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I miracoli di San Martino

“Oh indicibile triaca! Oh inesprimibile balsamo! Oh inestimabile antidoto! Oh purgante celeste, se così posso dire! Questa polvere vince le arguzie dei medici, supera la dolcezza degli aromi ed è più forte di qualsiasi unguento! Pulisce il ventre come l'agrimonia e i polmoni come l'issopo, purifica la testa come il piretro. E non solo rafforza le membra deboli, ma, beneficio ben più importante di qualsiasi altro, lava e deterge le macchie della coscienza”. 

 

Chi prorompe in questa serie di esclamative? E, soprattutto, a proposito di quale polvere?

Si tratta di Gregorio di Tours e la polvere di cui si magnificano le virtù curative, di gran lunga più efficaci di tutte le erbe officinali prescritte da qualsivoglia medico, è quella del sepolcro di San Martino.

Abbiamo tratto questa bella citazione dalla pregevole opera appena uscita per i tipi di Einaudi, I miracoli di San Martino, tradotta, introdotta e accuratissimamente commentata da Silvia Cantelli Berarducci (collana I millenni, impreziosita da dodici magnifiche riproduzioni tratte dalla vetrata di San Martino della cattedrale di Chartres).

I de virtutibus sancti Martini libri IV sono il racconto dei miracoli avvenuti presso la tomba del beato Martino di Tours o comunque collegati alle sue sante reliquie. Chi li racconta è per l'appunto Gregorio di Tours che fu vescovo dell'omonima città dal 573 al 594.

Viceversa il Santo Martino, che è sepolto a Tours, benché morto a Candes, vicus tra Loira e Vienne a circa 40 chilometri dalla città, era originario della città di Sabaria, capitale della Pannonia Prima, dove era nato tra il 316/317. Nella Gallia Martino svolse la sua attività di militare di carriera. Vicino alla porta di Amiens si rese protagonista dell'episodio più celebre della sua vita, il taglio del mantello, per dividerlo con un povero infreddolito (episodio che fra l'altro è qui ricordato, nel libro I, capitolo xvii). Poi si recò a Treviri, al seguito dell'imperatore Giuliano. Si convertì successivamente al cristianesimo e passò nelle fila del clero del vescovo Ilario di Poitiers che lo ordinò esorcista. Ma Martino aveva una vocazione più monastica che secolare e fondò, pare, il primo eremo occidentale di cui si abbia memoria, quello di Ligugé, a poca distanza da Poitiers.

 

La sua fama si diffonde e, probabilmente anche in grazia dei suoi poteri taumaturgici, viene acclamato vescovo di Tours nell'anno 371, il quattro luglio. Non rinuncia però alla sua vocazione ascetica, nonostante l'intensa attività pastorale, e risiede a Marmoutier (Maius monasterium) nuovo eremo nei pressi della città.

Muore l'8 novembre dell'anno 397. Viene sepolto (depositio) l'11dello stesso mese a Tours.

Mentre Martino è ancora in vita, il retore Sulpicio Severo, convertitosi al cristianesimo, redige un dossier di scritti su di lui, fatto senza precedenti, perché di norma si aspettava la morte di un santo per narrarne la vita. Probabilmente si trattava di rispondere subito ai vari detrattori del religioso, i quali dubitavano della veridicità dei suoi miracoli. 

Quindi, quando Gregorio di Tours decide di scrivere sul suo grande predecessore, c'è già una consistente bibliografia sull'argomento. Non solo l'opera di Sulpicio Severo ma anche quella, in versi, di Paolino di Périgueux (che però Gregorio confonde con Paolino di Nola).

Se Sulpicio Severo ha scritto dei miracoli operati in vita da Martino, se Paolino ha aggiunto un libro sui miracoli operati dopo la morte, Gregorio scriverà anche lui dei miracoli post mortem integrando l'opera di chi è venuto prima di lui.

 

Questo è un punto capitale: il santo vivo e il santo morto sono accomunati da una medesima intensa attività taumaturgica. Non c'è soluzione di continuità. Martino è sempre presente. In vita predicava con la parola e con l'azione. Da morto prosegue la sua predicazione con i miracoli e le apparizioni. Le parole di Gregorio hanno solo il valore di render conto di questa manifestazione di presenza del santo mediante eventi non verbali, vissuti e partecipati dai fedeli.

Secondo Agostino il periodo storico che è iniziato con l'Incarnazione e che si concluderà con il Giudizio va sotto il nome di “governo dei santi”. Gli eletti intervengono nella vita quotidiana degli esseri umani. Il miracolo è effettivamente la modalità principe del loro dichiararsi.

Martino non fu un martire, non testimoniò con la morte la sua fede; egli appartiene al gruppo dei “confessori”, coloro che testimoniarono con la vita e l'attività la forza della religione. A tal punto che lo si considerò il “tredicesimo apostolo”.

 

Gregorio è chiamato a sua volta a testimoniare la presenza del Santo. Ma rilutta. Non si crede all'altezza. Non si tratta del solito topos di modestia imparato nelle scuole di retorica. Gregorio, qui e in altre opere, protesta di non sapere più il latino. Confonde accusativi e ablativi. Non padroneggia la lingua. Non distingue tra neutri e femminili. Si sente molto inferiore, sia rispetto a Sulpicio che a Paolino che a Venanzio Fortunato (eccellente poeta che però purtroppo non c'era più). 

Ha una visione. 

Gli compare in sogno (un sogno in pieno giorno) la madre, Armentaria. La quale gli dice semplicemente: se non scrivi dei miracoli di Martino, commetti un crimine. E poi, aggiunge la madre, non ti rendi conto che proprio tu, e precisamente perché usi un linguaggio comprensibile al popolo (sicut tu loqui potens es), sei il più adatto a comunicare contenuti di questo genere?

Alla fine, benché diviso tra desiderio (cupiens) di obbedire al comando materno e terrore (terror) d'intraprendere l'ardua opera, decide comunque di scrivere, anche perché sarà Dio stesso a esprimersi per mezzo suo. Quel Dio che scelse non filosofi o retori per parlare al mondo, bensì pescatori e illetterati.

Chissà se Dante, quando nel cuore della Vita nuova (XVIII), lacerato tra “disiderio di dire e paura di cominciare” si fa incoraggiare proprio da alcune donne (che avevano peraltro “intelletto d'amore”), si sarà ricordato di questo passo di Gregorio. (E anche se non ne avesse avuto nozione, la coincidenza resta, crediamo, significativa).

 

Comunque la lingua di Gregorio è quel “sermo humilis” di auerbachiana memoria che, fondandosi sulla lezione del Vangelo, rende possibile trattare di questioni sublimi con parole e giri di frase presi dalla quotidianità più trita, cosa impossibile nel mondo classico, greco-romano, con le sue rigide partizioni di generi.

In duecentosette capitoli, divisi, come detto, in quattro libri il nostro scrittore e vescovo fornirà un resoconto dei miracoli (virtutes) del Santo. La distribuzione dei capitoli è ineguale: quaranta + sessanta + sessanta + quarantasette. L'ultimo libro è con ogni evidenza incompiuto. 

Anche il contenuto è differente. Nel primo libro Gregorio non segue come negli altri il succedersi delle feste liturgiche. Inoltre i miracoli di cui tratta qui sono esclusivamente quelli accaduti prima della sua ordinazione a vescovo (573).

 

 

A partire dal secondo libro i miracoli sono ordinati secondo il Santorale e il Temporale; ossia a seconda che siano accaduti durante le feste del Santo (4 luglio e 11 novembre) o festività comandate quali Natale, Epifania, Pasqua etc. Nel terzo libro si infittiscono i cosiddetti miracoli di guarigione-punizione che riguardano i fedeli che hanno trasgredito il divieto di lavorare la domenica o in occasione di altre festività. Nel quarto libro il dettato si fa sempre più succinto. Prevale la forma della narrazione cumulativa, più miracoli di natura differente concentrati in un solo breve capitolo.

La fenomenologia del miracolo è bensì varia, ma riconducibile ad alcune costanti di fondo.

 

Preponderante è quella di guarigione. Ciechi che riacquistano la vista. Sordi che riacquistano l'udito. Storpi che ricominciano a camminare. E così paralitici, sciancati, invalidi. Dissenterici che riprendono la normale funzionalità intestinale. Emorroisse in cui s'arresta il flusso. Volti e corpi sfigurati dalle pustole (le epidemie di vaiolo e peste erano frequenti) di nuovo ricondotti all'aspetto primigenio.

Ciò che agisce sulla malattia può essere ora l'olio con cui si alimentano le lampade che si trovano nella basilica di Tours in cui è sepolto il Santo. Ora la cera delle candele accese presso il sarcofago. Ora le frange dei drappi che lo coprono o che vi pendono sopra. Ora l'acqua con cui il sepolcro viene lavato il Giovedì Santo. Ora la polvere che vi si deposita sopra. Tutti sacra pignora (sacri pegni o reliquie).

Quest'ultimo elemento, la polvere, ch'è altamente simbolico della condizione umana nella sua vanità di fondo, viene a prendere sempre più rilievo nel corso della narrazione.

 

La polvere veniva raschiata da sopra la tomba e mescolata ad acqua o vino in una sacra ampolla e poi ingerita. Gregorio stesso, nel capitolo LX del terzo libro da cui abbiamo tratto la citazione che apre questo nostro scritto, ebbe modo di sperimentare lo straordinario potere della reliquia nel corso di un viaggio verso Chalon-sur -Saône. Il narratore infatti ama aprire e chiudere i libri con sue esperienze autobiografiche in materia. Gregorio in persona quindi guarì da un fortissimo mal di denti. Uno dei suoi servi fu risanato da una forte febbre dissenterica. Il vescovo Avito superò dal canto suo un'acutissima febbre terzana. Sempre grazie alla polvere.

 

Ecco perché si lancia in un autentico peana in onore della terapeutica e salvifica sostanza.

Naturalmente però il vero agente della guarigione è la fede.

Se manca quella il miracolo non avviene.

Il momento materico, fisico (la polvere, l'olio, la cera) va sempre di pari passo con quello spirituale (la cieca, assoluta fiducia). E la guarigione non è solo corporale, ma dell'anima. È una redenzione, una rinascita, un ritorno a un originario stato di purezza compromesso dall'insinuarsi del peccato.

Infatti una donna di nome Paola, avanti nell'età, aveva perso la facoltà di vedere. Dopo tanti anni si reca a Tours. Rimane prostrata in preghiera tutto il giorno, ma il Santo non le fa la grazia. Resta cieca. Quando sta tornando a casa si mostra comunque grata a Martino per averle concesso di conoscere, anche solo con il tatto, i luoghi in cui Egli si trova. Lei è consapevole che i suoi troppi peccati hanno impedito la guarigione. Ed ecco che proprio allora ritorna a vedere: la sua umiltà e modestia l'hanno premiata.

Ai miracoli di guarigione si affiancano quelli di liberazione.

 

Prigionieri detenuti ingiustamente si sciolgono miracolosamente dalle catene. Carceri si scoperchiano. Vincoli strettissimi in cui sono avviluppati debitori insolventi s'infrangono da sé.

Anche molte guarigioni in realtà paiono ricalcare uno schema simile. Il servo Teodomondo, per esempio, ch'era muto, avvertì un giorno che il laccio che gli teneva legate orecchie e gola, si era improvvisamente rotto e così lui poté tornare a parlare e a udire.

Parimenti i fili dei muscoli secchi di Maurosa si sciolsero. Non diversamente vari energumeni (ossia posseduti dal demonio) furono finalmente districati dai legacci entro cui il maligno li imprigionava.

Questi miracoli di liberazione sono connessi con l'attività “politica” del vescovo. Che è coinvolto nell'amministrazione della giustizia ordinaria e che si trova ora in conflitto (con Chilperico), ora in accordo (Gontrano) con il sovrano merovingico di turno e i vari conti suoi delegati.

È risaputo che Gregorio di Tours è, grazie ai dieci libri della sua Historia francorum (o Libri Historiarum), la fonte più importante per la conoscenza dell'epoca merovingica.

Interessante è rilevare come a volte uno stesso fatto venga narrato in modalità differenti a seconda che sia presente nell'opera agiografica o in quella più specificamente storiografica. Ad esempio in relazione al diritto d'asilo nelle chiese. O in relazione alla morte del sovrano Cariberto. Nei Miracoli la sua dipartita è vista come punizione per aver usurpato beni appartenenti alla Basilica del Beato Martino; nell'opera storica è la sua condotta lussuriosa e incestuosa ad averlo condotto a rovina.

Un'altra tipologia è quella dei miracoli d'invocazione.

 

Il vescovo Baudino invoca con animo puro e fidente il Santo e rimane incolume nonostante l'impetuosa corrente della Loira. L'agente della Basilica di nome Ammonio precipita in un burrone ma il nome di Martino pronunciato al momento giusto lo lascia pressoché illeso.

Il vento si alza. Le tempeste si approssimano. Il cielo si oscura. La notte cala repentina. Sono tutte forme di manifestazione del maligno. Ma il santo nome opportunamente chiamato in causa vince ogni insidia.

Una forma assai singolare in cui ha modo di esplicitarsi la virtus di Martino è quella che ricorda da vicino le pratiche greche d'incubazione.

Il malato che voleva riottenere la salute non doveva fare altro che stendersi in un letto nel tempio di Asclepio ad Epidauro e... dormire. Quello era il rimedio principe. Il sonno. Il sacro sonno.

Anche i frigoritici, ossia i sofferenti di febbri malariche, con i loro brividi irrefrenabili, cercavano molti secoli dopo la salute semplicemente stendendosi nella Basilica, nello spazio compreso tra l'altare e il sepolcro di Martino.

La salute e la salvezza (salus).

Abbiamo detto che nel terzo libro assume particolare rilievo la forma del miracolo di punizione-guarigione. 

 

Un uomo di nome Senatore che risiedeva nel villaggio di Craon nel territorio di Angers stava fabbricando una chiave. Era domenica ed ecco che le dita di entrambe le mani gli si contrassero in modo tale che aveva le unghie conficcate nel palmo. Così colui che aveva voluto aprire la porta non poteva nemmeno aprire le mani. Rimase così, con le unghie conficcate nel palmo, per quattro mesi. La mano prendeva a putrefarsi. Senatore chiese allora l'aiuto di Martino. Pregò e digiunò per quattro giorni. Poi alzò le mani e se ne andò guarito. Lodò la potenza del vescovo e raccomandò a tutti di non fare ciò che lui aveva osato. Ossia lavorare di domenica.

A Bourges viveva una donna che partorì un figlio le cui ginocchia erano ripiegate verso lo stomaco e i talloni verso le tibie. Le mani erano attaccate al petto e anche gli occhi erano chiusi. Aveva l'aspetto più d'un mostro che d'un essere umano. La donna confessò piangendo di averlo concepito di domenica.

Il piccolo obbrobrio venne affidato a un gruppo di mendicanti finché, quando compì gli undici anni, il giorno della festa del Santo, giunse alla Basilica. Rimase davanti al sepolcro. Passata la festa riacquistò vista e udito. L'anno dopo, alla stessa festa e nello stesso luogo, si ritrovò con tutte le membra raddrizzate. Qualcuno potrebbe dubitare della vicenda, dice Gregorio, ma l'ho visto con i miei occhi, questo giovane risanato, afferma il vescovo. E, aggiunge, lui stesso con la sua bocca mi ha raccontato la sua storia che io udito con le mie orecchie.

 

La domenica doveva essere sacra e dedicata esclusivamente alle cure religiose. Proprio in quegli anni ciò fu sancito da alcuni canoni del sinodo di Mâcon. E il re Gontrano, da parte sua, confermò le decisioni del clero con un suo editto (Guntchramni edictum), a sottolineare come i due poteri, in questo campo e a quest'epoca (intorno al 585), marciassero in sincronia.

Ora, rimane un punto da trattare. Quello della veridicità di tutto ciò. 

Silvia Cantelli Berarducci sia verso la fine dell'introduzione (alle pp.cxvii e seguenti, intitolate significativamente Dire la verità mentendo) sia nelle note di commento ai singoli miracoli tende a riportare il soprannaturale verso la sfera della spiegazione razionale. Ad esempio tutte queste storie di mani rattrappite, piedi contratti, cecità, paresi, afasia, comprese alcune affezioni cutanee, possono secondo lei venir classificate come “disturbi di conversione”, cioè quelli che la psicoanalisi freudiana considera alla stregua di trasposizioni di conflitti psichici nella sfera del corpo, risoluzione di essi in sintomi somatici.

 

Oppure, altro esempio, tutte le gravi infezioni intestinali o le intossicazioni alimentari di cui è traccia nell'opera, bene: esse potevano essere passibili di guarigione con un semplice trasferimento a Tours; il pellegrinaggio poteva corrispondere a un salutare cambio di dieta, a un regime alimentare più idoneo.

Allo stesso modo una studiosa citata in nota (p.383), Giselle de Nie, suggerisce che, a proposito del miracolo di un'ampolla con l'olio santo che ribolle e aumenta di volume, entrerebbero in gioco qui quelle convinzioni di fede che possono giungere ad alterare persino la percezione del mondo sensoriale.

Sia pure. Ma perché vietarsi la speranza del miracolo in sé? Se ci credevano Joyce e Montale, nei miracoli, pur chiamandoli con altri nomi come “epifanie” o “occasioni”, perché non ci potremmo credere anche noi, nei miracoli, e, magari, aspettarceli, prima o poi?

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