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11 marzo 2011 / Fukushima mon amour

Pika!   L’11 marzo 2011, sulla costa est del Giappone, si è verificato un triplo incidente, nell’ordine: terremoto del Tōhoku di magnitudo 9, tsunami con onde alte oltre 10 metri e catastrofe della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. 15.703 vittime accertate, 5314 feriti, 4647 dispersi. Nel giorno in cui ricorre l’ottavo anniversario, in un Paese che, secondo il discorso pubblico dominate, è tutto proiettato all’organizzazione delle Olimpiadi del 2020, vale la pena interrogarsi sul suo impatto sull’arte. Nei giorni che seguono l’11 marzo gli artisti giapponesi sono sotto choc, come il resto della popolazione: l’arte è incapace di affrontare un trauma di queste proporzioni. Alcune voci scuotono da subito le coscienze: restare con le mani in mano è un nonsense, come sostiene in un messaggio video accorato Ellie, leader del collettivo giapponese Chim↑Pom.  Fondato nel 2005, è composto da sei membri poco più che ventenni (Ellie, Ryūta Ushiro, Yasutaka Hayashi, Masataka Okada, Toshinori Mizuno, Motomu Inaoka) che bazzicano la Bigakkō, una scuola d’arte anti-accademica di Tokyo. Erede di una tradizione dada e situazionista, segnato da un forte impegno sociale e da un’...

Elle est retrouvée. Quoi ? – L'Eternité / Gio Ponti

Il più bel libro su Gio Ponti (1891 – 1979), per la sua visione lungimirante e per la ricchezza dei contributi che contiene, lo ha curato Ugo La Pietra nel 1995 (Rizzoli) e la più bella mostra su di lui, per la qualità e la quantità dei pezzi esposti, per la magia dell'allestimento e il prestigio della sede ospitante, è in corso al MAD di Parigi (fino al 5 maggio 2019), mentre un omaggio per celebrare il quarantesimo anniversario della sua morte è in preparazione al MAXXI di Roma (novembre 2019 – aprile 2020). Tra le due soglie temporali che separano l'uscita del libro di La Pietra – preceduto, cinque anni prima, da quello della figlia del maestro, Lisa Licitra, intitolato Gio Ponti: l’opera, per i tipi di Leonardo – dalla mostra al MAD, è di fatto avvenuta dapprima la ‘scoperta’ critica di Ponti e quindi la sua consacrazione ad archistar. Infatti, prima degli anni novanta del secolo scorso, su Ponti si era sempre scritto in modo rapsodico e settoriale, senza che si fosse mai studiata nel suo complesso la sua figura articolata e poliedrica di progettista a tutto campo, di promotore culturale e di teorico (o forse sarebbe più appropriato definirlo divulgatore) dell'architettura e...

A Napoli e Roma a trent’anni dalla morte / Mapplethorpe. Classical form on unthinkable images

Il 9 marzo del 1989 muore di AIDS Robert Mapplethorpe. Ha all’epoca quarantatré anni ed è uno dei fotografi più rappresentativi della scena artistica statunitense di cui incarna, tra gli anni Settanta e Ottanta, l’anima oltraggiosa, irriverente e contestataria. Le sue fotografie, caratterizzate da una cifra stilistica singolare, capace di unire lo scabroso e il glamour, sono, al di là dello splendore formale, un mezzo di riflessione su temi controversi come l’omosessualità, la pornografia e la sfera erotica in genere, la cui forza risiede – come annotava la scrittrice americana Joan Didion – nella forma classica applicata a immagini ‘impensabili’.      Dopo un’infanzia e un’adolescenza formalmente integrata nei costumi di una famiglia cattolica della media borghesia di origine irlandese (i cui valori rientreranno, seppur stravolti, in alcuni aspetti della sua ricerca), Mapplethorpe si iscrive al Pratt Institute di Brooklyn e, negli anni delle rivolte studentesche e delle contestazioni, entra in contatto con la nascente cultura underground newyorchese, con i suoi fermenti politici, artistici e letterari, legandosi per alcuni anni a Patti Smith. È lei a regalargli la...

Mast di Bologna / Thomas Struth. Nature & Politics

Iniziamo dalla fine. L’ultima fotografia della mostra “Nature & Politics” di Thomas Struth al Mast di Bologna si intitola “Seestück, Donghae City”. Si vede il mare. Ci sono quasi tutti gli elementi primordiali entro cui ogni cosa può prendere forma: aria, terra, acqua. Le onde, le rocce, la schiuma portano il nostro sguardo verso la linea dell’orizzonte. Ci invitano ad andare altrove. Cosa rappresenta? Il futuro? O la linea che separa ciò che esiste da ciò che esisterà anche dopo l’uomo? È questa la “Nature” del titolo. Tutto il resto è “Politics”, ovvero ciò che la “polis” è diventata, l’ultimo elemento: fuoco e tecnica.  Le foto mostrano macchine, dispositivi e installazioni di una tecnologia all’avanguardia. Thomas Struth si muove in mondi il cui accesso ci è solitamente precluso e ci mostra una serie di sperimentazioni scientifiche e interventi che in un momento imprecisato, nel presente o nel futuro, in modo diretto oppure mediato, faranno irruzione nella nostra vita. Le didascalie non sono d’aiuto. Le parole aggiungono mistero al mistero. Le definizioni non definiscono: Measuring, Stellarator Wendelstein, Tokamak Asdex Upgrade, Laser Lab o Grazing Incidence...

Carnet geoanarchico 10 / Dietro la Grande onda

Bologna a febbraio ha già qualcosa di primaverile. Una primavera silenziosa, come quella di Rachel Carson che, nel remoto 1962, lanciava uno dei primi allarmi ambientali spiegandoci che le molecole di DDT e di altri fitofarmaci erano ormai reperibili in ogni parte del globo. Da qui Silent Spring, una primavera muta, senza più il ronzio degli insetti, senza più uccelli. Camminando per Bologna, tra folle domenicali che approfittano dei primi tepori e negozi spalancati per simulare come in un timido carnevale di Rio la correttezza di intenti del neoliberismo cannibale (quello per cui stiamo letteralmente divorando il nostro futuro), camminando per Bologna, guardando i pochi alberi del centro, noto qualcosa di strano, ad esempio che, a dispetto di un’aria mite e profumata e una insensata atmosfera di festa, i calicanti sono fioriti con due mesi di ritardo e i quattro alberelli del cosiddetto arredo urbano sono già esplosi in una nuvola rosa. Davvero troppo tardi, davvero troppo presto, segnali inequivocabili di un disordine stagionale, ambientale, forse mentale. Mi ha sempre fatto riflettere la volubilità simbolica dei fiori: mentre il ciliegio è qui da noi un’immagine positiva di...

Un peculiaretravestito nella Berlino del XX secolo / Charlotte von Mahlsdorf: “Sono la moglie di me stesso"

Lothar Berfelde, aka Charlotte von Mahlsdorf. Avete presente quelle stanze un po’ soffocanti, colme di mobili massicci, riccamente intarsiati, di divani dai braccioli scolpiti con rivestimenti in tessuto damascato che pare sempre polveroso, di credenze, tavoli e sedie con gambe a torciglione, colonnine, pinnacoli? Stanze in cui, se anche si aprono le finestre, l’aria resta pesante, in cui applique e lampadari ridondanti mandano una luce tutto sommato fioca che rischiara a stento i ninnoli ammassati nelle vetrinette e sui ripiani? Ecco. Tutto comincia da lì. Dalla mobilia che i borghesi tedeschi e austriaci avevano scelto per arredare i propri appartamenti in case che, nella struttura architettonica e nelle facciate, riprendevano gli stessi principi degli intérieur: sovrabbondanza di stili, ostentazione, opulenza, gusto discutibile.   Stanza in stile Gründerzeit al Gründerzeitmuseum di Berlino. Mi riferisco al periodo storico detto Gründerzeit, convenzionalmente collocato nei decenni che stanno a metà del XIX secolo, tra gli anni Quaranta e la crisi della borsa del 1873. Anche se secondo alcune scuole si protrae fino all’inizio del Novecento. Anni che videro lo sviluppo...

Brasile / I (non tanto) tristi tropici di Pierre Restany

Rimontando il Rio Negro   Giovedì 3 agosto 1978, lungo il fiume Rio Negro, sul battello a motore Robeson-Reis, il critico francese Pierre Restany prende appunti su un taccuino. In costume, camicia aperta e cappello per ripararsi dal sole e dagli insetti, scrive fino alle 11 circa del mattino. Un luogo inusuale per un cittadino come lui, che fa la spola tra due spazi urbani quali Parigi e Milano e, prima di visitare il Brasile, non sapeva camminare a piedi nudi sulla sabbia. Un’esperienza inaspettata per un critico che difende una generazione di artisti segnata dalla civiltà industriale, dall’umanesimo tecnologico, dall’estetica neo-dada. A coinvolgere Restany in questa traversata nell’estremo nord del Paese a partire dal porto coloniale di Manaus, sono due artisti, entrambi non brasiliani: Sepp Baendereck nato in Jugoslavia e Frans Krajcberg, nato in Polonia. I due, che hanno già esplorato assieme l’Amazzonia nel 1976, partono con l’idea di realizzare un film sulla biodiversità della regione. Restany non è nuovo al Brasile: nell’agosto 1961 il critico d’arte marxista Mário Pedrosa, tra i membri fondatori dell’AICA di Parigi nel 1949, lo aveva invitato a far parte della giuria...

Bellezza / L’architettura di Adriano e la matematica di Dirac

Il braccio destro della Statua dell’imperatore Adriano (II secolo d.C.) riprodotta in copertina si sovrappone alla lettera “D”, mentre il braccio sinistro s’impiglia nella lettera “N”. Un bisticcio grafico fra l’immagine dell’imperatore e la scrittura del suo nome che disorienta, quanto quello storiografico. Incostante e instabile secondo l’anonima Epitome de Caesaribus composta alla fine del IV secolo d.C.; uno degli imperatori più giusti, secondo Niccolò Macchiavelli; “un Führer, un Duce, un Caudillo” dei sui tempi, secondo lo storico Ronald Syme.   Andrea Carandini ed Emanuele Papi, Adriano, Roma e Atene. Particolare della copertina del libro. Per gli archeologi Andrea Carandini ed Emanuele Papi, Adriano fu soprattutto un imperatore architetto. Il saggio Adriano, Roma e Atene (UTET, Milano 2019) scritto dai due studiosi di arte antica ha la particolarità di dedicare numerose pagine alle imprese costruttive con le quali Adriano rinnovò l’aspetto urbanistico e architettonico dell’impero, in accordo con il suo fermo proposito d’imprimervi un ordine giuridico, amministrativo e militare coerente.    Andrea Carandini ed Emanuele Papi Adriano, Roma e Atene, Tavola...

Solitudine oggi / L’ala del clochard

Nel grande circo del cinismo sociale anche quest’anno abbiamo assistito al numero del “barbone morto di freddo”, come sempre ben eseguito: tutti a constatare che i barboni esistono, e che tuttavia nessuno sa trovare il modo di superare la loro misera sorte, inchieste e speciali, contriti dibattiti (molto efficace il reportage di “Internazionale”, qui). Ma lui, il barbone, è ancora lì sulla strada, anche dopo la discussione, dopo la trasmissione “partecipata” e l’emozione narrata dallo scrittore. Tranquilli, l’inverno prossimo ce ne saranno altri a morire di freddo, e ci sarà altro rammarico e altra costernazione. Loro, i barboni, saranno comunque lì a presidiare il mondo con il loro grido assoluto di estraneità.   Quegli uomini del nulla che si instaurano come degli ingombri nella nostra vita di tutti i giorni vengono recepiti per lo più come degli esseri “venuti male”, uomini sì, ma non del tutto, e pertanto le loro vite pregresse non sono nemmeno degne di considerazione: in fondo tanti uomini dopo una separazione hanno saputo ritrovare l’equilibrio e la voglia di andare avanti, molti espulsi dal lavoro si sono umilmente rassegnati a cercarne un altro, per mantenere i figli...

Tate Modern / Pierre Bonnard. The Colour of Memory

Una foto di André Ostier ce lo mostra settantaquattrenne, affaticato e malinconico, seduto al sole col suo cagnolino sulle gambe piegate e lunghissime e tra le mani forti e grinzose. Si apre così la mostra che la Tate Modern dedica ora a Pierre Bonnard, con l’obiettivo di dimostrare che il grande pittore espressionista dell’intimità e dell’immediatezza fu soprattutto ossessionato dalla memoria e dalla durata: Pierre Bonnard. The Colour of Memory (fino al 6 maggio; catalogo a cura di Matthew Gale, Tate Publishing, 240 pp., £25). Prendendo come spunto due suoi famosi ‘ritorni’, Nu à contre-jour e Jeunes femmes au jardin, dipinti intorno agli anni Venti, ma rivisitati e modificati in un momento successivo, addirittura oltre vent’anni dopo nel secondo caso, la mostra insiste sullo sguardo idealizzante di Bonnard, capace di trasfigurare il dato iperrealistico di partenza fino a trasporlo in una dimensione atemporale che guarda all’eterno. Dipingeva quasi solo a memoria, del resto, cercando di catturare attraverso il ricordo l’essenza della visione anziché farsi condizionare dal contesto riproducendo dal vivo.   Pierre Bonnard, Nu à contre-jour. Tutt’altro che interni borghesi e...

24 febbraio 1979 / Luigi Di Sarro, un artista da ricordare

Il 24 febbraio del 1979 moriva a Roma Luigi Di Sarro. Erano gli anni di piombo, un periodo denso, cupo e violento per l’Italia, politicamente e culturalmente, in cui i fermenti politici del decennio precedente, la mobilitazione di giovani, operai, donne, studenti, venivano catturati nel vortice della “strategia della tensione” e della lotta armata. È in questo contesto agitato che nasce la “legge Reale”: nel 1975, il governo Moro introduce in nome della lotta al terrorismo un inasprimento della legislazione penale, consentendo tra l’altro alle forze dell'ordine di usare le armi non solo in presenza di minacce esplicite. Molte sono state le vittime innocenti di quella legge (254 morti e 371 feriti nei primi 15 anni di applicazione) e tra queste Di Sarro, ucciso a due passi da San Pietro a Roma, mentre tornava in automobile a casa da una festa.  Aveva 37 anni, era un artista.   Luigi Di Sarro, Autoritratto, Scrittura luce e movimento in tre posizioni, 1975. Dagli anni Sessanta aveva lavorato con tecniche e linguaggi diversi, secondo un’attitudine sperimentale e aperta, attenta, prima che alle immagini, al loro processo costitutivo, coerentemente alla sua ‘altra’...

Intervista ad Alberto Sinigaglia / Inventario di frammenti

Per Alberto Sinigaglia (1984) la costruzione di un progetto è come un’indagine, che continua a evolvere per costruire un linguaggio visivo, al contempo personale e universale, per dare forma a pensieri e a riflessioni specifiche, e per fare luce su alcuni meccanismi ancora non rivelati. La fotografia è il suo mezzo privilegiato di comunicazione, il modo di affrontare e analizzare la realtà. I progetti, sebbene riguardino temi diversi, sono legati da concetti ricorrenti e da processi di esplorazione allargati: invitano lo spettatore in uno spazio di speculazione, dove sono disseminati indizi, tracce, intuizioni, che supportino ipotesi e ulteriori narrazioni e letture. Sinigaglia è da considerare un inventore di frammenti, i quali vengono utilizzati per mettere in discussione la nostra conoscenza visiva del mondo.    Big Sky Hunting (2013) è un viaggio ad ampio raggio, dove l’intangibile, la finzione, le contraddizioni e la reinterpretazione del veduto vengono messi in gioco per esplorare territori che vanno oltre le rappresentazioni descrittive e per analizzare la nostra percezione del cosmo e le connessioni indotte. Attraverso la raccolta di vecchi documenti fotografici...

Un progetto dedicato alla lettura / Coquelicot Mafille. Essere intreccio

Incontro Coquelicot Mafille in una mattinata di inizio febbraio: fredda, tersa, con un cielo azzurro che fa pensare alla fine dell’inverno, alla rinascita, alla preparazione per qualcosa di nuovo e imprevisto. Milano sotto questa luce è bella come è bella in questi ultimi anni e il Walden Cafè si trova in una posizione privilegiata, in via Vetere, con affaccio sul Parco delle Basiliche. Il Walden Cafè è un luogo accogliente e inondato di luce, un caffè letterario con una selezione di testi molto interessante e una cucina quasi esclusivamente vegana. Coquelicot mi aspetta al bancone mentre chiacchera amichevolmente con Delis, che si occupa del bar e insieme gestisce anche la programmazione culturale del locale. Qui dal 30 gennaio (fino al 28 febbraio) sono in mostra alcuni suoi lavori pensati e realizzati a partire dal 2016, e ora esposti per la prima volta.    Il progetto, che si intitola Lectures, è dedicato alla lettura, o meglio all’atto di leggere in sé: disegni stampati su cartoncino rappresentano donne, uomini e bambini con un libro in mano, intenti a leggere o assorti nei propri pensieri; su questi è poi ricamata una scritta che indica i dati del libro, ovvero...

Femminismo e crisi della modernità / Soggetto nomade

La mostra “Soggetto nomade”, composta da più di cento immagini, a cura di Cristiana Perrella e Elena Magini inizia proprio nel momento in cui si intuisce che ogni immagine è un luogo di sosta temporanea e per questo ogni immagine deve essere liberata dalla sua natura sedentaria. Rosi Braidotti, a cui si sono ispirate le curatrici, essa stessa nomade e poliglotta, nell’introduzione alla sua raccolta di saggi intitolata proprio Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità (Donzelli, 1995) riassume così l’essenza del suo lavoro: “in esso si susseguono una serie di traduzioni, spostamenti, adattamenti a condizioni in continuo mutamento. Per dirla in altri termini, quel nomadismo che sostengo come opzione teorica si rivela essere anche una condizione esistenziale”. E inoltre: “il soggetto nomade è un mito, un’invenzione politica e mi consente di riflettere a fondo spaziando attraverso le categorie e i livelli di esperienza dominanti: di rendere indefiniti i confini senza bruciare i ponti”.    Proprio questo accade mentre si guardano le immagini: pensiero ed esistenza si confondono, anzi l’esistenza e l’esperienza coincidono con il pensiero. Tutto è in movimento. Lungo...

Dada e Surrealismo a Alba / Avanguardia e sogno

Ah, le avanguardie! Ma perché a un certo punto se ne è parlato così male? Traditi, pentiti, disillusi? Si rimprovera loro quello che si dà per scontato oggi? Cioè che il mondo è quello che è, che là fuori è la giungla, che il sistema... Sia come sia, però, insomma, un’effervescenza, un impegno, un coinvolgimento tali che sembra che si inventasse qualcosa ogni giorno per sé e ogni settimana in condivisione, ogni opera era l’elaborazione dentro la propria poetica di un’idea che circolava. Oppure diciamolo così: quelle beghe, quelle contraddizioni, quei fallimenti che gli si rimprovera, erano la vita stessa di quella vita, e la sua nuova forma. Nostalgia? No, grazie, si fa solo per dire, per invitare a visitare una mostra di più, leggere una rivista di più, tentare qualcosa diversamente. Una rivista: quando leggo “Mousse” – purtroppo ora solo in inglese, ma è un segno non solo di mercato ma anche di pubblico interessato – a volte ho l’impressione che in certe capitali internazionali ci sia ancora questo fermento, naturalmente di altro tipo, su altri registri, ma si ha l’impressione che un dibattito ci sia, che gli artisti e i critici si confrontino su argomenti che condividono, che...

Asakura / Tra Oriente e Occidente. Un viaggio a Tokyo

Al visitatore occidentale il nome di Asakura non dice granché. Eppure capita di essere presi da una singolare emozione nell’entrare in queste stanze, dopo essersi tolti le scarpe e averle riposte nel sacchetto di plastica che il museo mette a disposizione. In Giappone anche il minimo dettaglio è pianificato. Prima ancora di essere entrati nella casa-museo, si è già varcata una soglia che resta per lo più invisibile al viaggiatore occidentale. Prima ancora che se ne accorga, è già dentro un cerimoniale minimo, ma inaggirabile, di vestizioni e svestizioni, di atti e di posture. In fondo quella giapponese è una cultura della soglia. Lo si scopre ben presto, visitando i templi buddisti o scintoisti o i monasteri zen.  Il 朝倉彫塑館 (nome inglese: Asakura Museum of Sculpture) è la prima e unica casa-museo che visiteremo durante il nostro viaggio in Giappone, un paese che ha con il nome proprio e le sue sopravvivenze un rapporto evidentemente molto differente da quanto capita in Occidente. Fumio Asakura (1883-1964) è stato uno scultore di assoluto rilievo all’interno dell’arte giapponese del ’900.   All’interno di questa casa non solo ha vissuto e lavorato, ma vi ha anche istituito...

Al Mudec di Milano / Paul Klee, archeologo della pittura

“Nella grafica albergano i fantasmi e le fiabe dell'immaginazione, e nello stesso tempo si rivelano con grande precisione.” Paul Klee, La confessione creatrice   Paul Klee è uno di quegli artisti che subisce l’ingiusta condizione di essere oscurato dalla troppa notorietà. Sovente derubricato dal pubblico nella polverosa categoria dei classici scolastici, la sua opera è invece un fuoco d’artificio di scoperte, intuizioni, tuffi in profondità in epoche e culture lontane. L’occasione per guardare ad essa con occhi ripuliti dai preconcetti è la splendida mostra in corso al Mudec di Milano Paul Klee. Alle origini dell’arte, a cura di Michele Dantini e Raffaella Resch, nella quale i curatori indagano in profondità l’aspetto del primitivismo di Klee e la genesi della sua opera.  La mostra è frutto di un lungo lavoro di ricerca e raccoglie oltre cento opere provenienti da prestiti importanti, in particolare dal Zentrum Paul Klee di Berna, di cui alcune inedite in Italia. Divisa in cinque sezioni, nasce con il dichiarato intento di fare chiarezza sulle fonti del suo lavoro, percorrendo a ritroso le vie battute dall’artista per decostruire il mito del Klee “sciamano” e dare...

La strada al MAXXI di Roma / Dove si crea il mondo

Lo spazio è saturo di rumori, echi, suoni, voci. Dal frastuono emerge un fischiettio insistente e stonato, come se qualcuno si sforzasse di riprodurre melodie familiari, mentre schermi e monitor proiettano bagliori colorati. Il primo impatto con La strada. Dove si crea il mondo, la grande mostra aperta lo scorso 7 dicembre al MAXXI di Roma (fino al 28 aprile 2019) evoca la saturazione sensoriale, lo strepito assordante di una strada, uno spazio di movimenti, flussi, architetture, oggetti, veicoli, corpi, segni e gesti in perpetua trasformazione. Con oltre 200 lavori di 140 artisti internazionali, la mostra curata da Hou Hanrou è una prova coraggiosa e per molti versi controcorrente che susciterà attenzione e dibattito, senz’altro uno dei progetti più ampi e ambiziosi della sua attività di direttore artistico dell’istituzione romana (mirabile e per certi versi tangente a questo fu Open museum open city del 2014).    Sacrificando alcuni aspetti ormai canonici della pratica curatoriale, della strada la mostra ci restituisce la virulenza: ogni opera si presenta in tutta la sua fisicità, fatta di suono, colore, e spazio, vicina alle altre, a noi e agli altri, con una...

Eva Marisaldi al Pac / La grazia del provvisorio

Iniziamo col dire che è ora di riguardare questa generazione di artisti italiani che ormai hanno passato i cinquant’anni e che è importante che vi contribuisca un’istituzione come il Pac (Padiglione d’arte contemporanea) di Milano. Ma soprattutto è importante perché sono artisti che, pur avendo alcuni fatto parte di raggruppamenti all’inizio abbastanza identificabili, non hanno dato vita a tendenze omogenee e non hanno assecondato un mercato, un “sistema”, che si basa su un’idea di riconoscibilità iconica. Certo non è stato un caso. Per dirne una: dopo l’Arte Povera, dopo la Transavanguardia, che vuol dire dopo le strategie e le posizioni forti, a loro modo dogmatiche, comunque enfatiche ed escludenti, l’idea era quella della ricerca di altre modalità di intervento, di smarcamento e di libertà innanzitutto, a costo dunque di “debolezze” e di incomprensioni, anzi usate come smarcatura. Non è stato così anche, su altri piani, per il Pensiero debole, appunto, o per il Settantasette, inteso come movimento di protesta? Dunque dopo Luca Vitone, ecco Eva Marisaldi, scelta non scontata ma rispondente a quanto appena detto.   Eva Marisaldi, Trasporto eccezionale, Pac 2018, ph Claudia...

Palermo, Milano / Antonello da Messina

Sono gli occhi di Antonello, meglio ancora lo sguardo o forse più esattamente l’espressione, a ipnotizzare l’osservatore, cui sembra di essere osservato, a volte scrutato, altre adocchiato oppure disdegnato o anche interrogato. La sensazione si avverte anche visitando la mostra su Antonello da Messina che dopo il 10 febbraio da Palazzo Abatellis a Palermo si trasferirà fino al 2 giugno a Palazzo Reale a Milano. Sono occhi ovali molto grandi, che rimpiccioliscono solo in presenza di un accenno di sorriso, una smorfia di dolore come nelle Crocifissioni e un contegno altero per l’abbassarsi delle palpebre. Occhi che diventano davvero lo specchio dell’anima rivelando il segreto di un artista psicanalitico che dotò il genere del ritratto di uno strumento definitivo per penetrare la coscienza umana: l’espressione degli occhi appunto. Per di più Antonello fu tra i primi a valersi di una tecnica che diciamo oggi   cinematografica, l’inquadratura in soggettiva, dove la persona ripresa o ritratta guarda il suo interlocutore come se gli stesse parlando. Lo sguardo diventa allora signum individuationis, il momento di contatto tra chi è raffigurato e chi se lo figura, con in mezzo il...

Percezione / Sul guardare e il rabbrividire

1. ETIMOLOGIA. Sfogliando quel libro inesauribile che è Note, o della riconciliazione non prematura (1944-54), dello scrittore svizzero di lingua tedesca Ludwig Hohl, per esempio nella sua ultima sezione, la XII, intitolata Immagine (Spirito – Mondo – Riconciliazione – Il reale), alla nota 45 si legge questo:    Sarebbe bello se il guardare [schauen] e il rabbrividire [erschauern] fossero legati dall’etimologia.   2. Poche pagine prima, Hohl scrive: “È impressionante, quello che noi tutti non vediamo” [nota 25]. E, ancora, qualche nota dopo: “Guardare in realtà è tutto; sapere sempre induce in errore (questo è il sapere che pretende durare; il sapere più alto può durare solo un istante, soltanto l’istante in cui esso sorge è contenuto nel guardare). [...] La nostra sola possibilità è di guardare.” [nota 34]. Per poi aggiungere: “Gli uomini non vogliono vedere – solo ciecamente andare al di là di tutto – quando la legge stessa della vita è la visione.” [nota 46].   2bis. (In una fotografia che ritrae Ludwig Hohl nello scantinato in cui abitava a Ginevra, si vedono dei fili tirati lungo una parete e attraverso la stanza, da un muro all’altro, sopra il tavolo dove...

Palazzo Buonaccorsi, Macerata / Lotto l'oscuro

Vedere o rivedere i quadri di un pittore che si ama è un ottimo motivo per viaggiare. Le Marche sono belle da attraversare longitudinalmente, lungo l'autostrada che scende verso sud. Si capisce perché hanno un nome plurale. Ogni Marca ha le sue colline. E ognuna fa bella mostra di sé e si crede più bella della vicina. Osimo, Loreto, Recanati. Anche se si fronteggiano in pochi chilometri ogni collina parla la sua lingua. Scendendo più a sud le città storiche non sono più sul mare, ma nelle loro piccole valli protette da montagne e alte colline. Macerata, bella e sorniona sul suo luminoso altopiano, ospita una mostra bellissima dedicata a un suo antico pittore, veneziano ma marchigiano d'adozione, Lorenzo Lotto l'oscuro, il fuggitivo, l'incompreso, lo scrutatore d'anime, maestro di composizione e superbo ritrattista del sedicesimo secolo.   La mostra, suscitata da una serie di mostre di grande rilievo internazionale (al Prado di Madrid e alla National Gallery) è ospitata con stile nello storico palazzo Buonaccorsi. Le Marche partecipano a pieno titolo a questo non programmato anno dedicato al Lotto. Nei suoi diversi passaggi, in età giovanile e in età avanzata, Lotto ha...

Classico Pop / La catastrofe che incombe

L’imperatore Settimio Severo aveva la pelle scura e parlava latino con forte accento punico. Come molti dei migranti odierni, proveniva dalla Libia. La mostra Roma Universalis. L’impero e la dinastia venuta dall’Africa (Colosseo, Foro Romano e Palatino, fino al 25 agosto 2019) ricostruisce la storia della dinastia imperiale dei Severi (dal 193 al 235 d.C.). La loro dominazione coincise con una stagione di riforme fra le quali la Constitutio Antoniniana proclamata nel 212-213 d.C. da Antonino Caracalla che concesse la cittadinanza romana ai figli delle coppie miste, agli schiavi liberati e agli abitanti delle regioni più periferiche dell’impero.  Che ne è della legge italiana sulla cittadinanza per nascita (ius soli), approvata dalla Camera il 13 ottobre 2015 e da allora in attesa di essere esaminata dal Senato?    Ritratti della dinastia dei Severi con Antonino Caracalla che volge lo sguardo corrucciato verso il visitatore. Forse sta pensando alla seduta del nostro Senato del 23 dicembre 2017, nel corso della quale si doveva votare lo ius soli, disertata da M5S, da tutta la destra e anche da una parte del centrosinistra. Possiamo rispecchiarci nella politica...

Atelier dell’Errore / Piccola Liturgia Errante

Jack London, l’enfant terribile della letteratura americana, diventa uno dei più noti scrittori a ventiquattro anni, dopo aver tentato la fortuna in mille modi, come pirata di ostriche nella baia di San Francisco, cercatore d’oro nel Klondike o cacciatore di foche nel Pacifico. Un’esperienza determinante nella sua formazione fu il periodo di vagabondaggio, quando ancora teenager si unì ai numerosi gruppi di adolescenti senza famiglia che vagavano come piccole bande di diseredati in giro per gli Stati Uniti. Nel libro autobiografico The Road London racconta di alcune cose fondamentali per la sua carriera letteraria apprese in quel suo vagabondare senza meta: oltre alla lingua viva, espressiva, potente parlata dai suoi compagni di ventura, una lingua certo non libresca né di maniera, London imparò l’importanza di saper raccontare storie. Per essere capaci di procurarsi il cibo necessario per sopravvivere bisognava essere bravi narratori. “Dall’abilità di raccontare storie dipende la riuscita di un mendicante” scrive London; devono essere storie verosimili, non necessariamente vere, storie spesso inventate al momento, in risposta a situazioni impreviste, guardando in faccia il...