Padre Pino Puglisi, un eroe intermediale

Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi? Forse no, se si tratta di eroi intermediali.

Ma che cos’è un eroe intermediale? È un personaggio che circola fra piattaforme o strumenti comunicativi diversi, dalla tv al cinema, dai giornali ai fumetti, dai romanzi al teatro, internet compresa, amplificando o modificando la propria intima fisionomia nel passaggio fra ognuno di essi. Può essere una figura di finzione, come il commissario Montalbano o il maghetto Harry Potter. Può essere una persona realmente esistita nella storia, come Napoleone o Che Guevara. Oppure può essere, come di prammatica accade nella terra di Sicilia, una vittima della mafia.

 

Si prenda il caso di padre Pino Puglisi, che da qualche tempo in qua, anche a causa delle fibrillazioni per la sua beatificazione, rimbalza con qualche scossone fra media vecchi e nuovi, i quali manco a dirlo iniziano a rimbeccarsi fra loro. Ha cominciato la fiction televisiva 1000 giorni a Brancaccio, diretta da Gianfranco Albano e interpretata da Ugo Dighero e Beppe Fiorello. È seguito il grande Mario Luzi, che su Pino Puglisi ha scritto la bella poesia Il fiore del dolore, da cui è stato tratto uno spettacolo teatrale. Poi c’è stato Alla luce del sole, il noto film di Roberto Faenza con Luca Zingaretti nei panni del povero prete della triste periferia palermitana. Per non parlare degli interventi teatrali di Ficarra e Picone, che “zio Pino” conoscevano dalla scuola, o degli innumerevoli siti, blog, richiami su Facebook. E adesso arriva questo denso libretto Pino se lo aspettava di Marco Corvaia (Navarra editore, prefazione di Bianca Stancanelli, pp. 63), una specie di racconto autobiografico a metà strada fra la letteratura immaginativa e la cronaca impattante.

 

Corvaia racconta la storia di Puglisi da un punto di vista tanto originale quanto veridico: quello di un vicino di casa con cui per caso si trova a entrare in contatto. Figura troppo umana che non solo conosceva sin da bambino il primo martire della mafia nella storia, abitando nel medesimo nefasto quartiere in cui entrambi erano nati, ma per giunta ha assistito in diretta alla sua uccisione conducendolo, incredulo, al pronto soccorso e sperando ancora di poterlo salvare. Una testimonianza a dir poco toccante, quella di una persona ostinatamente comune che, come racconta l’autore, osservava imbambolato in quel momento terribile, sull’autoambulanza, che il prete dall’eterno sorriso aveva le suole bucate. Lui, proprio lui figlio di ciabattino e ciabattino a sua volta, da ragazzo, prima di intraprendere il percorso eroico che dalla sacrestia di una borgata pretesa qualsiasi lo ha condotto a una morte a dir poco annunciata.

 

“Me lo aspettavo”, sembra abbia sussurrato Puglisi con le pallottole già in corpo. Da cui il titolo del libro, che ben sintetizza il destino di quest’ennesima vittima di Cosa nostra e, più a fondo, dell’atavica incultura su cui la criminalità organizzata si pasce, forte solo della propria selvaggia, cupa violenza. Insegnare un po’ di umanità a un bambino era già un modo per contrastarla. Da cui l’agghiacciante esecuzione.

 

Corvaia a un certo punto del suo testo se la prende con il film di Faenza perché, a dire del suo narratore, ha trasformato l’assassinio notturno sotto casa del prete in un’esecuzione in piazza e in pieno giorno, travisando la realtà dei fatti. Alla luce del sole, s’intitola il film; e alla luce del sole decide di narrare il delitto mafioso. Ecco una piccola guerra tra media che tanto sa di tempeste in tazze di tè: “il cinema ha delle regole a cui attenersi – leggiamo nel libro –, ma un mezzo di comunicazione così potente ha dei doveri quando affronta storie come questa, non deve rischiare di manomettere la verità”.

 

Vale la pena di prendersela tanto? Non è meglio far fronte comune, ognuno coi propri specifici mezzi di espressione e di comunicazione? Inutile, pensandoci bene, prendersela con il film di Faenza perché “non dice la verità”. Non è quello il problema. Quel film fa piangere, fa pensare, fa incazzare. Ed è ciò che appunto deve fare. Mica deve banalmente dire la verità. Si tratta, direbbero i filosofi, di un testo performativo, di un’opera cioè che spinge ad agire, a patire, a indignarsi. E con ciò fa benissimo il suo lavoro, quello del medium che sta usando, del linguaggio che sta parlando. Altra cosa fa il libro di Corvaia, che affronta la storia in modo più intimo, meno spettacolare, più commovente forse, certamente meno generalista.

 

Meno male insomma che i media sono tanti, i linguaggi sono tanti, i messaggi sono tanti. Ognuno di essi mette in opera una propria prospettiva narrativa, proprie idee, propri valori. Rendendo forse un po’ meno disgraziata una terra che – stramaledettamente – ha continuo bisogno di eroi.

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