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6 settembre 1944 - 14 luglio 2021 / Christian Boltanski: la resistenza all'entropia del tempo

Per tutta la vita Christian Boltanski ha incarnato l'impulso forse più antico e profondo che spinge l'uomo a fare arte: resistere alla morte, all'entropia del tempo, all'indifferenza del caso di fronte al quale siamo tutti unici e tutti uguali. Si è spento il 14 luglio, a 76 anni, ma i suoi atti di resistenza resteranno a lungo, in giro per il mondo, prima di arrendersi all'entropia. Il suo cuore, per esempio, continuerà a battere in una stanza in penombra sull'isola di Teshima in Giappone, pulsando in sincrono con una lampadina che illumina a intermittenza pareti rivestite da pannelli neri specchianti. E batterà finché questa installazione permanente sarà ospitata in quel museo che sembra una bianca astronave aliena affondata sul fianco della collina e aperta verso il cielo e l'oceano. «L’artista per me è come se avesse sulla faccia uno specchio così che ognuno quando lo guarda possa dire: “sono io”», ha detto in questa bella intervista.   Si potrebbe pensare che è un privilegio esclusivo dell'artista, che può lasciare in custodia le sue reliquie in luoghi come questo, adibiti al culto dell'arte. Niente di più lontano da Boltanski. «Il ruolo e lo scopo dell’artista è di...

Visite guidate (2) / Govert Flink, Bambina accanto al seggiolone

Alla Maurithuis di L’Aia c’è un ritratto di Bambina accanto al seggiolone di Govert Flink, del 1640, che senza andare a pescare tra i Bambin Gesù o Giovannini vari, e nemmeno tra i Bronzino e i Velasquez o altri bambini olandesi in quadri di famiglia come quello di Pieter Fransz de Grebber di Lisbona di cui ho già parlato, o anche da soli, come certi Franz Hals o Judith Leyster, mi ha ricordato, oltre al magnifico Ritratto di una bambina della famiglia Redetti (1566-70 ca) di G.B. Moroni dell'Accademia Carrara di Bergamo con un'associazione del tutto personale e non fondata su parentele iconografiche di rilievo, se non per opposizione per quanto può essere bella, e infantile, non signorina né vecchina, una bambina anche in gran tenuta con abitino di broccato, gorgiera e maniche candide di seta o mussola, con i capelli che davanti sembrano lasciar liberi i riccioli mentre dietro un filo di perle si intreccia a una piccola crocchia e si chiude un nastro e una perla più grande, ma delicata, che risponde sia agli orecchini e alla collana di perle che al discreto braccialettino di corallo al polso destro,      mi ha ricordato, dicevo, il Bambino giacente nella culla (...

La mostra all'Hangar Bicocca / Il respiro di Cattelan

Uno studente dell’Accademia Carrara anni fa propose per la mostra di fine anno un’operazione irrealizzabile, rifiutata la quale ripiegò su una t-shirt con la scritta “Prometto che non farò mai più opere provocatorie”. Volevo andare all’inaugurazione della mostra di Maurizio Cattelan all’Hangar Bicocca di Milano con quella t-shirt, ma poi sono troppo posato per ardire a tanto. Vista la mostra, mi rendo conto che forse avrei centrato un punto. In effetti, niente provocazioni, niente scandali, Cattelan gioca seriamente. A meno che… Titolo bellissimo, una triade che prende subito e che ti accompagna per tutta la mostra e segna il tuo stato d’animo: Breath Ghosts Blind. Tre parole, tre opere, in successione ma anche insieme, come indica l’assenza di virgole.     Dunque, prima stazione – negli enormi spazi dell’hangar – una persona e un cane in marmo bianco, illuminati da uno spot nell’oscurità, sdraiati a terra, uno di fronte all’altro. Sono morti o vivi? Dormono? Qual è la differenza tra la vita e la morte? Il sogno? No, il respiro, asserisce il titolo. La persona – confesso che non ho capito se sia un uomo o una donna, la parte superiore pare di maschile, niente seno, il...

Dialogo tra due mostre / The Families of Man al MAR di Aosta

Ci sono mostre che proiettano ombre lunghe davanti a sé, e una di queste è senz’altro The Family of Man, ideata e organizzata nel 1955 da Edward Steichen al MoMa di New York. Una mostra-evento ormai leggendaria che simboleggia un certo modo di concepire la fotografia, e anche la realtà, in una precisa congiuntura storica. The Family of Man vede la luce infatti in un momento particolare: la Seconda Guerra mondiale è finita da poco, e il ricordo dei suoi orrori e delle sue atrocità è ancora ben vivido, accompagnato dalle tensioni dovute alla cosiddetta guerra fredda. Nello stesso tempo, però, negli anni Cinquanta l’Occidente vive una fase di grande progresso e benessere, che genera un sentimento di ottimismo e di fiducia nel futuro. L’intento dell’operazione di Steichen era chiaro, e dichiarato: “Siamo interessati alla coscienza umana di base più che alla coscienza sociale”, si legge in un comunicato stampa dell’epoca; e ancora: “[…] E’ essenziale tenere a mente gli elementi e gli aspetti universali delle relazioni umane e le esperienze comuni a tutto il genere umano […]”.   L’obiettivo era quello di celebrare la dignità umana nel suo complesso e i valori di pace e speranza per...

Una mostra di Alberto Sinigaglia / L’evanescenza del sublime

Che ne è del sublime oggi? La domanda si pone a intervalli pressoché regolari negli ultimi decenni, da quando in particolare l’esperienza risulta sempre più mediata da un’interposta immagine. A monte potremmo addirittura dire da quando il sublime stesso è diventato immagine, iconografia da imitare, ma soprattutto da quando la fotografia, ovvero la riproducibilità tecnica, ha moltiplicato le immagini e esteso la loro diffusione fino a rovesciare il rapporto immagine-realtà. Già Susan Sontag negli anni ’70 segnalava l’usanza adottata in alcuni siti turistici di predisporre per i visitatori dei punti da cui fotografare con la migliore veduta del luogo. Figuriamoci oggi con i cellulari! Nessuno resiste a scattare una foto davanti a una cascata o a un tramonto, tutte foto uguali, come hanno gloriosamente reso famoso Penelope Umbrico o Kurt Caviezel. C’è appunto chi, come loro, ha reagito alla moltiplicazione e omogeneizzazione delle immagini con un lavoro post-fotografico, come ormai viene chiamato, cioè attingendo dai social per mostrare il lato assurdo del comportamento umano, ormai indecidibile tra automatismo indotto e spontaneità sentita. Altri vogliono entrare nel meccanismo...

Bicentenario / La Ninetta di Porta e l’eclissi dei dialetti

«Vegni… ve… gni… ghe sont… Cecca? el cadin». Così suona il v. 344 e ultimo della Ninetta del Verzee, poemetto in 43 ottave del 1814, tra i componimenti più celebri – ma quanto letti davvero? – di Carlo Porta. Un verso che ancora nella quinta edizione delle Poesie nell’Universale Economica Feltrinelli, datata 1976 (quella che, studente ventenne, comprai), era censurato nella traduzione italiana a fronte con un segno di omissis, insieme ad almeno una dozzina d’altri: tanto era forte ancora, mezzo secolo fa, quello che andava sotto l’espressione di comune senso del pudore. In italiano sarebbe: «Vengo… ven… go… ci sono… Cecca? il catino». In termini metrici, un endecasillabo a maiore tronco; in termini letterari, una clausola di impressionante crudezza realistica, con il repentino trapasso, a cavallo della cesura, da un orgasmo verosimilmente simulato alla sollecita richiesta del catino dell’acqua, l’unico rudimentale contraccettivo che aveva a disposizione due secoli or sono una prostituta di non alto rango come la Ninetta portiana. La Ninetta del Verziere, come suona il titolo: cioè del mercato, che allora, e fino al 1911, si teneva a pochi passi dal Duomo, fra Piazza Fontana e...

Una mostra al MACRO / Nathalie Du Pasquier, l’altra metà di Memphis

Quest'anno ricorre il quarantesimo anniversario dell'evento che ha sancito la nascita pubblica di Memphis, il movimento culturale di ControDesign, fondato a Milano l'11 dicembre 1980 da Ettore Sottsass Jr e presentato al mondo nello showroom Arc '74 di Corso Europa 2, con la mostra inauguratasi, appunto, il 18 settembre 1981 (se ne legga qui).  La prima occasione espositiva che celebra questa ricorrenza è la personale dedicata dal MACRO a Nathalie Du Pasquier, una dei componenti del Memphis Group originario che annoverava, insieme al maestro Ettore Sottsass, Martine Bedin, Andrea Branzi, Aldo Cibic, Michele De Lucchi, Michael Graves, Hans Hollein, Arata Isozaki, Shiro Kuramata, Javier Mariscal, Peter Shire, Goerge Sowden, Matteo Thun, Masanori Umeda, Marco Zanini, oltre alla storica del design Barbara Radice.    Intitolata Campo di Marte, questa romana è anche la prima grande personale che un’istituzione museale italiana riserva all'artista e designer di origine francese, naturalizzata milanese. Allestita nell'ambito della sezione SOLO/MULTI, che il curatore Luca Lo Pinto – dal 2019 direttore artistico del MACRO – rivolge al tema dell’Immaginazione Preventiva, è...

David Jiménez, Noémie Goudal e Antoine d’Agata / Fotografia Europea: un sogno ad occhi aperti?

“Sulla Luna e sulla Terra/ fate largo ai sognatori!”. È con questi versi che Gianni Rodari chiude la sua poesia Sulla Luna. Le stesse parole vengono proposte come titolo del Festival di Fotografia Europea a Reggio Emilia, dopo la cancellazione della passata edizione, dedicata proprio al centenario della nascita dello scrittore. Suggestivo, senza dubbio, che ogni spettatore possa essere considerato un sognatore, nel senso di chi sa guardare oltre il velo del reale per immaginare altri spazi ed altri mondi. E fascinosa è la Luna, realizzata da Marco Di Noia, vincitore della Open call del festival, che fa eco alle parole di Rodari. Nell’immagine, nata da un racconto scritto dall’artista nel 2018 durante un viaggio in Giappone, si vedono molte persone che guardano in alto, stupite dalla presenza e dalla vicinanza del corpo celeste, incerte sul senso da dare a quell’enorme sfera. Insomma una confusione tra realtà e immaginazione, come in un sogno ad occhi aperti, quando i confini tendono a dissolversi. Eppure, ciò che più si ricorda di questo festival non sono tanto le immagini legate in maniera più o meno evidente all’idea di sogno, quelle di David Jiménez (Aura), l’installazione...

Brueghel: e la nave va

Sulla Caduta di Icaro di Brueghel la parola definitiva l’ha detta W. H. Auden nella poesia Muséé des Beaux-Arts (1938). Io vorrei proporre qui un’aggiunta, spero non superflua. Le parole definitive non chiudono i discorsi; li aprono, piuttosto, come sapeva anche W. C. Williams che infatti ha scritto venti anni dopo (nel 1960) Landscape with the Fall of Icarus. È la meraviglia delle parole, che continuano dopo la fine. Vanno avanti, come navi sull’oceano mare, spinte dai venti della perfezione. O del disastro. È del bellissimo vascello a mezz’altezza a destra, e delle altre navi, che vorrei dire qualcosa. Il quadro è noto: sulla sinistra in primissimo piano un contadino sta arando la terra; accanto sulla tela, ma lontano per la prospettiva, ci sono un gregge e il suo pastore con lo sguardo rivolto in alto, dove non c’è niente, ma potrebbe esserci Dedalo, che compare in un’altra copia del quadro del Musée des Beaux-Arts di Bruxelles che è qui in esame (e che potrebbe essere a sua volta una copia: ma qui non importa);      sotto, di spalle, piccolo, c’è un pescatore accanto a un cespuglio su cui è posata una pernice (simbolo della cupidigia e del guadagno illecito,...

Nicola Samorí, “Sfregi” | Bologna, Palazzo Fava / Dire le ombre

La prima antologica italiana di Nicola Samorì, artista ravennate dal percorso consolidato – o meglio sarebbe dire coagulato, vista la densità della sua produzione – è ospitata nella cornice rinascimentale di Palazzo Fava a Bologna, custode del ciclo di affreschi dei giovani Carracci e di un patrimonio di opere esigenti, con cui l’artista ha scelto di misurarsi. Tutto il percorso è articolato allo scopo di costruire un fitto dialogo con le opere della collezione, che Samorì ha studiato meticolosamente, fino ad appropriarsene. Il risultato è una regia complessa, a tratti sontuosa, che riesce a sedurre anche lo spettatore che non possiede i codici dell’arte contemporanea grazie al carattere perturbante dei lavori, capaci di medusare chi osserva, offrendo uno spettacolo dove bellezza e orrore ritrovano un’archetipica unità.    Raccogliendo lavori che coprono un arco di diciassette anni, la mostra curata da Alberto Zanchetta e Chiara Stefani segue un criterio non cronologico, rispettando la visione dell’artista che rifiuta qualunque concezione di progresso in relazione alla propria, personale ricerca. “Non ci sono veri miglioramenti ma vicoli ciechi e picchi, acuti e momenti...

Una mostra ai Tre Oci / John Pawson: Less is more

“In viaggio, come d’altronde nella vita, il meno è quasi sempre il meglio”, dice William Hurt, nel film di Lawrence Kasdan, Turista per caso. Minimo non è meno, non è poco, eppure entrambi hanno a che fare con l’arte del togliere. Togliere è liberare dall’eccedente, eliminare quel che è eccessivo. Di tutto l’umano cercare, forse una delle arti più difficili e sublimi. Un’arte che avvicina all’essenziale, sapendo che apre una direzione e non definisce una meta, in quanto se il minimo essenziale è tale, lo è perché è irraggiungibile. La sua importanza sta nel cercarlo sapendo di non poterlo raggiungere mai. Una sfida alla nostra tensione desiderante, che sceglie la via della ricerca per selezione, verso la leggerezza e la valorizzazione del lavoro della luce che, a ben vedere, fa la parte della grande scultrice nel prender forma delle cose.     Quel che si produce sotto i nostri occhi, instancabilmente, di fronte alle fotografie, come del resto di fronte all’intera opera e al segno inconfondibile di John Pawson, è una trasformazione silenziosa. Gradualmente il movimento, condotto dallo sguardo si abitua a una trasformazione silenziosa, appunto, grazie alla quale l’...

A Parma, capitale della cultura 2021 / Abitolario

Il più 'filmico' dei bassorilievi scultorei, in ordine di tempo, dopo quello della Colonna Traiana, è sicuramente la Deposizione dalla Croce nel duomo di Parma, opera su una lastra unica di Benedetto Antelami, che l'ha firmata e datata 1178. In essa la vicenda rappresentata si sviluppa su più piani narrativi, che potremmo addirittura definire 'episodi' collaterali alla scena principale, posta al centro della composizione. Non un solo frammento della superficie di marmo rosa su cui ha operato l'artista è visibile, se non nei bordi. La sua intera area appare infatti ricoperta da immagini scolpite a rilievo basso (in alcuni punti addirittura bassissimo, mentre le teste dei personaggi sono quasi ad altorilievo) e da scritte (titula et inscriptiones) incise e niellate ed è circondata da una cornice di racemi floreali, anch'essi a niello. Il motivo rappresentato al centro è, appunto, una Deposizione, in cui Cristo, gli occhi chiusi (Christus Patiens), e il corpo incurvato verso sinistra, viene sorretto da Giovanni d'Arimatea, intento a baciargli la ferita al costato mentre lo abbraccia per tirarlo giù dalla croce.   Alle spalle di questi, dopo la figura della Chiesa, che regge un...

Una grande retrospettiva alla Casa dei Tre Oci / Mario De Biasi: gli scatti della vita

Ci sono occasioni in cui la storia e le storie si incrociano, si intersecano, circostanze in cui un luogo parla attraverso le immagini che ospita, ed eventi durante i quali le immagini sanno di letteratura e poesia. Queste sono congiunture tanto irreali quanto visibili, tangibili, a usare un modo di guardare a occhio di pesce, simile alla lente dell’obbiettivo, in cui cercare di notare tutto e far star dentro l’inquadratura uno spunto verso l’impossibile. Credo questo fosse, per tutta la sua vita, l’occhio del fotografo Mario De Biasi, e come per lui per tanti altri maestri: trovare la storia, e la Storia, e la bellezza che la racconta nei luoghi più impensati.   Mario De Biasi, Tre Oci, @ Anna Toscano. L’occasione in cui tutto ciò accade è la mostra alla Casa dei Tre Oci: una retrospettiva ricchissima dedicata a Mario De Biasi a cura di Enrica Viganò. In mostra, lungo i 3 piani del palazzo, 256 scatti del Maestro che vanno a coprire il suo lavoro dal 1947 al 2003, tutta la sua carriera di fotoreporter. Molti degli scatti sono inediti e vengono presentati in una stampa vintage, accanto a disegni dell’autore, una grande quantità di copertine di Epoca, per il quale De Biasi...

Mudec Milano / Tina Modotti dal Messico a Stalin

Dopo la forzata pausa della pandemia, il Mudec ha riaperto con Tina Modotti. Donne, Messico e libertà, a cura di Biba Giacchetti. L’esposizione segue una linea tematica che scandisce le diverse tappe del percorso artistico della Modotti, in un arco temporale che va dal 1924 al 1930. Si possono vedere un centinaio di fotografie, stampe originali ai sali d'argento degli anni Settanta, realizzate a partire dai negativi. Se Tina Modotti, abituata alla luce di Città del Messico, si lamentava che quella di Berlino rendeva le sue foto sottoesposte, considerato lo spropositato numero di mostre a lei dedicate, oggi forse si sarebbe lamentata di una sovraesposizione mediatica. In un tale contesto è estremamente difficile pensare a una mostra che abbia anche solo l’ambizione di dire cose nuove, se non originali. Nonostante queste premesse, bisogna prendere atto del buon lavoro svolto dalla curatrice e dai suoi collaboratori, con un allestimento che rende ben leggibili le opere esposte, arricchite da precisi riferimenti storici.    Osservare le sue fotografie, e soprattutto quelle scattate intorno al 1929, l’apice della sua breve carriera di fotografa, fa sorgere molti interrogativi...

Artpod / Atelier dell’Errore | Trofallassi

«La gomma da cancellare è bandita». Questo è il semplicissimo precetto cui si devono attenere i giovanissimi artisti dell’Atelier dell’errore. Grazie ad esso si ribadisce un antico modo di intendere l’arte: essa deve essere “imitazione” della natura. Se ci si asterrà dal cancellare, ad essere replicata fedelmente non sarà però la natura del “naturalismo”. Non sarà la natura-Forma, la natura-Idea, la natura-paterna (come insegna Platone, l’Idea, la Forma a dispetto della grammatica, appartengono all’ordine simbolico del Padre). Non sarà la natura espressione rassicurante di una razionalità superiore. Gli artisti dell’Atelier portano in scena un’altra natura. La loro natura è la natura naturans,  è la natura generante, quella che ha nel cambiamento, nella eterogeneità, nella disseminazione e nella proliferazione incontrollata, nella mancanza di scopi e di umane ragioni, e, infine, nella “mostruosità” il suo essere proprio. È la natura-evento, la natura madre-matrice di mostri, la natura virale.   L’opera che qui si commenta ne è testimonianza. Azzardiamone un’ekphrasis: sulla scena, faticosamente contenuta nel limite istituzionale della cornice, c’è il procedere di...

23 maggio 1956 / Andrea Pazienza torna a Bologna

La casa dove abitava Andrea Pazienza è sulla via Emilia, nella periferia ovest di Bologna. Rispetto a come l’aveva disegnata lui, in una tavola de Gli ultimi giorni di Pompeo, diverse cose sono cambiate: al posto del bar sotto casa c’è un centro estetico, e dove una volta c’era un cinema (a luci rosse) ora c’è una banca, una delle tre che circondano l’edificio. Il traffico che sfreccia sulla strada forse è un po’ meno frenetico, ma siamo pur sempre sulla via Emilia. Da qualche anno il Comune ha messo una targa per ricordare che qui visse l’artista Andrea Pazienza, ma siamo troppo lontani dal centro perché questo luogo possa diventare una meta per turisti o per aficionados del fumettista. Del resto non c’è molto da vedere. Ecco perché la mostra Andrea Pazienza. Fino all’estremo, che si svolge dal 7 maggio al 26 settembre a Palazzo Albergati, nella centrale via Saragozza, è un po’ un ritorno per il fumettista che legò il suo nome al capoluogo emiliano fin dal suo esordio, Le straordinarie avventure di Pentothal, una specie di cronaca onirica della Bologna del ’77.   La locandina della mostra. La mostra arriva in un momento particolare per la città. Non solo perché è una...

Artpod / Exploring materials | Evgeny Antufiev

“Ero ancora un piccolo feto nel ventre di mia madre quando le persone paurose cominciarono a chiedere di me: tutti i figli partoriti da mamma fino a quel momento erano di traverso ed erano venuti al mondo morti. Non appena mamma si rese conto di aspettare un bambino, quel bambino che un giorno sarei stato io, disse a coloro che abitavano con lei: “Ora porto di nuovo in grembo un feto che non diventerà una persona”. Chi parla è Aua, lo sciamano della tribù degli Iglulingmiut di Iglulik. Le sue parole sono state raccolte da Knud Rasmussen, esploratore delle zone artiche, all’inizio degli anni Venti del Novecento. Lo sciamano assume su di sé il compito di mediare tra la tribù e gli spiriti che presiedono alle attività venatorie. Per fare questo deve superare una serie di prove iniziatiche. Una delle più importanti consiste nel separarsi dal proprio corpo, liberarsi della carne e vedere lo scheletro al di fuori di sé. Solo così potrà rinascere e ritornare in possesso dell’identità di uomo e salvare chi è malato o in pericolo. Se si guardano i personaggi di stoffa allestiti da Evegeny Antufiev, e in particolare quello assiso in cima a un mucchio di stoffe adagiate in un angolo della...

Artpod / Mandria | Mario Merz

Nella primavera del 2020 e nell’inverno del 2021 alcuni paesi e città d’Italia sono stati attraversati da animali che di solito vivono altrove: cervi con maestosi palchi di corna, lupi in branco che fiutavano l’aria, codazzi di oche che si guardavano intorno come fossero in gita scolastica. L’arresto delle attività umane, dovuto alla pandemia da Covid19, ha invitato la fauna selvatica ad avvicinarsi alle zone urbane e così, con scatti fotografici silenziati per non impaurirli, questo ritorno del grande rimosso della nostra civiltà – la vita animale – è stato spiato e immortalato.    Quando Mario Merz riprese a produrre opere di arte figurativa, verso la fine degli anni ’70, spuntarono animali, più o meno esotici come coccodrilli, bisonti, o i più nostrani cervi. L’artista dichiarò che si trattava per lui di figure mitiche, in grado di regalargli una forma di leggerezza per la loro carica di indisponibilità e ignoto. “Sono esseri assolutamente solitari non partecipano alla vita della strada”.  Forse è per questo, perché li abbiamo allontanati dai luoghi in cui viviamo, perché sempre più specie sono a rischio di estinzione, perché nelle loro livree ci sono...

Parte il Giro / I novant'anni in maglia rosa

Il rosa è il colore del Giro d’Italia. Ma non da sempre. Passarono ventidue anni e diciannove edizioni prima che un fiocco, per l’appunto, rosa tenesse a battesimo la maglia rosa.  È il 10 maggio 1931 quando al termine della prima tappa, la Milano-Mantova, il primo a tagliare il traguardo indossava sul palco la maglia rosa, che da quel giorno avrebbe contraddistinto il primo in classifica generale. A vestire quell’inedito simbolo del primato fu guarda caso un campione mantovano, un campione emergente sulla scena ciclistica nazionale e, di lì a poco, anche internazionale: Learco Guerra.   Erano gli anni in cui il ciclismo italiano aveva un solo dominatore, anzi, una specie di tiranno. Da cinque anni vinceva sempre, o quasi sempre, Alfredo Binda, un ex stuccatore varesino che aveva trovato la strada del successo dopo essere emigrato in Francia e aver esordito, per passatempo, nelle corse per dilettanti in Costa Azzurra. Ci volle poco per capire che il Binda la sua fortuna l’avrebbe fatta stringendo un manubrio e spingendo sui pedali e non con pennelli e trabattelli a pitturare i soffitti di qualche villa di Antibes o Nizza. Tornato a correre in Italia, rapidamente...

Artpod / Senza titolo | Jannis Kounellis

Cantare la pittura   Di questo dipinto a olio di Jannis Kounellis ci manca il titolo, come accade per la maggior parte delle sue opere: Senza titolo, distinte solo dall’anno di realizzazione. Ma se non possiamo nominarlo, possiamo sempre leggere le lettere e i numeri che sono riportati sulla sua superficie: Z, 3, 3, S nella banda superiore, e E, S, S, 3 nella banda inferiore. Alcune lettere e alcuni numeri sono rovesciati, rendendo così difficile dire se quella che somiglia a una S sia veramente una lettera e non il numero 2. L’ambiguità non è sciolta. Non si tratta insomma di un esercizio di calligrafia, su questo Kounellis è chiaro, ma di una scrittura, di un esperimento verbo-visivo, del tentativo di scrivere su una tela in verticale e non sulla pagina di un taccuino.   Tuttavia, che si tratti di una S o di un 2, che tentiamo di leggere numeri e lettere in ordine inverso o, ancora – come una scrittura dell’Estremo oriente – dall’alto verso il basso, la sequenza alfanumerica non genera alcuna parola e il suo senso resta segreto – oggi diremmo criptato. Un segreto però che, anziché nascondersi, anziché sottrarsi, è esposto in bella mostra su una superficie lunga oltre...

Un’intervista / John Hilliard: fotografia aniconica

Che cosa può cogliere – e cosa fa – la fotografia? Se potessimo guardare un’immagine oltre il campo visivo riportato in una fotografia cambierebbe la nostra idea di ciò che è rappresentato? Come sono costruite le immagini fotografiche? Sono queste alcune delle domande cruciali che si è posto l’artista John Hilliard (1945, Lancaster) agli albori della sua carriera. Lo status e l’affidabilità delle fotografie come rappresentazione sono il focus progettuale dell’autore o ci si può spingere oltre? Le componenti essenziali della fotografia – il tempo, la luce e il movimento – nelle sue opere sono presentati attraverso un’indagine tanto analitica quanto iconica che porta gli oggetti d’analisi a essere i soggetti stessi della fotografia. Negli anni '70, ha prodotto pezzi modulari che usavano la velocità dell'otturatore e la dimensione del diaframma e nel 1975-1976 ha lavorato con la messa a fuoco differenziale. Poi si è interessato alla differenza di densità nella pellicola in bianco e nero. L’uso della fotografia allo scopo di costruire un qualche tipo di somiglianza è qui fortemente messo in crisi. Piuttosto il lavoro metodico di Hilliard è un elogio delle qualità specifiche del mezzo...

Beatrice Pediconi / Diario di un tempo sospeso

“Quale traccia lascia un ricordo?” si è domandata Beatrice Pediconi (Roma, 1972). E da questo interrogativo ha preso le mosse per i suoi recenti lavori, ora in mostra nella Galleria z2o | Sara Zanin. Domanda elaborata dopo un’importante perdita, che è stata la spinta a sperimentare, provare, forzare, ancora e ulteriormente, la propria espressione artistica. Che, sin dalle primissime creazioni, ha immediatamente attraversato discipline differenti. Una sperimentazione, quella di Beatrice Pediconi, che la pone nella zona di confine tra un linguaggio e l’altro. Area liminale che le permette di muoversi liberamente pure tra media diversi. Sfuggendo, in questo modo, dalle strette categorizzazioni che la vedono, infatti, variabilmente definita e altrettanto mutevolmente accolta addirittura in mostre di sola fotografia. In questa no man’s land Beatrice Pediconi ha realizzato la serie che rappresenta l’inizio di una nuova fase, un’ulteriore evoluzione di quanto finora realizzato. Seppur qualche piccolo cenno è stato esposto a New York, dove vive ormai da molti anni, tuttavia è proprio a Roma, nella sua città natale, che ha voluto presentare il corpus di lavori Nude, a cura di Cecilia...

Arte contemporanea e tradizione / Salvatore Settis: Incursioni

Se si vuole sapere che cosa è la storia della cultura (e si vuole anzi ripassare il concetto stesso di cultura), si deve leggere l’ultimo libro di Salvatore Settis: Incursioni. Arte contemporanea e tradizione (Feltrinelli) parla appunto di arte, ma si apre continuamente verso aree ora adiacenti, ora lontane da essa. C’è la fotografia, il cinema, c’è l’archeologia, c’è il teatro, c’è anche – come vedremo – la politica. Settis ha raccolto in questo libro una serie di saggi già apparsi in altre sedi negli ultimi anni, ma ha ripreso anche lavori inediti. Li ha rivisti e arricchiti, infine vi ha premesso una lunga introduzione che ha un impegnativo taglio teorico, e un assunto quanto mai chiaro: “il filo della tradizione non si è spezzato ma si è consolidato, travestendosi in nuove forme e modalità che chiedono di essere riconosciute e chiamate per nome”. In altre parole, siamo abituati all’idea che l’arte contemporanea abbia spazzato via il passato, abbia reciso ogni legame con la storia e con la storia dell’arte ma – secondo Settis – non è così: il “paradigma della frattura” va insomma rimesso in discussione. L’irrompere delle avanguardie nel primo Novecento, le sperimentazioni della...

Intervista con Agnès Geoffray / Da un'immagine all'altra

Agnès Geoffray (1973) è un’artista francese che lavora principalmente con la fotografia. La sua ricerca è in equilibrio tra realtà e finzione, e spesso origina da notizie angoscianti poco conosciute o trascurate. Le immagini di Geoffray spesso lasciano emergere un ‘doppio’ visivo, in cui il perturbante si insinua tra forze distruttive addomesticate e quasi addormentate sulla scena. In un certo senso sono le associazioni visive innumerevoli in chi guarda a completare questi lavori, presentendo una intensità drammatica nel materiale, modellato in scena come pedine. Questa intensità è una corrente caotica che attraversa il confine sottile tra immaginazione e finzione; genera una variabile sinistra che, inafferrabile, produce un coinvolgente impatto visivo.   Agnès Geoffray, Night III, 2005 photograph, 22x30 cm © Agnès Geoffray. Sara Benaglia e Mauro Zanchi: La serie fotografica Night (2007) è formata da immagini molto intense e ambigue, che suggeriscono associazioni oscure e orrorifiche. Fuori fuoco, immagini di occhi aperti nella notte, bambini soli e un’ambientazione gotica sono gli elementi attraverso cui hai costruito una tensione narrativa. Com’è nata questa serie? Quali...