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Ara Pacis / Le Radici di Josef Koudelka

Viaggiare è mettersi sulla via, la via verso un luogo o la via verso un tempo, l’ispirazione può venire tanto dallo spazio quanto dalla memoria. Ogni luogo di questo mondo conserva tracce del passato, in quelle tracce si può immaginare un uomo, una civiltà, o perfino un Dio. Per farlo occorrono due cose eminentemente umane: lo sguardo e la ragione. Ciò che non vede lo sguardo lo intuisce la ragione, e ciò che intuisce la ragione si trasforma in sguardo. Le fotografie di Josef Koudelka – in mostra fino al 16 maggio al museo dell’Ara Pacis a Roma – sono tutto questo. La raccolta è il resoconto di un duplice viaggio, nello spazio e nella memoria del Mediterraneo greco e romano. Radici – questo il titolo – è il risultato di numerose spedizioni condotte dal fotografo ceco tra Italia, Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro e Cipro del Nord, Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania e Croazia, nel tentativo di svelare l’enigma che si cela all’incrocio fra i concetti di origine e di bellezza.     Un viaggio in cui non si incontra mai l’uomo, ma solo la sua ombra remota, e in cui il protagonista assoluto della scena è il...

Fantasmi / Roger Ballen. La fotografia come esplorazione della mente

La fotografia mostra un interno dimesso. Le pareti sono rovinate dal tempo. Sul pavimento sono distese alcune corde nere che disegnano una porzione di scacchiera elementare. L’unica pedina presente è un gatto bianco che guarda un uomo che a sua volta osserva un disegno appeso alla parete: un abbozzo di scarabocchi in cui tra cancellazioni e linee fragili campeggia la sagoma di un fantoccio sorridente. La teatralità dell’incontro allude forse al fatto che l’uomo contempla sé stesso in uno schema che mima il contesto in cui si trova e di cui egli non è che una pedina?    La foto si intitola Scrutinizing. È un’opera che Roger Ballen ha realizzato nel 2000 e contiene tutti i tratti del suo stile: il degrado dell’ambiente, l’animale come specchio dell’uomo, l’irruzione dell’inconscio nella dimensione quotidiana. È uno scatto prodotto in un momento molto importante per il fotografo, una sorta di spartiacque nella vita artistica dell’autore che dal 2002 smetterà di ritrarre volti umani e cercherà di integrare l’immagine con la scultura e con disegni vicini all’art brut di Jean Dubuffet.   L’immagine appare nel libro intitolato The Earth Will Come To Laugh and Feast, da...

Una mostra all'Hangar Bicocca / Chen Zhen, corti circuiti

A.S. – Cara Maria, ho bisogno di immaginare di scrivere a te, ho bisogno della parola “cara” e della fiducia nelle domande. Mi sono fermata all’Hangar perché è il primo museo che ha aperto qui a Milano, perché amo molto quegli spazi, la sensazione di un “più grande”, e poi perché mi ritaglio sempre, in conclusione, quel tempo in cui sostare sotto I sette palazzi celesti di Kiefer. Ma mi sono fermata anche perché ricordavo che ci avevi detto che avresti voluto parlare di Chen Zhen su “doppiozero”, prima che tutto chiudesse. Così ho pensato che di lui conoscevo soltanto le coordinate geografiche: Shangai prima, Parigi poi, un certo tempo in Tibet. Niente altro.  Quando mi avvicino a un artista che non conosco attraverso, prima, tutto lo spazio. Passo in mezzo alle installazioni, cammino fino alla fine. Non seguo un ordine: vago. Poi ritorno indietro e solo allora leggo, provo a capire, fotografo quello che vedo. L’esito del mio primo camminamento è sempre ingarbugliato, e non so se le parole che ora ti isolo siano state le sole.    Chen Zhen Jue Chang, Dancing Body – Drumming Mind (The Last Song), 2000 (detail) Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020...

Elio Grazioli / Telepatia: arte o solo fantascienza?

«Ciò che veramente mi interessa (…) non è l’interdisciplinarietà, ma piuttosto le forme “indisciplinate”, turbolente e incoerenti che si situano all’interno e all’esterno dei confini delle discipline (…) La grande virtù della cultura visuale come concetto è che tende ad essere “indisciplinata”». Ebbene, questa frase di W.J.T. Mitchell (ripresa di recente da Michele Cometa nel suo recente libro Cultura visuale, Cortina, 2020, p. 1) potrebbe essere, per certi versi, sposata anche da Elio Grazioli. Prolifico critico d’arte contemporanea e fotografia, molti suoi libri indagano infatti quegli aspetti dell’arte che giocano sull’ambivalenza, che si sporgono in modo sottile oltre i limiti dei generi e del senso, e sfuggono indisciplinati a un pensiero o uno sguardo protesi ad afferrarli. Attratto da ciò che in modo minimo, ma tenace, possa contraddire la logica dominante dell’iper-visibilità e della iper-trasparenza comunicativa presente nei media e nella società, Grazioli si è concentrato sull’«infrasottile» teorizzato e praticato da Marcel Duchamp nelle sue opere (Duchamp oltre la fotografia. Strategie dell’infrasottile, Johan & Levi, 2017). «L’infrasottile – spiega Grazioli – è la...

Una conversazione / Monica Bonvicini: Lover's Material

Fino al 21 febbraio 2021 la mostra personale di Monica Bonvicini, LOVER’S MATERIAL, a cura di Christina Végh, è ospitata alla Kunsthalle Bielefeld, in Germania.  Nata a Venezia nel 1965, Bonvicini ha studiato Arte a Berlino e alla Cal Arts di Valencia, in California, per poi iniziare a esporre a livello internazionale a metà degli anni Novanta arrivando oggi ad essere tra gli artisti italiani più importanti e conosciuti in Italia e all’estero.  Questo testo nasce da alcune conversazioni con l’artista (trascritte in corsivo), che ringrazio, volte a portare in luce gli aspetti peculiari sia dell’esposizione in corso a Bielefeld sia, in generale, della sua ricerca.    Come per numerose opere di Monica Bonvicini, anche per la mostra a Bielefeld è necessario partire dal luogo espositivo per comprendere il suo concept:  “La Kunsthalle Bielefeld è l’unico museo costruito da Philip Johnson in Europa. È un’architettura dallo stile statunitense e quindi molto diverso da quello degli edifici costruiti in Germania dal Dopoguerra. È un’architettura bella ed elegante, ma anche difficile sia perché sembra concepita per la pittura e per la scultura classiche, sia perché,...

Intervista con Simone Santilli / Immagini ai margini dello sguardo

Mentre cerco di figurarmi quali ulteriori vie possano essere percorse per comprendere le metamorfosi e i processi delle immagini, mi sovviene Karma Fails ‒ Meditation Is Visualization (2017), la performance messa in azione da The Cool Couple, dove i due artisti, con la collaborazione di alcuni fruitori delle loro opere, utilizzano la meditazione come uno strumento utile per mettere a fuoco una serie di fenomeni che solitamente sono relegati ai margini dello sguardo.  Questa opera-esperimento è interessante per questioni che sono riconducibili a una serie di analisi del neoliberalismo e del capitalismo cognitivo, alla capacità di dirottare l’attenzione, di alterare la visibilità di qualcosa o qualcuno, di comprendere le strategie delle forme di potere e di controllo più efficaci e pericolose. Secondo Trevor Paglen, le cose che ci minacciano di più sono quelle per cui non c’è un’immagine. Se l’immagine di un pericolo può essere negata (o criptata) dal potere, ci si chiede quali immagini stiamo fruendo veramente, quali differenze esistano tra le immagini consentite e quelle censurate (non fatte circolare)? Attraverso Doppiozero vorrei dare voce a chi in questi anni sta cercando...

Photographs and drawings / Il realismo magico di Paolo Ventura

Prima della chiusura degli spazi espositivi dovuta all’emergenza sanitaria da Camera – Centro italiano per la fotografia di Torino era in scena il Carousel di Paolo Ventura (Milano, 1968). Mai titolo è stato più appropriato per portare in mostra la summa della produzione artistica di Ventura: una giostra mirabolante, dai volti e dalle storie infinite e fantastiche, con l’accompagnamento di quella musichetta per bambini al confine tra la malinconia adulta delle memorie passate e il mondo onirico e dalle infinite possibilità di un fanciullo. Da una ventina d’anni Ventura è padre di storie che si dispongono in equilibrio tra la memoria storica, la fantasia, il sogno e la realtà, con un linguaggio visivo che amalgama tutto senza offrire allo spettatore la disambiguazione dei diversi piani, e anzi facendo leva proprio sull’atto volontario di complicare la fruizione dell’immagine.  Influenzato dalla pittura, dalla scultura, dalla manualità artigianale di uno scenografo, il lavoro dell’artista milanese è il risultato di una minuziosa ricerca tecnica e di linguaggio. A corredare la retrospettiva che Camera gli ha dedicato, prorogata per ora fino al 14 febbraio 2021, il libro Paolo...

Il liberty a Napoli / N'aria 'e Primmavera alle Gallerie d'Italia

Uno dei modi possibili, e meraviglioso, di conoscere Napoli, già percorse le sue piazze e le sue chiaie, frequentate le sue chiese, visitati i suoi musei e le mostre nei suoi spazi pubblici ed esplorate le sue viscere, è quello di fare un giro fra i suoi numerosissimi e opulenti palazzi nobiliari, spiandone l'intimità, o apprezzandone la destinazione divenuta pubblica, sempre in estasi di fronte alla loro magnificenza. È il caso di quello che sorge al numero 187 di via Toledo, Palazzo Zevallos Colonna Stigliano, ora sede delle Gallerie d'Italia, polo culturale e museale di Intesa Sanpaolo.  Opera dell'allora quotatissimo architetto e scultore bergamasco, naturalizzato napoletano, Cosimo Fanzago, il palazzo fu eretto fra il 1637 e 1639 su commissione di Juan de Zevallos, un facoltoso e spregiudicato faccendiere di origini iberiche che, secondo l'uso del tempo, si era comprato con monete sonanti il titolo nobiliare di duca, nella fattispecie quello di duca di Ostuni. Così prepotente era il suo bisogno di ostentare la propria ricchezza, che volle un palazzo talmente sfarzoso, da suscitare, come raccontano le cronache del tempo, addirittura la gelosia del Viceré di Napoli, il...

La riscoperta di un capolavoro / Il polittico Griffoni

Avrebbe dovuto aprire il 12 marzo 2020 la mostra dedicata alla ricostruzione del Polittico Griffoni, curata da Mauro Natale e Cecilia Cavalca, ospitata nelle sale di palazzo Fava a Bologna; ma solo a giugno i primi, timidi, visitatori si sono affacciati con mascherina e prenotazione obbligatoria, dopo che tutte le nostre abitudini, compresa quella di visitare un museo, erano state sconvolte dalla pandemia da Covid19 e dal lockdown.  Non è visitabile, ma possiamo sperare che lo diventerà, perché si tratta di un’occasione unica di ricomposizione dei pannelli superstiti del polittico, da tempo dispersi in nove musei in seguito a travagliate vicende collezionistiche. Eseguito fra il 1470 e il 1472 per la sesta cappella sulla navata di sinistra della basilica di San Petronio a Bologna, il polittico Griffoni è infatti un’opera fondamentale per capire come tra Bologna e Ferrara si fosse elaborato, alla fine del ‘400, un linguaggio pittorico in grado di comporre scienza prospettica, sapere antiquario, e modi naturalistici in una macchina narrativa come quella dell’altare a scomparti che, nel guscio ancora gotico della carpenteria lignea, persa nel 1725, quando il Polittico venne...

Fondation Louis Vuitton di Parigi / Cindy Sherman. Una, nessuna, centomila

La grande retrospettiva dedicata all’opera di Cindy Sherman (1954) alla Fondation Louis Vuitton di Parigi non è al momento visibile. L’ho visitata poco prima del secondo lockdown; era periodo di vacanze scolastiche e le sale del museo erano piene: a malapena si riusciva a seguire il percorso obbligato, pensato per visitare la mostra senza rischi di contagio, ma che produceva al contrario piccoli assembramenti davanti alle opere più note. Gruppi di bambini immaginavano, con l’aiuto di una mediatrice, le mille possibili vite di Cindy, il personaggio di volta in volta messo in scena. Noi adulti con il volto coperto per metà, dissimulato dalle mascherine, vagavamo per le sale, colorate secondo la palette del make-up dell’artista, immersi nella bellissima scenografia che, per opera di Marco Palmieri, alternava colori, specchi e fotografie; un invito a partecipare alla mascarade, mettendoci ad ogni passo davanti alla nostra figura riflessa. Lo stratagemma, senza mascherine, avrebbe funzionato benissimo: i nostri volti di visitatori si sarebbero mescolati a quelli delle tante Cindy in mostra, come a sottolineare la performatività tanto dei suoi personaggi quanto di noi stessi, delle...

Gallerie d'Italia: "Ma noi ricostruiremo" / Milano bombardata

Nella notte tra il 7 e l'8 agosto 1943 l'aviazione alleata sgancia le sue bombe sulla città di Milano. Replicherà con altrettanta violenza nelle notti tra il 12 e 13 e tra il 14 e 15 agosto. La Stampa del 14 agosto, scrive: “Milano ha subito un nuovo violento bombardamento. Si può dire che nessun rione, nessuna zona, nessuna strada centrale o periferica di Milano sia stata esente dal suo doloroso e sanguinoso contributo. Il centro ha avuto deturpazioni che rimarranno a testimonianza dello scarso spirito di civiltà dei nostri nemici. La periferia e i sobborghi, dal canto loro, hanno sofferto mutilazioni tali da meritare agli anglosassoni l’appellativo di gente inumana.” Milano è stata per tutto il primo novecento una città cantiere. Per sua scelta ideologica, economica, artistica. È la città dell'Esposizione Universale del 1906, del Futurismo di Marinetti, Sant'Elia e Boccioni, dei nuovi quartieri operai affidati alle migliori menti dell'architettura razionalista, dei piani regolatori “fascistissimi” degli anni trenta. Demolire e ricostruire non la spaventava, sentendosi parte di un progetto di trasformazione talmente radicale da accettare la perdita – in una sorta di partita...

Tony Godfrey / Editoria: dove è finita l'arte contemporanea?

“La critica d’arte oggi è storia dell’arte, sebbene non necessariamente la storia dell’arte dello storico dell’arte”, scriveva in modo sibillino il critico americano Harold Rosenberg nel 1975. Ennesima prova che l’arte contemporanea segna uno scarto rispetto alla sua storia. Tony Godfrey ne è consapevole sin dalle primissime pagine di L’arte contemporanea. Un panorama globale (traduzione di Chiara Stangalino, Einaudi 2020, 279 pp. riccamente illustrate, 40 euro). Prende come pietra di paragone un evergreen quale Storia dell’arte di Ernst Gombrich, con le sue innumerevoli edizioni dal 1950 al 1994. Ne condivide appieno il celebre incipit – “non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti” – ma ne rileva alcune omissioni, a partire dalla disattenzione verso l’arte contemporanea (nel 1994 sono citati giusto David Hockney e Lucian Freud). Idem per le artiste donne (la prima, Käthe Kollwotz, spunta fuori solo nell’1989), per la parola degli artisti, per l’arte extra-europea (con rare eccezioni come le miniature moghul).   Sono cambiati i luoghi deputati dell’arte (dall’edificio sacro alla fiera, dallo studio al mondo intero), la funzione del mercato (nel...

Collezionare capolavori / I marmi Torlonia

“Innanzi tutto, c’era una promessa. E poi c’è un racconto”. Con le due parole chiave “promessa” e “racconto”, Salvatore Settis, curatore della mostra insieme a Carlo Gasparri (l’archeologo che nel 1976 fu incaricato dal Pretore di Roma di verificare le condizioni delle sculture della collezione della famiglia Torlonia e, tuttora, uno fra i pochi ad aver visto la raccolta nella sua interezza), introduce l’attesissima mostra I marmi Torlonia, col significativo sottotitolo Collezionare capolavori. Sospirata non solo per l’opportunità di vedere finalmente le opere classiche di raffinata bellezza, ad oggi ammirate solo da pochissimi eletti, ma anche per il rinvio da aprile a ottobre, dovuto alla pandemia covid-19, e perché pianificata ben quattro anni fa, a conclusione di un duro percorso giudiziario, andato avanti senza esclusioni di colpi. Infatti, chi ha seguito fin dall’inizio la genesi di questa mostra, sa che essa parte da lontano, dagli anni Sessanta. Ma anche chi non la conosce, immediatamente intuisce che dietro c’è “qualcosa”. Una storia piuttosto complessa e intricata, che sembra giungere, con questa mostra, a quella che alcuni hanno giustamente chiamato una “win win...

Gli ottant'anni dell'artista / Giulio Paolini a Rivoli: una conversazione

Giulio Paolini compie ottant'anni e festeggia la sua lunga carriera con una mostra di opere inedite al Castello di Rivoli, luogo intimamente intrecciato alle vicende dell'Arte Povera. Così è il lavoro dell’artista, si muove senza requie tra un’infinità di punti collocati nello spazio-tempo, oscillando tra la fine e l’inizio e sempre rinnovando un incessante dialogo tra sé e l’opera. Il titolo della mostra è un indizio certo dei temi che si dispiegano nelle tre sale allestite al secondo piano della residenza sabauda, frutto della stretta collaborazione con la curatrice Marcella Beccaria. Il tema cruciale della visione, la relazione tra supporto e immagine, la storia dell’arte come fonte inesauribile d’ispirazione, l’artista come spettatore sono alcuni dei topoi: molti dei temi che hanno puntellato la ricerca decennale del più borgesiano degli artisti italiani sono racchiusi in questa mostra ricca ma asciutta, che da un lato funziona da compendio a una parabola lunga e fertile, e dall’altra rinnova il desiderio di proseguire un’indagine potenzialmente senza fine.   Partendo da Disegno geometrico del 1960, il primo ambiente ospita la grande installazione composta da nove...

Una conversazione / Erik Kessels, found photography

Erik Kessels (Roermond, 1966) è un artista e curatore olandese. Ha pubblicato oltre 50 libri di immagini trovate, perse, non reclamate o scarti fotografici di cui si è ri-appropriato. Kessels ha espanso il concetto di found photography da una condizione analogica a una digitale, passando dalle ricerche di fotografie nei mercatini delle pulci ai prelievi di immagini dal web. Nel 2011 insieme a Martin Parr, Joachim Schmid, Clement Cheroux e Joan Fontuberta ha co-curato una mostra dal titolo From Here On (A partire da adesso) per Les Rescontres Internationales de la Photographie di Arles, una mostra che ha incluso più di ottanta autori e che ha fatto il punto sulla creazione postfotografica realizzata sino a quel momento. Photography in Abundance di Erik Kessels, una installazione con riversato a terra il volume di fotografie caricate in Flickr in 24 ore, presentata alla fine del 2011 nel museo FOAM di Amsterdam, è una icona della condizione postfotografica in cui nuotiamo ormai da più di un decennio.   Sara Benaglia e Mauro Zanchi: "Dato che gli strumenti determinano ciò che è possibile fare, essi determinano anche, in una certa misura, ciò che può...

Nino Migliori / Ustica, Stragedia per immagini

Il 27 giugno 1980, l’aereo di linea DC9 Itavia, partito dall’aeroporto di Bologna con destinazione Palermo, precipitò nelle acque del Mar Tirreno, vicino l’isola di Ustica, con tutti i suoi 81 passeggeri. Io non ero ancora nata – sarebbe passato un altro anno e qualche settimana – ma chiare e ben distinte nella mia mente risuonano le figure dei corpi delle vittime che il mare, giorni dopo, ricominciò a restituire ai propri famigliari. “Il primo incontro di un individuo con l’inventario fotografico dell’orrore estremo è una sorta di rivelazione, il prototipo della rivelazione moderna: un’epifania negativa”, scrive Susan Sontag.  Quando un paio di anni fa andai per la prima volta a visitare il Museo della Memoria di Ustica, dove nel 2007 fu trasferita la carcassa del DC9 Itavia e resa installazione ad opera di Christian Boltanski, ne fui emozionata, scossa, empaticamente coinvolta. Una passerella attorno al relitto dell’aereo scandisce il tempo, il tempo di riflettere e di elaborare anche quello che pensavi di aver già elaborato, ogni passo è il pensiero intimo di ciascuna delle 81 vittime. Questa installazione fa entrare nelle loro vite, in quelli che potevano essere i loro...

Un momento prima / Robert Capa a colori

L’immagine raffigura un gruppo di soldati francesi che avanza in ordine sparso lungo la diga di una risaia. Sono colti di schiena e in fondo s’intravede un blindato, poi le case di un villaggio. Siamo sulla strada per Thai Binh in Indocina e la fotografia è l’ultimo scatto di Robert Capa. È il 25 maggio 1954 e sono le ore 15. Tra poco Capa metterà il piede su una mina antiuomo e salterà in aria. Con lui voleranno la Nikon S e la Contax, i due apparecchi con cui sta ritraendo la guerra che la Francia conduce contro il generale Giap. Dien Bien Phu è caduta ed è in corso l’evacuazione dei feriti dell’esercito francese. Capa non doveva essere lì. A metà aprile si trova a Tokyo e sta fotografando. Accolto come un eroe dai suoi amici giapponesi, deve trascorrere tre settimane in quel paese. Perché è andato in Indocina a seguire questo conflitto che non è il suo, come gli ha detto John G. Morrison da New York al telefono: “Bob non fare questo lavoro, non è la nostra guerra!”? Life gli ha chiesto di sostituire il suo fotografo, Howard Sochurek, che ha chiesto un congedo di un mese per la malattia della madre. Capa ha risposto di sì, pensa che sia una buona proposta, ben pagata, e poi il...

Galleria Raffaella Cortese / Franco Vimercati. Tête à tête con la zuppiera

Una zuppiera è una zuppiera è una zuppiera potrebbe essere il titolo di una delle più famose serie fotografiche di Franco Vimercati. Il fotografo ed artista milanese la realizza dal 1983 al 1992. Per dieci anni non fa altro che inquadrare questo oggetto e riprenderlo in molti modi diversi: a fuoco, sfuocata, grande quanto il formato della foto, più piccola, che emerge da un uniforme sfondo nero, ruotata sul proprio asse a differenti gradazioni, riassorbita dal bianco dello sfondo. È una piccola zuppiera sbrecciata e consunta dall’uso; la forma arrotondata e la patina opaca la rendono un oggetto immediatamente familiare, quasi legato alla terra, alla civiltà agricola, ricorda il fotografo.  La serie di circa cento scatti scatena immagini ipnotiche la cui potenza attrattiva non è affatto facile da spiegare. Sono semplici, consuete, ordinarie, eppure l’intelligenza visiva di Vimercati riesce a farne un racconto adatto per tutti gli sguardi, anche per quelli più distratti e incapaci di concentrazione. È come se dicesse: “io so chi si nasconde dietro il tuo volto, conosco la tua frenesia; so come sei frettoloso, come pretendi di comprendere ogni cosa e come sei insofferente all’...

Guardare con i propri occhi / Il Covid-19 e la nuova visione del mondo

Covid-19. Pandemia. Coronavirus. Lockdown. Sono termini con i quali abbiamo imparato a convivere negli ultimi nove mesi. Durante questo periodo un virus invisibile è circolato mentre l’uomo è stato costretto a rinchiudersi in casa. Una condizione impossibile da credere prima poiché mai l’essere umano avrebbe immaginato di non poter disporre della propria libertà di movimento a causa di qualcosa che non è possibile vedere. Come è stata vissuta questa esperienza nell’ambito della fotografia, linguaggio da sempre utilizzato per raccontare cosa succede nel mondo? Alcuni festival hanno deciso di esserci. Organizzativamente tutto si svolge garantendo al pubblico una fruizione che non faccia sentire troppo la differenza tra il prima e il dopo, ma un cambiamento appare inevitabile e irreversibile e non riguarda le regole comuni del distanziamento cui ci stiamo abituando bensì un altro tipo di distanza che fotografi e organizzatori non hanno percepito, travolti dall’essere “dentro” gli eventi e dunque non in grado di guardare con il distacco necessario di chi osserva ed elabora.  Cortona On The Move, SI Fest, il Festival di Fotografia Etica di Lodi sono solo alcune delle principali...

Paraloup / Un museo di racconti

Sono a Paraloup nella baita che ospitava l’armeria dei partigiani della banda di Italia libera, Giustizia e Libertà, al comando di Duccio Galimberti (quello che ricorre anche nelle strofe di Morti di Reggio Emilia), Dante Livio Bianco, Nuto Revelli, Giorgio Bocca di cui si è celebrato da poco il centenario della nascita. L’antica borgata in abbandono, alpeggio tra Otto e inizi Novecento, accolse una delle prime bande (se non probabilmente la prima banda partigiana regolare per così dire) d’Italia.  Ora nella baita c’è il grande schermo, con postazione touch screen, del Museo dei racconti. Le stagioni di Paraloup. Sento le note, emozionandomi pur conoscendole a memoria, della canzone della banda. Col gelo di notte a dormire nei fienili a quasi 1400 metri (“ci si svegliava al mattino con la neve sui piedi che passava sotto la porta” racconta uno di loro nelle testimonianze che scorrono sul grande schermo) pidocchi per tutti (la posta in gioco spesso nelle corse dei parassiti per contendersi sigarette o proiettili) il clima giocoso a fronte degli addestramenti snervanti in armi.    Tutta la durezza di una scelta compiuta da ragazzi di vent’anni che mi fa pensare a...

Galleria Milano / Enzo Mari, Falce e martello

Milano, la sua città d’adozione e d'elezione, celebra Enzo Mari (1932) con due mostre, una, dal titolo Falce e martello. Tre dei modi con cui un artista può contribuire alla lotta di classe, visitabile dal 30 settembre al 16 gennaio 2021, presso la Galleria Milano, in Via Manin al 13, e l’altra, intitolata Enzo Mari curated by Hans Ulrich Obrist, allestita invece in Triennale, dal 17 ottobre al 13 aprile 2021. Al di là del rilievo storico di portata internazionale proprio di entrambi gli eventi, che ha indubbiamente a che fare con il loro protagonista, la loro eccezionalità consiste anche nel fatto che esse sono le prime grandi occasioni espositive dedicate al design dopo il lockdown e il lungo periodo di apnea culturale che gli ha fatto seguito.   Per dirla tutta, la mostra della Galleria Milano non costituisce una vera e propria novità, visto che si tratta della riproposizione integrale di una rassegna di quasi cinquant’anni fa, dal medesimo titolo, che ha fatto epoca, con la quale il 9 aprile del 1973 Carla Pellegrini, anima e animatrice della sua Galleria, fino a quando ci ha lasciato lo scorso anno, ne inaugurò addirittura la nuova sede negli spazi che tuttora...

Una conversazione / Jacopo Benassi. Sono un fotografo di compleanni

Jacopo Benassi è sdraiato a terra nel suo studio. Due fotocamere sono puntate su di lui in diverse posizioni. Osservo il suo corpo che si muove. Comincia a suonare la chitarra. Lo fa a modo suo. Pizzica le corde, le sfiora delicatamente. Suona con ogni parte di sé. Abbraccia la chitarra, la tiene sospesa, la appoggia a terra. Le mani e i capelli si muovono in maniera sinuosa in sintonia con i suoni. Un dispositivo fa scattare automaticamente le due fotocamere e le immagini vengono proiettate sul muro. La luce trasforma Jacopo in una statua. Lo sguardo modella il corpo e la fotografia lo pietrifica. Ma al contempo la musica sembra animarlo, il ritmo è il suo respiro. Così anche le foto sembrano prendere vita. Sto assistendo alle prove della performance che metterà in scena al Centro Pecci di Prato il 16 e il 17 di ottobre, insieme a Kinkaleri, in occasione della sua mostra intitolata Vuoto, a cura di Elena Magini.      Jacopo Benassi nel suo studio.   Jacopo vive e lavora a La Spezia. Sono più di trent’anni che fa il fotografo. Fra le sue numerose attività ha dato vita a Talkinass Paper and Records e prodotto magazine e live di artisti della scena...

A Life in Letters / Le più belle lettere di Vincent van Gogh

‘Caro Theo, grazie della tua lettera, sono contento di sapere che sei arrivato bene. Mi sei mancato i primi giorni & mi sembrava strano tornare a casa di pomeriggio e non trovarti’. È questa la prima lettera dell’epistolario vangoghiano giunta a noi.  Vincent ha diciannove anni, già da tre lavora all’Aia nella galleria d’arte della Goupil & Co. Theo ne ha quindici, e dopo qualche giorno trascorso nella capitale con il fratello torna alla casa dei genitori, a Helvoirt, nel Brabante del Nord. A scuola ci va a piedi, a Oisterwijk. Sei chilometri all’andata, sei al ritorno, tra vento e burrasche di quell’autunno tempestoso. Il manoscritto di Vincent è strappato in alto, ma la data è stata ricostruita grazie al cenno alle gare di trotto, che si erano svolte il sabato 28 settembre 1872.  Vincent è accanto al fratello minore col pensiero, ‘sarai in ansia’… è protettivo, e lo sarà ancor di più non appena Theo andrà a lavorare alla filiale di Bruxelles della Goupil, all’inizio del nuovo anno. Leggi questo, leggi quello, visita i musei, fai tante passeggiate… ‘tuo affezionatissimo Vincent’.   Lettera di Vincent a Theo, L’Aia, 29 settembre 1872, © Van Gogh Museum...

Vedere e sperimentare il tempo / Time Machine. Pixel e polvere

Un “futuro antico mondo”, come recitava la sigla italiana di un anime Time Bokan giapponese degli anni ‘70, appartiene ai viaggiatori del tempo: in anticipo e in ritardo sulla storia, al di qua dell’anacronismo, nella dialettica dei tempi. Un “movimento aberrante” guida il loro viaggiare, un incedere che sabota l’andamento lineare del tempo, liberandolo da ogni centro di gravità, sia esso la forza che ci tiene attaccati alla terra o l’irresistibile attrazione esercitata dal futuro su qualsivoglia asse temporale. Ogni viaggio nel tempo è, in fondo, un viaggio oltre confini del mondo, in assenza di peso. Che esso avvenga nello spazio interstellare o che si configuri come un viavai attraverso le epoche della storia dell’uomo, una cosa è certa: non sarebbe possibile varcare soglie e faglie cronologiche senza una macchina del tempo capace di strapparci dal nostro qui e ora.      Contrattempo   Sergei Krikalev è stato l'ultimo cosmonauta dell'Unione Sovietica a essere stato nello spazio: partito nel maggio 1991, è rimasto dieci mesi a bordo della Mir, per tornare sulla Terra nel marzo 1992. Nel 1991, in seguito al putsch di Mosca nell'agosto dello stesso anno, si...