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(891 risultati)

Fotografia Europea / Hoda Afshar. Il dio vento

In fotografia è venuto man mano affermandosi sempre più chiaramente il ragionamento secondo cui esiste ciò che si vede. Declinando questo principio, per alcune branche di questa disciplina la conclusione estrema è che esiste solo quello che si vede (idea della propaganda) o, al contrario, il rifugio ultimo diventa sapere che almeno quanto si vede realmente esiste. Per questo sono nati lavori come quello di Joan Fontcuberta, basato proprio sullo scardinamento di questi principi, evidenziando quanto il falso e l’irreale possano essere interpretati come del tutto verosimili se racchiusi sotto l’etichetta di fotografia. Altre volte ancora, alla fotografia è stato delegato il compito di far emergere ciò che esiste ma che l’occhio comune non vede, come nei reportage più famosi, rimanendo però sempre nell’immanenza delle vite terrene.    Poche volte, invece, è stata affidata alla tecnica fotografica la missione di suggerire e raccontare una fede, per di più riposta nelle mani di elementi tanto tangibili quanto invisibili come i venti.  Quello che fa Hoda Afshar, fotografa iraniana (1983) e residente in Australia, è per l’appunto un’evocazione: con la missione sempre...

The human comedy / Ai Weiwei: morte alle terme

Uno dei momenti in cui si pensa alla morte è immersi nelle tiepide acque di una spa. Ai bordi di una enorme piscina di un complesso termale. In fondo ci si reca per rigenerarsi, vale a dire colla preoccupazione che la morte sta strappando via via alla vita pezzi – alle volte anche fisici, epidermici, cellulari – e noi dobbiamo correre ai ripari, fare qualcosa, non rimanere fermi di fronte allo scorrere del tempo. E se è vero che non ci si bagna due volte nelle medesime acque di un fiume, conoscere se stessi è, ugualmente, porsi di fronte al limite dello scorrere, di certo al limite della morte per primo. È per questo che nel complesso termale più grande dell’antichità, le Terme di Diocleziano di Roma, il “gnoti seautòn” è impresso in un mosaico in cui è raffigurato un divertito scheletro che ci guarda sdraiato sul fianco sinistro. Non era peraltro raro trovare raffigurazioni della morte e della caducità della vita anche in occasioni che sembrano lontanissime, stridenti: nel Satyricon di Petronio viene narrato il momento in cui uno schiavo, durante uno dei ben noti pasti di Trimalcione con ospiti e fasti d’ogni sorta, porta in scena un “larva convivialis”, uno scheletro d’argento “...

Pasolini 100 anni / Pier Paolo Pasolini: folgorazioni figurative

La discesa sotto il piano stradale apre le vie di un altro mondo. Nel sottopassaggio di via Rizzoli a Bologna un tempo c’erano negozi di scarpe, di abiti, di valigie, di indumenti intimi, un pavimento di brutta plastica e la bottega meravigliosa di un vecchio burattinaio, Demetrio “Nino” Presini. Residuo degli anni sessanta, era stato abbandonato e riutilizzato qualche anno fa dalla Cineteca per una bella mostra sulle memorie fotografiche di Bologna. Ora scendi quelle scale ed entri in un mondo Pasolini. Tra voci di film e suoni trovi pareti scure, corridoi torti o diritti, slarghi, spiazzi di forma rotonda, nicchie e due muri che si aprono sui lastricati di antiche strade romane. Un labirinto, un assalto di sensazioni, stimoli, filmati. Sui muri foto di scena di film in bianco e nero o a colori e particolari di quadri antichi o novecenteschi a colori.    Certi scatti dai set di Pasolini si specchiano in dipinti, di Masaccio, di Giotto, di El Greco, di Pontormo e Rosso Fiorentino, di Caravaggio, di Velasquez, fino a Léger, a Carlo Carrà, a Francis Bacon. Vedi subito una natura morta con bottiglie di Giorgio Morandi, e un regazzino in canottiera di Accattone che ha...

La collezione Thomas Walther a Camera / L’occhio della fotografia

Trovarsi di fronte a quella parentesi della storia della fotografia che comprende i primi decenni del Novecento porta con sé inevitabilmente un senso di quieta nostalgia, come rimettere i piedi in un mare che non si toccava più da tanto tempo. Quel lieve brivido del “ritorno a casa”, di felice nostos, è ciò che sottilmente comunica la mostra attualmente visitabile presso Camera – Centro Italiano per la Fotografia, a Torino. Questo vale per fotografi e non: ci si trova infatti di fronte a un corposo insieme di circa 230 immagini raccolte a partire dalla fine degli anni ‘70 dal collezionista Thomas Walther e risalenti a quello che viene considerato il periodo d’oro della fotografia.   L’epoca in questione è emozionante, infatti, soprattutto per un motivo: è costituita da una moltitudine di rivoluzioni minime, e questa collezione, consapevolmente o no, le ingloba tutte nel naturale flusso con cui si manifestarono di decennio in decennio. È stata la prima volta che ho potuto vedere dal vivo immagini di autori ormai caduti nell’oblio, o che, peggio ancora, nell’oblio sono sempre restati, e in cui ora ci si può imbattere solo dopo accurate ricerche, o addirittura solo casualmente....

Un saggio di Vincenzo Trione / Artivismo: arte & politica

Tre altalene rosa infilate tra le sbarre della palizzata metallica che costituisce il muro tra il Texas e il Messico, coi bambini che, da una parte e dall'altra, vanno su e giù per venti minuti nel luglio 2019. Un archivio che raccoglie le “impronte acustiche” dei primordi dell'evoluzione, cioè i suoni delle grandi foreste primarie, i luoghi ecologicamente più ricchi, incontaminati e minacciati del mondo. Un gabinetto a secco, fatto con materiali di recupero, che usa acqua piovana, raccoglie i rifiuti e li trasforma in concime, ideata per essere costruita dagli abitanti di un'enorme baraccopoli di Caracas del tutto priva di servizi e fognature. Un attacco hacker al sito del Whitney Museum che, per qualche minuto ogni giorno, annerisce lo sfondo e sostituisce le immagini delle opere con assi di legno, per protesta contro le violenze razziali. Un centro temporaneo di socializzazione nel Bronx, fatto con piattaforme rudimentali, camminamenti e baracche di legno piene di citazioni (in inglese) di Gramsci. Una nave della finanza francese acquistata e dipinta da un famoso street artist, che viene impiegata per operazioni di soccorso nel Mediterraneo.   Un quadrato inciso nel...

Una grande antologica a Milano / Ferdinando Scianna, fotoreporter e artista

“È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile”. Così ha scritto Leonardo Sciascia del modo di fotografare di Ferdinando Scianna, una definizione che ci porterebbe a iscrivere l’opera del grande fotografo siciliano dentro il solco del magistero di Henry Cartier-Bresson. In realtà più del suo amato maestro francese, Scianna è un fotografo di fotografie.    Nell’ampia mostra di Milano, sua città di adozione (Ferdinando Scianna. Viaggio, racconto, memoria, a cura di Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda, fino al 5 giugno 2022 a Palazzo Reale), il fotografo siciliano si presenta così: “Come fotografo mi considero un reporter”. Fotoreporter significa “fotografo d’attualità” e in una delle didascalie della mostra scrive: “Il mio mestiere è fare fotografie e le fotografie non possono rappresentare le metafore. Le fotografie mostrano, non dimostrano”....

Tracce e garbugli / Scarabocchi a Villa Medici

Si esce, da una mostra come questa, dubbiosi, esitanti, estasiati, e, più di tutto, frastornati. Non per la bellezza delle opere esposte (di alcune indubitabile, di altre magari più lasca, di altre ancora forse irrintracciabile): ma non è certo questo lo scopo primo di una tale esposizione, e poi la bellezza non è certo un criterio dirimente in questo caso, o sufficiente; e forse nemmeno congruente. Lasciamolo da parte: c’è ben altro si cui riflettere. No: si esce frastornati, dalla mostra “Scarabocchio/Gribouillage”, in corso a Villa Medici a Roma (fino al 22 maggio; e poi al Beaux Arts di Parigi, in una esposizione parallela ma non gemella, dal 19 ottobre al 15 gennaio 2023) perché la sfilata delle circa 300 opere presenti, disposte con sapienza e metodo in sette ambienti, compresa una suggestiva scalinata, dalle curatrici Francesca Alberti (Villa Medici) e Diane Bodart (Columbia University), con la collaborazione di Philippe-Alain Michaud, in qualità di curatore associato (Centre Pompidou), non lascia scampo a un interrogativo che sorge abbastanza spontaneo, tormenta e non ammette facili risposte; e cioè: che cosa abbiamo visto? Cosa siamo andati a guardare? Di “cosa parla”...

Glass life / Sara Cwynar. Il piacere di essere sedotti dalle immagini

Nell’era della Pictures Generation la maggior parte delle persone ha numerose immagini nel proprio smartphone, circa 70.000 fotografie che vengono portate addosso ogni giorno, archiviate in una memoria che continuamente riceve o elimina altre immagini. A livello più esteso e collettivo, tutto viene ricontestualizzato, ripubblicato e ricapitolato circa ogni dieci secondi. Si prendono immagini dal mondo e viene dato loro un nuovo contesto. Ma il cambio di contesto il più delle volte sposta il significato iniziale verso altre derive, nella sempre modificabile era digitale dove tutti ormai stiamo dentro una compulsione condivisa. In questa dimensione emotiva innumerevoli archivi personali – costituiti da screenshot, foto e testi – rilasciano probabilmente informazioni preziose per chi vende questi dati alle società, alle industrie e alle caste del potere, da tempo insidiate nei giganteschi conglomerati tecnologici che ci inducono a pensare di dover documentare tutto. I gruppi di potere dell’industria e dell’economia attingono dati da questo immenso flusso di informazioni che si aggiorna continuamente.   Sara Cwynar, 141 pictures of Sophie, 2019, from glass life aperture 2021....

In mostra a Milano / Il sorriso si ferma quando vuole

Ad Assab One (Milano, via Privata Assab 1) è in corso la mostra Il sorriso si ferma quando vuole (a cura di Elio Grazioli, fino al 19 Marzo) dedicata all’artista visivo, musicale e performativo Gianluca Codeghini. Installazioni audio, ceramiche, poster di grande formato, proiezioni video, interventi site-specific, neon, dipinti e sculture occupano più di 800 mq del piano terra dello spazio espositivo.   Veduta della mostra.   Allineati lungo un muro dell’ex azienda grafica milanese, dei pedali per grancassa attendono di essere premuti dai visitatori (Don’t Stop Smiling, 2005/2019). A ogni pressione del piede il battente in feltro trasferisce sulla parete il colore blu che lo impregna. Nelle opere performative e interattive di Codeghini il gesto svolge la funzione di portare l’attenzione su ciò che sfugge e cade o viene a mancare, in questo caso il suono della grancassa, sostituito da quello sordo del battente contro la parete. “Che sensazione abbiamo quando ci capita di dare una pedalata a vuoto […]?” leggiamo nella biografia che correda il n. 19 della micro rivista Segnature (Milano, ottobre 2020) dedicato all’opera dell’artista. ...

Un libro di James Elkins / Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea

Mi è capitato, alcuni anni fa, di cercare immagini di opere d’arte contemporanea d’ispirazione cristiana, e non mi ci è voluto molto per notare il “fatto strano” di cui parla James Elkins, ovvero «l’assenza pressoché totale, nei libri di storia dell’arte o nei musei, di arte moderna religiosa» (James Elkins, Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea, Johan&Levi Editore). O sarebbe più corretto dire arte contemporanea autenticamente religiosa, perché in realtà i riferimenti alla religione ci sono e tutto sommato non sono pochi, ma per lo più hanno l’intento evidente di provocare, scandalizzare o ironizzare. Di sicuro, come dice James Elkins, storico e critico d’arte, docente alla School of the Art Institute di Chicago, nessuna opera genuinamente devota entra nei circuiti del mondo dell’arte contemporanea di qualità, quella di cui si parla e si scrive, che i galleristi si contendono e vendono a prezzi di cui è meglio tacere la sensatezza. Motivo per cui i giovani artisti che aspirano (e chi non lo fa?) al successo e al mercato evitano l’argomento mantenendo in un ambito strettamente privato i loro eventuali interessi religiosi. A conferma che le convinzioni...

In mostra a Milano / Lynn Saville, Dark Cities and dark profits

«Atget ha fotografato Parigi la mattina presto, prima che fosse popolata di gente (…) Saville è la sua controparte di New York, una sorta di Atget che lavora però alla fine del giorno, raccogliendo frammenti del passato nel presente, poco prima che vengano inghiottiti dalle ombre», ha scritto Arthur C. Danto, nella prefazione al libro di Lynn Saville Night/Shift. Atget si vantava di aver fotografato tutta Parigi come se fosse un raccoglitore imparziale di frammenti di realtà: dalle periferie più sconsolate, alle insegne dei negozi, alle strade del centro fino alla reggia di Versailles. Saville non ha l’obiettivo di fotografare tutta New York City, sarebbe ora francamente anacronistico. Eppure – ha ragione Arthur C. Danto – qualcosa li accomuna: entrambi rifiutano l’idea dell’autore quale creatore di immagini che scaturiscono dall’interiorità o dalle fantasie, mentre si rivelano attenti e animati da una profonda curiosità nei confronti dei luoghi intesi come spazi che riflettono la storia e la vita degli uomini.   Lontani dal ridurre l’esperienza fotografica alla semplice illustrazione di una tesi o di una ideologia, entrambi rinunciano alle prerogative di una soggettività...

Una mostra al MAST di Bologna / I lavori della fotografia

I terreni arati delle colline marchigiane e un braccio robotico, paesaggi invasi dalle ciminiere e un uomo immerso in un’elegante piscina di un appartamento di lusso all’ultimo piano di un grattacielo: la mostra presso il MAST di Bologna riesce a collegare tra loro questi elementi, lasciare per terra un filo rosso in grado di collegare ciò che è appeso alle pareti di quello che pare il labirinto – così si presenta la mostra al visitatore – della storia che ha generato la nostra epoca. La visita presso “The MAST Collection – un alfabeto visuale di industria, lavoro e tecnologia” potrebbe a primo impatto dare qualche vertigine: ci si ritrova, infatti, del tutto e di colpo immersi in quel tracciato, dalle prime scintille del processo di industrializzazione all’attuale ricerca tecnica e tecnologica, ovvero di quel percorso iniziato nel XIX secolo e tuttora in atto.     Ci si sente chiamati in causa, in qualche modo, fin da subito: “voi siete arrivati da tutto questo, ora vi trovate qui, le prospettive sono queste”, pare essere la voce costante e sotterranea che permea la visita.  Il percorso è composto da 500 immagini di più di 200 fotografi, tra anonimi e grandi...

Due libri / Szeemann dentro la testa degli artisti

Primavera 1969. In un piccolo, tranquillo museo svizzero, la Kunsthalle di Berna, si inaugura una mostra di giovani artisti internazionali, per lo più ancora sconosciuti al mondo dell'arte. Molti realizzano le loro opere proprio in quel momento: c'è chi lancia piombo fuso lungo lo spigolo tra il pavimento e la parete di una sala; chi appiccica grasso animale negli angoli; chi stacca un metro quadrato di intonaco da una parete; chi appende al muro ritagli di feltro; chi sfonda la piazza davanti al museo con una palla da demolizione; chi lascia un telefono sul pavimento con la scritta: se suona, puoi rispondere e parlare con l'artista.   Sono solo alcuni esempi, ma bastano a rendere l'idea del terremoto che avrebbe scatenato quella mostra, destinata a diventare il simbolo del cambiamento epocale che in quel momento stava sconvolgendo l'arte. (I nomi degli artisti citati sono, nell'ordine: Serra, Beuys, Weiner, Morris, Heizer, De Maria; tutti entrati poi nelle storie dell'arte assieme agli altri 63 presenti, tra cui: Andre, Anselmo, Boetti, Haacke, Hesse, Kosuth, Kounellis, LeWitt, Long, McLean, Merz, Nauman, Oldenburg, Pascali, Pistoletto, Ryman, Smithson). Il titolo completo...

Una mostra a Vienna / Bordi sfocati, crampi mentali: Wittgenstein e la fotografia

Dissimularlo è inutile: quando mi avvicino alla fotografia avverto uno strano fastidio, una resistenza diversa, opposta rispetto a quella che sento montare quando mi dedico alla finzione narrativa. Quest’ultima la riconosco al volo, ho imparato a tollerarla: riguarda la ridondanza, la necessità di ricoprire le cose – i fatti, le tracce documentali, la Storia – con la glassa dell’invenzione, alterandone la verità, cioè la finitezza. La prima mi è invece meno familiare, la evito come posso, se si affaccia mi volto di lato, come se non esistesse: è legata alla trasparenza, all’illusione di afferrare, con un gesto, le cose stesse, al succo, di catturare con uno scatto il cuore dell’immediatezza. L’una mi punge per difetto e l’altra per eccesso, così sembra. Nel mio immaginario – è lì infatti che civettano le resistenze – la prima si associa all’industria della moda, la seconda alla pasticceria.    Allo stesso tempo, è inutile tacerlo, chi si affida alla cieca al ritmo dei propri fastidi corre il rischio di finire, alla lettera, tra le braccia del senso comune – un abbraccio caldo e soffocante. È una lotta, dunque, per tenere lo sguardo vigile, un conflitto aperto, perché...

Una mostra a Genova / Nanni Valentini: l’argilla non vuole la mia forma

«È inutile che ti dica che una zolla di terra può racchiudere il segreto dell’oracolo, che un solco del campo può contenere tutte le parole possibili, che nell’acqua del fiume sotto il ponte c’è l’ombelico della luna che ascolta la terra, che ancora l’argilla contiene alfabeti nascosti». Queste le parole dello scultore, riportate proprio all’inizio della scala che ci conduce alla galleria genovese “ABC ARTE. Contemporary Art Gallery”, dove è esposta la mostra Verso l’annunciazione. Nanni Valentini. Gli anni ultimi (16 dicembre 2021 - 5 marzo 2022), a cura di Flaminio Gualdoni e Luca Bochicchio. L’artista intuisce da sempre una verità fondamentale: che l’arte contemporanea, pur facendo a meno di immagini pienamente riconoscibili, attrae lo spettatore in un regno arcaico dove sarà lui, per primo, a vedere ciò che i suoi occhi sapranno e potranno vedere.   Le soglie, i crateri, i volti, le derive, le trasparenze, sono strumenti da accordare per ascoltare i cicli naturali della terra, modellati dal vasaio, figura emblematica nella sua arte. Sul tema del vasaio scrive, in Vaticinio, il poeta Nanni Cagnone (WUM p. 23): «Ma come l’argilla / non vuole la mia forma, / così la sorte...

Passato e futuro / Costantino Nivola, personaggio da favola

Nivola non è artista “da museo” o “da galleria”: certo, esiste ovviamente anche questo aspetto, ma soprattutto e più di tutto, Nivola è artista da opere pubbliche. Opere all’aria aperta, esposte alle intemperie, esposte e inscritte in un paesaggio, in modo da modificarlo ma anche da esserne certamente influenzate, esposte alle persone, alle loro intemperanze, persino alla violenza imprevedibile degli eventi, come nel recente caso dei cavallini mutilati della Stephen Wise Recreation Area di New York (che speriamo vengano ripristinati). Nivola prevede, nelle sue opere di ambito pubblico, tutte le ragioni che servono a “giustificare” e a fare interpretare correttamente un’opera d’arte dentro un contesto: la grandezza, la dislocazione geografica, la scala, la diversa angolazione che offre al visitatore e allo spettatore, il materiale stesso, la sua ruvidità o il suo esser liscio, la porosità della pietra, il colore, la variegata esposizione alla luce cangiante del giorno. Il ruolo che l’opera assume, insomma, “nei confronti” della persona e del gruppo di persone che la vivono.   “The Family” (a mother and child) Bronx Family-Criminal Courthouse, Bronx, NY Fotografia di Marco...

La “mente moderna” dell’uomo paleolitico e neolitico / All'origine dell'immaginazione

“Faremo storia a modo nostro, sfarfallando tra migliaia di anni fa” avverte Silvia Ferrara nel suo ultimo libro Il salto. Segni, figure, parole: viaggio all’origine dell’immaginazione (Feltrinelli, Milano 2021). Secondo la docente di filologia micenea e civiltà egee all’Università di Bologna, la storiografia tradizionale fornisce un racconto mistificato degli albori della civiltà al quale oppone una narrazione alternativa “sfarfallando” e saltando “di palo in frasca”. Nel saggio, articolato in una rincorsa, uno stacco e quattro salti, viene esposta la tesi che la creatività umana non si sviluppi in sequenza, come vorrebbe l’evoluzionismo sociale dell’Ottocento, ma appunto per salti e interpolazioni temporali. Ferrara scrive di un passato che parla di noi “non solo come eravamo cinquantamila anni fa, ma anche di noi adesso” (p. 17). L’originalità del suo approccio sta nel considerare tutte le età contemporanee rispetto alla facoltà dell’uomo di immaginare attraverso astrazioni.     Originale è anche la forma del testo. Con una narrazione rizomatica mette alla prova il modello lineare e binario di coordinazione/subordinazione della forma saggistica. Prende per mano il...

Fondazione Prada / Domenico Gnoli: pittore squisito

Cosa strega chi osserva l’arte di un irregolare come Domenico Gnoli? Improvvisamente tutti parlano della mostra alla Fondazione Prada, tutti si ricordano di lui, autore per lungo tempo misconosciuto al di fuori di una cerchia di conoisseurs. Diffidando degli entusiasmi immediati, sembra che al fondo di un istantaneo innamoramento collettivo ci sia un fraintendimento: si viene agganciati dal minimalismo monumentale delle tele dai colori eleganti, dalla quiete magnetica che irradiano, ci si ferma a instagrammare i “quadroni” con i dettagli delle capigliature e degli abiti. È il piacere sensuale di indugiare nelle texture e nei pattern dei tessuti, la sensazione di gravido appagamento che regalano le superfici impastate con la sabbia. Ci si può immergere in questa “glassa” e fermarsi alla superficie, ma fare esperienza della pittura di Domenico Gnoli significa farsi inglobare da una pittura che spicca per compattezza e sofisticazione, elusività e mistero, e che rimane a tutt’oggi senza epigoni.   La fortuna di Gnoli è stata alterna. Nato a Roma nel 1933 da una famiglia benestante e colta, si forma sui libri della ricca biblioteca di famiglia dove studia e copia l’arte italiana....

Una mostra a Riccione / Elliott Erwitt. L’attimo giusto e il momento speciale

Elliott Erwitt (Parigi, 1928) predilige le immagini che hanno un finale aperto, quelle che lasciano spazio all’interpretazione di chi le guarda, e anche le fotografie ironiche o drammatiche, che colgono la più sottile linea del non detto, dentro la cifra esistenziale dell’essere umano. A questa tipologia appartiene Pennsylvania, Pittsburgh (1950), dove un bambino afroamericano si punta una pistola alla tempia destra mentre ride platealmente guardando verso l’obiettivo. Il bimbo compie un gesto drammatico mentre si mette in posa e in relazione con chi gli sta puntando addosso la macchina fotografica. Ride forte e cerca di stemperare quel gesto con una ironia che però non tranquillizza fino in fondo il fruitore dell’immagine. In Bratsk, Siberia (1967), un invitato seduto accanto agli sposi ha lo sguardo maligno e la mano destra sul mento. Forse custodisce uno scomodo segreto, e ride tra sé. La sposa sembra preoccupata. Gli volge un'occhiata intensa. Il marito pare accorgersi e rivolge anch’esso il suo sguardo verso l’altro uomo. In questa scena prende forma un’ambiguità di fondo. Richiama certi soggetti fiamminghi o olandesi della seconda metà del Cinquecento e del Seicento, di tono...

L'immagine del mondo che cambia / World Press Photo: questioni di sguardi

La Fondazione Sozzani ospita la prima tappa italiana della mostra del World Press Photo, così come accade ogni anno dal 1994 grazie all’impegno di Grazia Neri, fondatrice dell’omonima agenzia fotografica, e di Elena Ceratti che per anni è stata il suo braccio destro. È considerato uno tra i premi più prestigiosi del fotogiornalismo mondiale. E l’edizione attuale 2021 è ovviamente dedicata al 2020. Per questa sua 64esima edizione sono state esaminate ben 74.470 fotografie, scattate da 4315 fotografi provenienti da 130 paesi, e premiate le opere di 45 autori. Uno dei pregi di questo premio è infatti quello di proporre sguardi e riflessioni sulla realtà attraverso gli obiettivi di fotografi provenienti da culture e Paesi estremamente diversi, superando quindi quella visione prevalentemente dominata per anni da fotografi occidentali. Visione che ha visto «la fotografia (…) usata come uno strumento per la promozione della monocultura e la supremazia delle razza bianca», scrive nel catalogo (edito da Skira) Azu Nwagbogu, direttore dell’African Artist’s Foundation.   Affermazione per certi versi condivisibile e per altri molto meno, tenuto conto, tanto per dirne una, che quasi un 40...

Una mostra di Luca Barcellona / A perdita d'occhio. Scrittura e immagine

«Teneva i buoi davanti a sé, arava bianchi prati, e aveva un bianco aratro, e un nero seme seminava»: alcune delle prime righe scritte all’origine del volgare italiano (il cosiddetto «indovinello veronese») parlano proprio dell’atto di scrivere, sotto mentite spoglie.  Come in ogni buona similitudine, molti sono gli elementi che si intrecciano per suscitare, in modo ingegnoso, un’immagine viva della scrittura: le mani avanzano sulle pagine bianche come buoi sul campo da arare, e il nero seme che è l’inchiostro si deposita in lettere e in parole. La forza di questa scena ci restituisce una mano nell’atto di compiere un movimento lineare, da sinistra a destra, retta e salda come un aratro ben condotto, e lo stupore di vedere depositarsi su una superficie, prima indifferente e ora ben regolata, grumi ordinati di segni.   Luca Barcellona, Skyline, 2021. Non ci sarebbe scrittura, in altre parole, senza la disciplina che organizza, riga per riga, le gocce di inchiostro in parole, e senza l’attività creatrice della mano – ed è forse in questa descrizione della scrittura come atto di produzione prima ancora che come risultato che risiede il fascino dell’indovinello veronese....

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi al MAXXI / Immagini che cadono avvinghiate a Lucifero

Concentrare   Recensendo il diario di Michihiko Hachiya, direttore dell’Ospedale di Hiroshima durante il bombardamento atomico, Canetti scrisse (in Potere e sopravvivenza. Saggi) che ogni sua pagina era preziosa: la distruzione della città era stata la catastrofe “più concentrata” sofferta dall’uomo in tutti i tempi. A sua volta, ogni riga del suo testo conserva un’inestimabile concentrazione creativa: Canetti infatti ha pubblicato pochissimi scritti, meno che mai recensioni. Intenzionalmente, solo capolavori. Questa è un’adeguata premessa anche per le opere di cui vogliamo parlare. I lavori di Gianikian e Ricci Lucchi, presentati in quattro eventi al MAXXI durante il 2021, non sono composti da scritti ma da fotogrammi. La fotografia proiettata in sequenza diviene cinema, l’arte che meglio regala sensazioni di muoversi nello spazio e nel tempo.   Un risultato espressivo simile a quello della vera letteratura: “prende con sé” chi vi si immerge. In teoria, questo dovrebbe esser sempre possibile con lo spettacolo cinematografico. Il pubblico, del resto, paga il biglietto soprattutto per “evadere” dalla quotidianità, lasciandosi trasportare altrove. La proiezione...

Una rivista tra sperimentazione, arte e industria / Imago: uno scrigno di creatività

Prendendo a prestito un termine dal campo informatico, si potrebbe dire che Imago è stata una pubblicazione multitasking. E di fatto, al significato originario di tasca da cui la parola trae origine, si lega il suo essere stata una rivista ch'era al tempo stesso contenitore e contenuto degli esiti di ricerche e di sperimentazioni culturali e artistiche nella Milano del boom economico, dove si provava anche ad attuare un fattivo rapporto di collaborazione tra quei fermenti e la realtà industriale. Imago, insomma, è stata uno scrigno di creatività, concepito da quel genio che fu Michele Provinciali (1923 – 2009), insieme a Raffaele Bassoli, titolare dell'azienda milanese che l'ha stampata, finanziata e sostenuta. Nata nel maggio 1960 come house organ della Bassoli Fotoincisioni, uscì senza una periodicità stabilita per 15 numeri (l'ultimo nel 1971) e fino al numero 5 ne fu art director il suo ideatore.    La sua straordinaria eccezionalità, che la distingue da qualsiasi altra rivista aziendale e di grafica mai pubblicata al mondo, consiste nel fatto che il suo involucro-copertina (un cartoncino in tinta unita, col titolo stampato in Clarendon maiuscolo, inserito, a sua...

Palazzo Strozzi / Il brillante desiderio di Jeff Koons

Qualcuno forse si chiederà: Dove l’ho già visto questo sorriso sempre stampato in faccia? A sua difesa devo dire che Jeff Koons ce l’ha spontaneo fin da giovanissimo ai primi successi. Me lo ricordo ancora in occasione della lunga intervista nella sede di “Flash Art”, era il dicembre 1986, per l’occasione con la redazione al completo schierata intorno a lui, con quell’aria da ragazzino timido che aveva, ma già tanto noto da avere gli onori della copertina dell’edizione internazionale della rivista. C’era anche Corrado Levi, che esponeva in quell’occasione una sua opera per la prima volta in Italia, nella epocale mostra Il cangiante da lui curata al Padiglione d’arte contemporanea.   Si parlava molto di America e di Duchamp, io, non masticando granché l’inglese, riuscii timidamente, io sì, a infilare a un certo punto solo: “Ti senti più vicino a Duchamp o a Brancusi?”, mentre si parlava delle sue opere metalliche riflettenti della serie “Luxury & Degradation”, con quel coniglio con carota che già allora era la sua opera più riprodotta, tanto da guadagnare la copertina del catalogo della prestigiosissima collezione Satchi & Satchi e ad essere ancora oggi nella mostra di...