Paterson di Jim Jarmusch

Jim Jarmusch non è un buddhista praticante, ma pratica tai chi e qi gong, e sa perfettamente cosa significa essere concentrati; in una intervista ha detto che il buddhismo «è una filosofia che mi parla più chiaramente di tante altre. Praticare le ginnastiche di meditazione mi fa un effetto che sta a metà strada tra il meditare e il prendere un allucinogeno». Jarmusch è un regista che sta ritornando spesso su personaggi assorti, silenziosi, allucinati, non sempre solitari: in The Limits of Control (2009) il protagonista cerca indizi in ogni accadimento per costruire il suo ultimo crimine; in Broken Flowers (2005), l’attonito Bill Murray molla tutto per risalire a ritroso, come uno sconfitto salmone narcisista, la teoria delle sue ex amanti per capire chi gli ha scritto una lettera anonima che lo dice padre di un figlio.

 

 

 
Paterson, il mite e gentile autista di bus comunale nella omonima cittadina di Paterson, New Jersey, interpretato magistralmente da Adam Driver, conduce una vita ripetitiva e tranquilla, e il suo lavoro fatto bene ogni giorno, la sua vita privata (dove convive con una creativa e indecisa incantevole affettuosa moglie e un bulldog che parla molto chiaramente con i suoi mugolii dalla poltrona del salotto), i suoi colloqui, li attraversa in una solitudine malinconica e serena.

 

 

Paterson è compassionevole (guardatelo come si prodiga educatamente con i suoi passeggeri quando il bus va in panne, come li raccoglie delicatamente sul marciapiede tranquillizzandoli) e affettuoso con la moglie (una splendida Golshifteh Farahani), e rispetta il cane di cui la moglie è tutrice. Paterson ha un talento: è un poeta non perché scriva a mano su un taccuino mai fotocopiato in tutti i momenti liberi della sua giornata, ma perché scrive poesie bellissime, minimaliste (scritte per la sceneggiatura dal poeta Ron Padgett); le poesie sono in sovraimpressione simultanea sulla pellicola mentre Paterson le compone, in un lettering elegante e nitido che ci rende tutto il piacere dell’inchiostro pastoso che incide il foglio bianco, molto ben tradotte da Elettra Caporello per la versione italiana del film:

 

La corsa 


Passo attraverso 
trilioni di molecole 
che si fanno da parte 
per lasciar passare me 
mentre su entrambi i lati 
altri trilioni 
restano dove sono. 
Le spazzole del tergicristallo 
cominciano a scricchiolare 
la pioggia si è fermata 
io mi fermo 
all'angolo 
un bambino 
con un impermeabile giallo 
stringe la mano di sua madre

 

Paterson osserva ciò che accade. E come insegna il buddhismo zen, la realtà è così com’è, e ogni cosa accade come l’ordine cosmico fa in modo che accada; Paterson, come un monaco che muove con grazia il suo corpo in quel vasto monastero che è la mite cittadina di Paterson, cammina, scrive, dorme abbracciato alla moglie, conduce il bus, beve una birra a parla con una ragazza che sta respingendo l’amore pieno di attaccamento di un ragazzo, ma sa anche improvvisamente agire per disarmarlo di una pistola che sembra vera; sa dialogare con una bambina che aspetta la madre e che scrive come lui poesie, e impara a memoria qualche suo verso che racconta della pioggia.

 

 

Nella cittadina di Paterson ha vissuto e scritto William Carlos Williams, il poeta preferito del giovane Paterson. Paterson legge e rilegge Williams, lo legge alla moglie, e il suo minimalismo che osserva le cose è discepolo della poesia di Williams, che scrisse: «Nessuna idea, se non nelle cose».

 

 

 

E a Paterson, NJ, aveva vissuto e scritto anche Allen Ginsberg, che della oralità della scrittura poetica, della sincerità di una narrazione impudica del vissuto del corpo fece la cifra beat della sua opera; Ginsberg che praticava il buddhismo, che scriveva mantra accompagnandosi con un organetto a mantice indiano; Ginsberg adorava il suo maestro Williams, e qualche registrazione audio ci può ancora regalare reading commoventi.

 

 

La moglie di Paterson ogni sera lo scongiura di farsi una copia di quel quaderno, lui promette sempre ma non lo fa mai. Paterson è totalmente zen in questo suo compiere un gesto d’arte regalandolo al cosmo senza tutelarsi egotisticamente, senza firmarlo, e amministrarlo letterariamente. Così, una sera, i teneri coniugi escono, e quando tornano si apre la scena-madre del film: il terzo protagonista, il cane, li guarda vergognoso dall’altra stanza perché ha mangiucchiato, sbavato, triturato irrimediabilmente il quaderno del poeta; la sua tutrice è furiosa, e lo manda in castigo in cantina. Paterson è schiantato, ma con un fatalismo inerte, dignitoso: tutto quanto ha scritto per anni non c’è più! Forse non è più un poeta perché non ci sono più le sue poesie? Rimasto solo con il cane, si lascia andare alle uniche parole di risentimento di cui è capace: guardando negli occhi il terzo convivente gli dice: «Tu non mi piaci».

 

 

Il film di Jarmusch è esso stesso un poema. Procede calmo e delicato, ci insegna che non c’è altro modo per vivere bene che questo: attraversare i trilioni di molecole spostando i nostri atomi tra altri atomi, con garbo. Incrociare gli altri esseri animati e inanimati con la consapevolezza che essi sono un temporaneo agglomerato d’atomi come noi. Noi stessi non stiamo forse soffrendo per la caduta verticale e massiva, e politica, e globale della cortesia e della gentilezza sul pianeta Terra? Nel suo librino Cortesia. Pratiche di gentilezza quotidiana, Elio Meloni, maestro elementare, prepara un vademecum per recuperare lo spirito di compassionevole attenzione per gli altri; pubblicato dalla casa editrice valdese Claudiana, l’uscita di queste 104 pagine segna una svolta importantissima nel collegare lo spirito giusto di cristiani della prima chiesa come Paolo di Tarso, cattolici come Ignazio di Loyola, Baden Powell (l’inventore dei boy scout), Enzo Bianchi (l’abate del monastero di Bose), protestanti come Barth e Bonhoeffer con il più grande maestro zen vivente, il vietnamita Thich Nhat Hanh (abate del monastero Plum Village, Francia).

 

 

Paterson, il poeta di Paterson, NJ, è quindi buddhista? No, come non lo è Jarmusch, ma la scena decisiva del film ha la bellezza silenziosa del grande cinema e dei grandi haiku giapponesi. Ancora una volta, ma questa volta con il taccuino distrutto ma non propriamente distrutto moralmente, Paterson si reca ai giardini e siede sulla sua panchina preferita, ad osservare la cascata del torrente che gli ricorda il panta rei delle cose, la purezza dell’acqua, e lo scorrere ora bello ora brutto delle cose; gli si siede accanto un turista giapponese; un uomo intelligente e colto, che parla poco, e commenta solo con un ironico «a-ha» ciò che gli dice un uomo sensibile e simpatico e mite, che dice di essere un autista di bus. È un poeta in pellegrinaggio nella città di William Carlos Williams. Intuisce, silenzioso, che seduto accanto a lui c’è un altro poeta. Prima di congedarsi, con un gesto limpido gentile silenzioso e sorridente, gli dona un quaderno tutto nuovo, e se ne va.
Così ricomincia tutto daccapo, e Paterson scrive la sua prima nuova poesia.

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