Calvino tutto in un punto

Nel bel profilo dedicato a Italo Calvino da Arianna Marelli, e realizzato in occasione delle letture di questo scrittore al grattacielo di Intesa Sanpaolo a Torino, Italo Calvino: tutto in un punto (una realizzazione 3D Produzioni per Sky Arte HD e Intesa Sanpaolo), spiccano i brani di un’intervista che gli fece nel 1975 Valerio Riva per la Televisione Svizzera. Calvino viveva allora a Parigi in Square de Chatillon, nella periferia sud della capitale francese, e lì riceve la troupe che lo filmerà nel suo studio appollaiato sui tetti. La conversazione s’intitola: Calvino: l’uomo invisibile. Gioca ovviamente sul titolo del libro che ha pubblicato pochi anni prima, Le città invisibili, uno dei suoi più belli, il più poetico di tutti. Lo scrittore spiega a Riva che a Parigi lui ci sta molto bene perché vive nel più assoluto anonimato: può osservare tutti scomparendo nella folla, e così può vedere senza essere visto. Poi perfeziona il suo pensiero aggiungendo: “Agli scrittori essere visti di persona non giova. Ci sono stati scrittori enormemente popolari di cui non si sapeva niente. Erano solo un nome sulle copertine (…) ora invece lo scrittore ha occupato il campo e il mondo rappresentato invece si svuota”. Valerio Riva gli obietta: “Ma scusa tu cosa vorresti essere? Uno scrittore invisibile in una città invisibile?”. Calvino sorride per il gioco di parole. Uno dei testi meno noti, ma tra i più curiosi di Calvino s’intitola “Eremita a Parigi”, che ci restituisce molto bene la condizione d’anonimato che cercava in quella città. Nel corso della conversazione lo scrittore-che-vorrebbe-essere-invisibile ricorda che a volte gli capita di dire che quella di Parigi è la sua casa di campagna, situata in un luogo isolato dove si può lavorare in pace.

 

In realtà, come mostra il resto del filmato, mai trascritto, neppure per entrare a far parte del grosso volume di interviste, Sono nato in America… Interviste 1951-1985 (Mondadori), a Parigi Calvino è immerso in una realtà plurima e multiforme, che legge come una grande enciclopedia, dal negozio di formaggi alle insegne disposte lungo le strade, dalle stazioni del metrò ai piccoli cinema dove può vedere film persi durante la giovinezza, o vedere di nuovo quelli già visti. L’osservazione di Calvino sulla invisibilità degli scrittori non è certamente di moda in un’epoca come l’attuale in cui gli scrittori fanno di tutto per essere visti, dalla televisione ai social, dalle interviste ai premi letterari. Non si deve dimenticare che Calvino si è autoescluso a partire dal 1968 dalle competizioni, rinunciando a partecipare al Premio Strega come ad altri premi. Deve trattarsi di una caratteristica degli scrittori della sua generazione, quella nata negli anni Venti del XX secolo, se anche Leonardo Sciascia, di cui cade ora il trentennale della morte, ruppe con Einaudi, il suo editore, a causa di un premio a cui fu candidato senza la sua approvazione, e così passò a pubblicare con Sellerio. Molta acqua è passata sotto i ponti e l’invisibilità non sembra più un valore durevole. Apparire è la prima parola d’ordine e come capita in questi casi piove sul bagnato: ogni apparizione chiama altre apparizioni e, effetto non secondario, accresce curiosamente la reputazione. Lo scrittore deve essere assolutamente visibile.

 

Non si può dire che Calvino fosse un invisibile, dal momento che riceveva Valerio Riva e i suoi operatori e, come in questa magnifica intervista, si lascia trasportare con docilità per Parigi, in quella che non conosce; ad esempio nel quartiere allora in costruzione della Défense, dove commenta la nuova architettura parigina. Lo scrittore ligure nato a Cuba, come racconta la biografia filmata di Arianna Marelli, non somiglia certo all’autore del Giovane Holden, Salinger, la cui foto più nota è quella in cui mostra un viso tra l’arrabbiato e lo spaventato all’obiettivo del fotografo che l’ha scovato nel suo rifugio. E neppure a Thomas Pynchon, la cui unica foto in circolazione è quella da studente universitario iscritto ai corsi di Nabokov. Nei brani di questa intervista citati nel documentario, appare impacciato, con una mimica quasi da comica finale, sorridente e incuriosito. Perché gli scrittori non debbano apparire, Calvino non lo dice, ma forse si può intuire, dato che di lì a pochi anni scriverà in un capitolo di Se una notte d’inverno un viaggiatore: come mi piacerebbe essere solo una mano che scrive.

 

 

L’intervista di Valerio Riva è stata girata solo dieci anni prima della sua scomparsa, in un momento in cui Calvino probabilmente pensava di avere ancora parecchio tempo davanti a sé. Sarebbe infatti morto a soli 62 anni nel settembre del 1985, dopo una grande fatica, dice Ernesto Ferrero nel filmato: lo sforzo che aveva compiuto per scrivere le sue Lezioni americane. L’ultima delle lezioni, la sesta, l’unica che non ha scritto in Italia, quella che doveva scrivere ad Harvard in terra americana, e che quindi non abbiamo, doveva intitolarsi Consistency, parola che potremmo tradurre sia con “consistenza”, ma anche con “coerenza”, e forse con “compattezza”. Tra i suoi personaggi, o testi di riferimento, c’era di sicuro Bartleby lo scrivano. Il racconto di Melville ha come protagonista uno scrivano, un copista di atti giudiziari, assoldato da un avvocato di New York ma che finisce per rispondere a tutte le richieste del suo datore di lavoro con la frase: “Avrei preferenza di no”, come traduce Gianni Celati, che con ogni probabilità ha attirato l’attenzione del suo amico Italo su quel racconto, visto che lo stava traucendo in quegli anni; oppure: “Preferirei di no”, secondo la versione di molti altri. Che la “coerenza-consistenza” sia una delle prerogative di Calvino nel corso della sua vita si vede molto bene anche dal film di Arianna Marelli. La stessa scelta di indicare il racconto cosmicomico Tutto in un punto quale titolo generale del documentario, non è un fatto solo casuale.

 

Il punto è un ente geometrico fondamentale, che è a un tempo concreto e astratto, visibile e invisibile. Sembra corrispondere perfettamente a quella che era la personalità umana e letteraria di Calvino. La “coerenza” come virtù, come presupposto della “consistenza”, e ancor di più della “compattezza”, è senza dubbio una delle doti dell’uomo, prima ancora dello scrittore. L’intervista di Valerio Riva sembra confermare questo aspetto, così come la sua stessa partecipazione alla vita politica del paese. Mario Barenghi nell’intervento compreso nel documentario di Arianna Marelli dice che alla fine degli anni Settanta Calvino aveva compreso che la politica non costituiva più un aspetto fondamentale nella esperienza umana e intellettuale, come invece era stato quando era giovane, a partire dalla sua partecipazione alla Resistenza armata, e poi con l’iscrizione al Partito Comunista, da cui era uscito nel 1957 dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria. Non era più così importante, dice lo studioso di Calvino, e c’erano altri aspetti che emergevano. In Palomar, una sorta di Bartleby alla rovescia, la compattezza stessa sembra sbriciolarsi, polverizzarsi, diventare una nuvola gassosa, che aleggia sulla testa di quell’uomo timido, riflessivo e meditabondo protagonista del libro.

 

Il mondo appare così complesso e articolato al signor Palomar, che continua a procedere di errore in errore, come di verifica in verifica, senza riuscire a disegnare alcun metodo universale di comprensione del mondo. Non c’è più “il Sistema dei Sistemi”, dice Palomar, alter ego di un Calvino perplesso e pensieroso, per quanto già nel Barone rampante era in nuce la dispersione del mondo in molteplici e variegati aspetti, di cui era altresì difficile fornire scienza o almeno conoscenza certa. Il giovane Barone salito sui rami per vedere meglio il mondo, ma anche per distaccarsene, come fa Calvino stesso a Parigi in cima alla sua casa-studio, così simile all’altana del futuro signor Palomar, sperimenta già innumerevoli impossibilità a partire da quella amorosa. Dove vivere dunque? Sui rami? A Parigi? Dopo il trasferimento a Roma alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta, Calvino aveva stabilito che, dopo le lezioni americane tenute ad Harvard, lui e la moglie, Chichita, sarebbero ritornati a vivere a Parigi, lontano dall’Italia, paese in cui faticava a riconoscersi dopo il delitto Moro e la lunga crisi della democrazia e l’imbarbarimento della vita pubblica. Tornare a Parigi per osservare da distante il mondo? Purtroppo per lui, e anche per noi, questo non sarà il suo destino. Ha ragione Ferrero a dire che Calvino è morto giovane. Avrebbe potuto scrivere ancora molte pagine negli anni a venire, e trovare finalmente quella distanza per parlare della sua autobiografia, come ha fatto solo in parte nella raccolta postuma La strada di San Giovanni. Un viaggio interrotto anche per quanto riguarda le pagine della Consistency, mai nate, pagine da vergare in un paese, l’America, che sembra averne molta di consistenza e di coerenza, e a un tempo molto poca. Questo documentario biografico sarà utile per chi nelle scuole vuole presentare ai propri studenti un profilo visivo e auditivo di questo grande scrittore leggero, arioso e insieme meditabondo, diventato anzi tempo invisibile.

 

Omaggio a Calvino, Dialogo tra Paolo Di Stefano e Ernesto Ferrero, sabato 16 novembre, alle ore 16,00, nella Sala Buzzati della Fondazione del Corriere della sera, via Balzan 3, Milano. Durante l’evento sarà proiettato il docufilm Italo Calvino: tutto in un punto, a cura di Arianna Marelli, una realizzazione 3D Produzioni per Kky Arte HD e Intesa San Paolo.

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