follower di quel profilo, per entrare in altri profili e aprire finestre che altrimenti resterebbero chiuse. O immaginare altre parole chiave. Affidare le informazioni alla nostra mente sembra sempre meno essenziale e infatti non solo non ricordiamo più nessun numero di telefono ma spesso nemmeno il nostro. Tendiamo a considerare la rete una sostituzione, invece che una integrazione, della memoria personale. Dopo vent'anni dall'attacco terroristico che distrusse i due grattacieli a New York uccidendo 2753 persone (dato che Google fornisce in un attimo), una delle prime immagini che escono digitando la terribile data, è quella di una calamita da frigorifero, venduta su Amazon, "con illustrazione della Giornata della Memoria, 11 settembre 2001, cm. 8 x cm 5,5, spessore 0,5, design classico che tutti conosciamo e amiamo".

 

Mentre memorizzare diventa una perdita di tempo, la memoria digitale si connette naturalmente a una merce. Stiamo consumando un prodotto commerciale mentre cerchiamo un avvenimento sul pc o sullo smartphone ed è naturale per l'azienda che ci consente di utilizzarlo di proporci altre merci. È un servizio: la patacca che attaccheremo al frigorifero ci aiuterà a ricordare. Tra tutta l'immaterialità che ci circonda, qualche volta "toccare con mano" può essere utile. Questo processo di adeguamento della memoria all'evoluzione tecnologica è in atto da centinaia di anni. La nostra mente cambiò con l'avvento della scrittura, della stampa, poi con le macchine da scrivere, le fotocopiatrici, i fax, i computer, il web. Essendo il cervello dell'uomo il motore di questi cambiamenti, non ha avuto difficoltà ad adattarsi. Liliana Segre teme tuttavia che con la morte degli ultimi sopravvissuti alla Shoah si perda la memoria di quell'immane tragedia. Facebook invita i suoi follower a inviare i loro ricordi: "Dov'eri l'11 settembre? Missoulian vuole condividere la tua storia. Invia i tuoi ricordi o i tuoi take away di quel giorno a editor@missoulian.com e le tue parole potrebbero essere condivise in una imminente edizione speciale". Facendo un rapido giro su google scopriamo che anche il quotidiano "La Provincia di Cremona" propone lo stesso "game".

 

Tutti ricordiamo dove eravamo o cosa stavamo facendo quando la televisione cominciò a mostrare le immagini dell'attacco aereo. I social vogliono assicurarsi questo patrimonio in via di dissolvimento. United Way of Greater New Bedford invece informa su Facebook: "Quest'anno ricorre il ventesimo anniversario dell'11 settembre 2001. Questa giornata è stata dichiarata Giornata Nazionale del Servizio e del Ricordo e le persone in tutto il Paese trascorreranno il giorno, la settimana o il mese facendo buone azioni. Ti incoraggiamo a far parte della nostra comunità e a dare un aiuto, non importa se grande o piccolo. Di seguito ti suggeriamo 11 modi per "restituire" (to give back) l'11 settembre". Sarasota Ministerial Association, sempre su Facebook, informa che "nei giorni precedenti la commemorazione dell'11 settembre i cittadini potranno scegliere una persona uccisa nell'attentato e rappresentarla, in piedi. I nomi dei defunti possono essere selezionati visitando questo sito". Scopriamo cioè che se è estremamente facile ricordare (basta un click), è altrettanto facile dimenticare. Ma, se si dimentica, il processo di ricostruzione della memoria non è altrettanto immediato. Per conservare le informazioni sotto forma di ricordi, sembra che l'esperienza conti ancora qualcosa.

 

 

Le connessioni tra neuroni, le sinapsi e i processi neurologici che fanno sì che un'impressione diventi un ricordo permanente nella nostra memoria, implicano il ricorso all'esperienza che implica a sua volta cambiamenti biochimici e perfino anatomici. Anche il linguaggio del corpo parla in modo inequivocabile: rallentiamo il passo se stiamo camminando e ci sforziamo di ricordare qualcosa. Lo acceleriamo, se vogliamo dimenticare un pensiero spiacevole. Nel 2001 non esistevano i social network, per questo i terroristi ebbero bisogno di un evento altamente spettacolare come il crash di due aerei contro le torri simbolo di New York. Gli schermi delle televisioni sarebbero stati poi sostituiti dagli schermi degli smartphone e anche il terrorismo sarebbe passato ad azioni più "intime", al rapporto one-to-one caldeggiato dai social e sarebbe bastata l'immagine di un incappucciato inginocchiato in attesa della decapitazione a suscitare lo stesso orrore.

 

I social network forniscono oggi tutto ciò di cui si ha bisogno per ricordare l'11 settembre: le immagini reiterate dell'attacco aereo, quelle – per stomaci forti – di chi scelse di buttarsi dalle finestre per non morire bruciato, le comunicazioni audio dell'aviazione civile e militare, le drammatiche telefonate degli assistenti di volo dagli aerei kamikaze, le voci dei dirottatori, le telefonate al numero di emergenza delle persone intrappolate nelle torri, suoni e rumori registrati da centinaia di operatori amatoriali e professionali, i racconti dei sopravvissuti, le foto delle vittime. L'uso distratto che tendiamo a fare di questi innumerevoli frammenti influirà sulle nostre capacità di concentrazione e di ragionamento? I social, nella loro ripetitività, nei milioni di post differenti ma uguali, intaccano il principio di consapevolezza mentre l'accumulo ci distrae: il dolore è degradato a sensazione, il dramma sociale privato degli effetti dell'immedesimazione. Mischiati a proposte commerciali, i post su Instagram e su Facebook, i tweet procedono a scossoni.

 

La loro forma è quella dello shock, le caption, i commenti staccano ogni foto dall'altra generando intervalli che paralizzano la nostra predisposizione all'immedesimazione. Lo schermo dello smartphone è una barriera gelida. E mentre ci domandiamo perplessi se mettere "mi piace" sotto quelle immagini drammatiche, nello stesso modo in cui lo mettiamo sotto a un meraviglioso tramonto, perdiamo la facoltà critica di discernere su quello che ci viene presentato. L'abisso che ci separa, noi vivi, dai morti della Shoah o da quelli dell'11 settembre, sui social network perde di sacralità e alla fine ci piace tutto, il cane e il gatto e la foto dell'ingresso di Auschwitz, cioè non è proprio che ci piaccia quella foto con la scritta "Arbeit Macht Frei", intendiamo dire che ci piace chi l'ha scelta, per farci ricordare, per indurci a un moto di compassione. Questo procedimento, che porta – in un caso sul quale sono atterrato – a un conteggio di 46.000 like sotto a un post dell'attentato alle Twin Towers (ma ce ne saranno altri con addirittura più cuoricini), non sempre aiuta a chiarire le differenze tra quel che si consuma frettolosamente e quel che si vede comunque, benché indistintamente: al posto di uno spazio elaborato dalla nostra coscienza c'è uno spazio elaborato inconsciamente, che si esprime con un'adesione meccanica che non si interroga troppo sui perché.

 

I social, con il loro scendere e il loro salire, con il loro interrompere e il loro isolare, con il loro ingrandire e il loro ridurre ci chiedono un'adesione superficiale alla realtà perché questa formulazione nuova agisce secondo uno spietato annientamento dell'aura di tutto ciò che ci mette sotto gli occhi, che sia un fiore o un bambino migrante morto su una spiaggia, la cui riproduzione infinita rende simili e il nostro cuoricino omologa, senza star troppo a sottilizzare sulle differenze. Non siamo più in grado di pensare a quello che vogliamo perché le immagini si sono sistemate al posto del nostro pensiero. È la ricezione nella distrazione il sintomo più profondo dell'era digitale che stiamo vivendo, che trova in Instagram, Facebook, Twitter e Tik Tok gli strumenti più autentici su cui esercitarsi. Anche oggi, 11 settembre 2021, consumeremo le immagini del ricordo con la stessa sensazione di straniamento che proviamo ogni anniversario, a un grado di consapevolezza che si misura sempre di più sul godimento estetico. Mentre scorriamo velocemente il wall di Instagram, metteremo i nostri like automatici su tutte le immagini: l'umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi dell'Olimpo, oggi lo è diventata per sé stessa e mai come ora ci siamo sentiti attori di questo spettacolo. Ma capita di fermarsi su Instagram su un profilo arabo, attirati dall'immagine di un grattacielo attorno al quale volano inquietanti uccelli neri, e restare ipnotizzati dalla frase sotto alla foto (tradotta da Google Translator): "Io sono semplicemente quello che ti aspetti e il peso di quello che pensi".

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO