Se non lo trovi, disegnalo tu

L'ultima volta che ho incontrato Lella e Massimo Vignelli è stata a Nerano, in quel paesino incastonato sul litorale campano, dove la costiera sorrentina si innesta in quella amalfitana senza soluzione di continuità, in un profilo ininterrotto di seni, di golfi, di promontori dalle pareti a strapiombo sul mare e di penisolette su cui si aprono improvvise spiagge. Avevo accompagnato lì mio padre, che era in procinto di realizzare un loro progetto di arredo ligneo destinato a un prestigioso ristorante irpino. I Vignelli, infatti, da qualche anno, erano soliti trascorrere il loro tempo libero a Nerano ed era più facile, e anche piuttosto piacevole, da Milano, anziché a New York, andare ad incontrarli lì, dove avevano “una casa su un sentiero per capre" come l’aveva definita papà.

 

La casa si trovava infatti in un luogo davvero impervio, abbarbicata com'era sulla roccia del monte San Costanzo, prossima all'area marina protetta di Punta Campanella, ed era raggiungibile soltanto a piedi, per un camminamento ripido e accidentato, ma una volta lì, lo scenario che si offriva allo sguardo mozzava il fiato, con la sua vista “da urlo" su Capri e sui Faraglioni. Lella e Massimo erano ottimi camminatori; agili e allenati, svettavano a passo lesto lungo il percorso sassoso, non altrettanto noi Ghianda che, per nostra natura, siamo poco inclini a muoverci pedibus calcantibus. Ma tant'è. L’affetto profondo e l'amicizia ultratrentennale che legavano papà ai Vignelli lo hanno indotto, per amor loro, persino a ‘scalare la montagna’, come si suol dire, e mai come in quel caso il detto fu calzante. Lella e Massimo ci raccontarono di aver scoperto quella casa alcuni anni prima – l’incontro cui faccio riferimento è avvenuto alla fine di luglio del 2002 – ed essendosene innamorati al primo sguardo, di aver chiesto all’anziana proprietaria di poterla acquistare. La signora, però, ha subito ricusato, per non privarsi di un bene appartenuto da sempre alla sua famiglia. Tuttavia, con il tipico acume e generosità della gente di quei posti, ha proposto loro di ristrutturarla come meglio credevano e di abitarla ogni volta che lo desiderassero, purché le consentissero di risiedervi nei periodi in cui loro erano a New York.

 

I Vignelli non se lo sono certo fatto ripetere due volte e, com'era nel loro stile, hanno trasformato un cumulo di pietre in un autentico gioiello, ovviamente minimale, nel totale rispetto della natura. Credo abbiano trascorso in quella casa le loro vacanze per quasi un ventennio ed è lì che nel 2011 è nato anche il logo della città di Salerno: un cerchio azzurro e blu con al centro una S giallo-arancione, le cui linee sinuose, nel loro calibratissimo rigonfiarsi, evocano la silhouette del dorso di un delfino nell'atto di immergersi in mare e al contempo anche quella del sole che si leva dalle sue acque oppure che in esse cala.

 

Lella e Massimo Vignelli in una delle loro ultime foto insieme (Ph. John Madere).


Se non lo trovi, disegnalo tu

 

La lunga attività creativa di Massimo Vignelli (Milano, 1931 - New York, 2014) e di Lella Vignelli (all'anagrafe Elena Valle, Udine, 1934 - New York, 2016) è stata contrassegnata dal motto “Se non lo trovi, disegnato tu". Il loro modus operandi affondava infatti le proprie radici nella “cultura del fare" (e del fare bene) propria del côté artigiano dell'Italia della prima metà del novecento, con rari epigoni nel cinquantennio successivo. Nelle botteghe d'allora accadeva che ogni artigiano fosse anche un esecutore totale, capace di riprodurre da sé, alla bisogna, gli attrezzi e gli strumenti dei quali necessitava; in mancanza di negozi dove andarli ad acquistare, o perché proprio non esistevano sul mercato, si ingegnava a costruirseli. Succedeva così, ad esempio, che un falegname fosse anche un fabbro per necessità e che si forgiasse da sé gli strumenti speciali che gli occorrevano (punte, punteruoli, sgorbie, lame, lamette, cerniere, perni, raspe o altro che qui non saprei dire). O che, viceversa, un fabbro, si improvvisasse falegname, laddove gli fosse stato necessario. Il tutto per raggiungere il fine ultimo del loro lavoro: la perfezione della forma da realizzare, nell’assoluta precisione esecutiva e nell'efficacia della sua funzione. Certo, direte voi, questo avveniva di sicuro nelle botteghe rinascimentali, in quell'epoca in cui non vi erano barriere tra i saperi, quando le discipline, così come ce le ha consegnate l'Illuminismo, non erano ancora state codificate e separate le une dalle altre. E non sbagliereste nell'affermarlo, perché era proprio una “coda lunga" dello spirito rinascimentale quella che ancora serpeggiava nel clima culturale in cui i Vignelli si sono formati ed è quel mood che, con intelligenza ed efficacia moderne, ma con maestria antica, essi hanno perpetuato in ogni millimetro del loro lavoro progettuale, sia che esso fosse a due dimensioni oppure a tre. Perché, come ebbe a scrivere Germano Celant nel 1990, anche se i Vignelli hanno lavorato per gran parte della loro vita in America, “non dimenticarono mai le loro origini italiane”.

 

Ed è proprio dallo spirito del “se non lo trovi, disegnalo tu" che è nato anche il volume Design: Vignelli, pubblicato prima negli USA (da Rizzoli International) e recentemente edito da Electa con testo in italiano. Perché questo libro, Massimo Vignelli se lo è costruito da sé, in un anno di progettazione e di riprogettazione contrassegnato dal milanesissimo: “fà e desfà l’è tüt laurà", che lo ha spesso indotto ad affermare: “Morirò e questo libro non sarà finito” (pag. 16), tanto spasmodica è stata la sua ricerca di perfezione dell’intento comunicativo. Perché questo libro non contiene solamente la summa del lavoro dei Vignelli progettisti, ma è esso stesso un oggetto-capolavoro del loro design minimale, rigoroso ed elegante, sia dentro che fuori: dalla copertina in tela rossa (anzi, Pantone/PMS Warm Red/#f54029, lo stesso rosso da loro utilizzato fin dagli anni sessanta per la Corporate Identity di Knoll e poi per moltissimi altri lavori, al punto da essersi meritato il titolo di “rosso Vignelli") al taglio delle pagine, anch’esso rosso, al progetto grafico di ogni singola pagina, perfetta nel suo equilibrio compositivo e nella sua asciutta grazia, ma soprattutto nell’efficacia della trasmissione del suo contenuto.

Questo libro è, in realtà, il totale ripensamento del volume omonimo, apparso nel 1990, andato subito esaurito e ormai fuori catalogo, corredato della documentazione dei progetti successivi a quella data. Quasi avesse avuto una premonizione, Massimo è davvero morto prima che il libro fosse finito, ma aveva fatto promettere alla sua collaboratrice, Beatriz Cifuentes-Caballero, di portarlo a compimento, e così, nel 2018, esso ha finalmente visto la luce.

 

Il volume si compone di circa 400 pagine, che contengono 11 saggi, scritti da storici dell'arte, della grafica e del design, cui fanno seguito altri capitoli, così scanditi: Il processo progettuale dei Vignelli, Primi lavori e Opere. Quest'ultimo è il capitolo più esteso, in cui si raccolgono le immagini dei lavori dei Vignelli, suddivisi in: Immagine coordinata; Design di libri, riviste e giornali; Packaging; Grafica architettonica e dei trasporti; Manifesti; Design di interni; Arredamento; Product Design. All'interno di ciascuna sezione, i progetti sono presentati in sequenza cronologica e, a discapito della distanza temporale che separa i primi dagli ultimi (a volte addirittura sessant’anni!), ciò che risulta evidente e che colpisce è la profonda coerenza formale che li accomuna, quell'unità stilistica che loro deriva dall'applicazione delle regole del “vignellismo”, raccolte nell'ormai famoso manuale Canone Vignelli (Postmedia Books, 2011), divenuto fin da subito una vera e propria bibbia per i giovani progettisti che si accostano al mondo del design.

 

Vignelli, alcuni progetti di graphic design: Cinzano, 1957; American AirLines, 1966; Lancia, 1981; Poltrona Frau, 1988; TG2, 1989; Knoll International, a partire dal 1966; Ford, 1966; Ducati, 1998; United Colors of Benetton, 1995; Città di Salerno, 2011; Piccolo Teatro di Milano, 1964; schema della metropolitana di New York, 1972.


Design is one 

 

Design is one era un altro dei motti dei Vignelli. Come già detto, Lella e Massimo progettavano con il medesimo rigore metodologico, la stessa creatività e l’identica attenzione alla funzione, un piccolo logo o l’immensa pianta della metropolitana di New York, un cucchiaio, o una città, per dirla alla Ernesto Nathan Rogers. Così, quando, nel 2012, i registi Roberto Guerra e Kathy Brew hanno loro dedicato un film-documentario, prodotto dalla First Run Features, il titolo non poteva essere altro se non “Design is one” (qui il trailer).

 

Vignelli, alcuni progetti di product design:lampada Fungo disegnata con Paolo Venini, 1955. stoviglie impilabili Compatto, per ARPE, 1964 (Collezione MoMA); poltrona Intervista, per Poltrona Frau, 1989. Sotto, alcuni lavori di packaging: la mitica big brown bag per Bloomingdale’s , 1972; le scatole per Fratelli Rossetti, 1984; le etichette dei vini dei Feudi di San Gregorio, 2001.


In margine

 

Se in Design:Vignelli, per ovvie ragioni di spazio, è stata operata una drastica selezione dei lavori dei due artisti, la quasi totalità dei loro progetti è invece consultabile presso il Rochester Institute of Technology di New York, cui i Vignelli l'hanno donata nel 2008, e che si conserva nel centro studi dedicato al design in un archivio che porta il loro nome e che loro stessi hanno progettato fin nel più minuto dettaglio.

 

Alcune delle realizzazioni di Pierluigi Ghianda su progetto di Lella e Massimo Vignelli. In alto: Acorn Chair poi prodotta da Sunar; croce per la chiesa newyorkese di St. Peter, 1977, in una foto che ritrae il Ghianda tra Massimo e Lella Vignelli, fatta in occasione del trentennale della inaugurazione della chiesa; prototipo di tavolo in legno e cuoio per Rosenthal Studio Line, 1982 circa. In basso: il diploma di selezione della sedia Acorn al Premio Compasso d’Oro del 1979; disegno di progetto di Massimo Vignelli della propria urna cineraria; l’urna realizzata in legno di ebano Gabon.


Forse al materiale lì raccolto potrebbe giovare un modesto contributo inedito, che concerne la collaborazione dei designer italo americani con Pierluigi Ghianda. Ed ecco allora, tra gli altri loro lavori comuni, insieme ai numerosi prototipi, la sedia Acorn (il cui nome altro non è se non la traduzione inglese della parola ghianda), dal mirabolante incastro che permette di congiungere tra loro cilindri lignei della medesima sezione, e che si è meritata una menzione al Compasso d’oro del 1979. O la croce della St. Peter Church di New York, realizzata nel 1977 con incastri a 45° altrettanto audaci. O ancora i prototipi degli arredi per Rosenthal Studio Line degli anni ottanta. E poi i pezzi speciali per il ristorante Marennà di Sorbo Serpico (Av), legato alla casa vinicola Feudi di San Gregorio, per cui Massimo nel 2001 aveva progettato le meravigliose etichette delle bottiglie di vino e in seguito tutta la loro brand identity aziendale. O ancora oggetti fuori commercio, dal destino privato, ad uso cioè riservato ai Vignelli medesimi o al loro entourage, dalla piccola boîte che ‘il Ghianda’ ha realizzato su loro disegno nel 2007 per celebrare il loro cinquantesimo anniversario di matrimonio, fino al contenitore più sacro e ad personam che si possa concepire: un'urna funeraria.

 

Massimo, infatti, fedele al motto “Se non lo trovi, disegnalo tu", si era progettato da sé e con largo anticipo persino la propria urna; desiderava infatti che quanto di corporeo sopravviveva di lui al mondo dimorasse in un contenitore connotato da una sublime perfezione, dal rigore e dalla bellezza e che risuonasse di echi filosofici e fosse portatore di memorie culturali universali, che fosse insomma improntato a quegli imperativi categorici sui quali aveva modulato tutta la propria esistenza di uomo e di artista. E così la sua urna non poteva avere altra forma se non quella ineffabile di un esaedro regolare, nel Timeo considerato il solido simboleggiante la terra, in virtù della sua stabilità statica, essendo, dei cinque solidi platonici, il meno soggetto al movimento. Vignelli aveva quindi progettato per sé un’urna cubiforme di dimensioni auree, per di più, completamente nera, quale cifra dell’avvenuto trapasso dalla vita alla morte.

 

Aveva quindi stabilito che dovesse essere eseguita in ebano Gabon, uno dei legni più preziosi che esistano in natura e in assoluto il più total black. Anche se al proprio interno l’urna aveva da essere giocoforza cava, stabilì che all'esterno apparisse come un blocco di legno compatto e uniforme, senza giunzioni evidenti, né tagli o cerniere visibili. Non restava che unire tra loro le facce per il tramite di incastri invisibili; tre di esse, poi, scorrendo sulle altre lungo gli spigoli, ne consentivano l’apertura e la chiusura. Fu Lella a volere fortemente che l’urna di Massimo venisse eseguita dalle mani sapienti dell’amico artigiano brianzolo, di certo per la sua competenza nell’arte degli incastri, ma anche a suggello di una collaborazione durata una vita e condotta nel nome di quella cultura del “fare” e del “fare bene" di cui i Vignelli sono stati forse tra gli ultimi, illustri protagonisti.

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