Iconologia del rogo

I fatti sono tristemente noti. Il 15 aprile scorso uno dei monumenti più imponenti, uno dei luoghi di culto più frequentati, uno dei siti turistici più rappresentativi di Parigi è stato assalito dalle fiamme. Nôtre-Dame è di colpo divenuta il centro del mondo, obiettivo numero uno di cronisti prontamente accorsi sul luogo, di fotografi più o meno professionisti determinati a catturare attimi fugaci, dettagli ed emozioni, di cittadini impauriti e turisti curiosi, anche loro alla ricerca di qualcosa da guardare. Uno spettacolo da film, quello delle fiamme che divorano la Cattedrale per antonomasia, che ha raggiunto il suo acme a circa un’ora dall’inizio del rogo, quando una guglia è crollata e parte del tetto è precipitata.

 

Sappiamo come è andata a finire: l’incendio è stato domato nella notte smentendo quei giornalisti che innestavano timori – sottese speranze per gli ascolti? – sul possibile crollo dell’intera struttura architettonica. La notizia ha fatto il giro del mondo, a cavallo tra vecchi e nuovi media, ed è stato tutto un rincorrersi di servizi, articoli, gallery, cinguettii, retweet, post, condivisioni e stories dedicati all’argomento.

Anzi, come spesso accade, sgonfiatasi la notizia principale – l’incendio è stato domato e la Cattedrale è tutto sommato ancora in piedi – il focus del racconto si è spostato: sul futuro e sui modi e i tempi della ricostruzione; sul passato e sulla caccia al capro espiatorio responsabile dell’incendio; sulla gente e su quello che ha provato per l’occasione; su Trump e la sua ennesima gaffe sui canadair; sulla politica – ovviamente – interna (Macron, le sue dichiarazioni, le sue colpe) ed estera (il senso di europeismo che questo evento avrebbe fatto emergere); sulla gara di solidarietà, le generose donazioni per la ricostruzione; sulle colpe dei donatori che avrebbero dovuto sostenere cause più importanti; sui new media stessi e il loro modo di affrontare la notizia: i trending topics e gli hashtag correlati, i tweet più condivisi, le immagini divenute virali e dunque immaginario di tutti noi.

 

C’è da dire, comunque, che questo immaginario si è venuto effettivamente a creare in modi assai diversi: noi, spettatori più o meno casuali di un enorme bombardamento iconografico, siamo stati sollecitati a partire da leve anche molto differenti. Innanzitutto, a essere convocato è stato il nostro corpo: foto e video immediatamente a ridosso dell’accaduto hanno cercato di sublimare la distanza ponendoci di fronte a quanto si andava disegnando. Lo sguardo tanto ravvicinato quanto irrealistico (la zona era chiaramente transennata e non saremmo mai potuti arrivare laddove ci portavano gli zoom delle macchine fotografiche, dei droni e delle telecamere) ci poneva a pochi passi dall’incendio, con nubi, fiamme e potenti getti d’acqua proprio lì, sotto i nostri occhi. Ci sembrava quasi di toccarli, di sentirli, così come sentivamo le sirene e i rumori dal vivo che la scena ci restituiva. Il top di questo tipo di visione si è toccato con il momento clou e più spettacolare, la terribile caduta della guglia: lì abbiamo perso addirittura la visione d’insieme della Cattedrale, perché a essere di rilievo, in quel momento, era il dettaglio, la sequenza della spaccatura, magari da riportare al ralenti o in una serie di foto in sequenza che meglio rendessero conto quasi in termini materici dell’effetto di catastrofe, dello scenario bellico e apocalittico. Stessa cosa è accaduta quando siamo entrati, di nuovo ovviamente per primi e insieme ai vigili del fuoco, all’interno della Chiesa: anche qui a contare non era la visione di insieme ma piuttosto il frammento, anzi era proprio la visione frammentaria a restituire l’idea della tragedia.

 

Abbiamo guardato pezzi di volta caduti, pieni e vuoti architettonici, colori scuri e bluastri, piccole nubi di fumo che ancora si levavano dal pavimento, e di nuovo acqua. Il fuoco diventava quasi un fuoco fatuo, quello bluastro appunto che ogni tanto si sviluppa – guarda caso – vicino a corpi in decomposizione. L’unico tono brillante che emergeva per contrasto in questo desolato scenario di macerie era un crocifisso dorato, ancora evidentemente resistente, che di certo spiccava ancorando il nostro corpo a una speranza.

A questo zoom sui dettagli, ha fatto pendant tutta un’altra serie di immagini grandangolari, quelle sì in grado di restituirci la veduta d’insieme. Non sappiamo quanti droni abbiano sorvolato la Cattedrale in quei (questi) giorni, ma a naso sicuramente tanti. La prospettiva privilegiata, anch’essa, come la precedente, distante da quella dell’uomo comune, era appunto zenitale. Nôtre-Dame dall’alto, in planimetria: il senso del dramma che si stava consumando emergeva in prima battuta a partire dal confronto con ciò che la circondava. Era uno sguardo pacato che, attraverso una messa a distanza, puntava a una razionalizzazione dell’accaduto. Ed è stato anche uno degli sguardi più tipici del the day after, dell’immediatamente successivo, in cui molti giornali hanno fornito una visione post-traumatica volta a fare il punto della situazione, con un occhio posato sul disastro e volto allo stesso tempo a fornire un quadro di insieme. Mappe, plastici, spaccati si sono sprecati illustrandoci sequenze prima/dopo, com’era/com’è, cosa è andato perduto e cosa invece è rimasto intatto. E giù su queste rappresentazioni frecce e puntatori, indicazioni di cifre, orari, dettagli ben precisi, magari anche del tutto inutili e che pure però costituivano quell’effetto di precisione giornalistica che allontanava il pezzo dal rischio di essere percepito come fake news.

 

 

La razionale ricostruzione degli eventi ha almeno due contraltari.  Da un lato, e fa forse la parte del leone nella vicenda, tutta una serie di raffigurazioni miranti a scatenare in noi passioni, le più disparate, le più varie. L’imperativo sembrava essere: emozioniamoci. In primo luogo, in contemporanea e immediatamente a ridosso dell’accaduto, il nostro sguardo, dopo essere stato catapultato all’interno o nelle immediate vicinanze della Cattedrale, dopo avere colto l’edificio nel suo insieme, viene arretrato ancora un po’, si è spostato al di là della riva della Senna per coincidere con quello dei numerosissimi cittadini accorsi a guardare l’accaduto: gente attonita in lacrime, in ginocchio, in preghiera; tutti nostri ideali prolungamenti e utilissimi delegati con cui immedesimarci comodamente spaparanzati sul divano. Il luogo della tragedia, come sempre accade in questi casi, diviene meta di pellegrinaggio, dove andare non soltanto per curiosare ma anche per farsi prendere e contagiare emotivamente.

 

È il regno delle passioni collettive: cori più o meno spontanei che hanno salutano la Cattedrale, lacrime che si sono contagiate manco fossero sbadigli, pletore di convenuti compunti, tutti rigorosamente con gli occhi all’insù e con lo smartphone ben saldo nell’altra mano a testimoniare i fatti e la propria presenza. Una foto divenuta virale scattata un’ora prima dell’incendio, mostrava un padre che prendeva la sua bimba per le mani facendola volteggiare con le gambe in aria davanti a quello che di lì a poco si sarebbe trasformato in teatro della catastrofe. L’autrice dello scatto lancia un appello: vorrebbe fare avere la foto allo sconosciuto in ricordo di quell’inconsapevole momento di felicità ben presto destinato a incrinarsi. 

La nostalgia e il rimpianto per il passato perduto si alternano alla rabbia e alla commozione per un presente che forse si sarebbe potuto evitare. Sono le prime pagine dei quotidiani francesi all’indomani della tragedia a dare sfogo a questi tumulti passionali, parlando di disastro, desolazione e, facile gioco di parole, “Notre Drame” – è il titolo di Libération. L’immagine-icona è ancora quella della guglia cadente ma stavolta presa dal basso e da una certa distanza, un’inquadratura che amplifica la passione, perché è come se fossimo lì giù, inermi, a osservare una caduta che è un qualcosa di dirompente che ci sopraffà, prendendo il sopravvento su di noi. Oppure le passioni si rifanno alle citazioni, Gobbo in primis, anch’egli assurto agli onori di cronaca e protagonista di svariate vignette che lo ritraggono triste, piangente, mentre abbraccia la Cattedrale o la porta via con sé, privato del suo luogo identitario, della sua casa-guscio.

 

Per non parlare della correlata, quanto mitica, “profezia” di Victor Hugo: non mancano le citazioni del passo del libro in cui si parla di un rogo all’interno della Cattedrale abbinate a selezionate immagini del presente, con una sincronizzazione e un conseguente effetto-stupore per questa coincidenza che assume quasi un che di sovrannaturale. Contraltare rispetto a questo clima grigio e triste è la convocazione di tutto un côté passionale quasi euforico, fatto di una proiezione speranzosa verso un futuro di rinascita dalle proprie ceneri, è il caso di dire. Il tweet del teatro La Fenice – anch’esso divenuto virale – è quel messaggio di solidarietà di chi ha attraversato una simile situazione e nonostante tutto è riuscita a ritornare agli antichi splendori. L’incoraggiamento, la grinta, la spinta positiva sono il naturale bilanciamento della negatività imperante. La vita continua, nonostante tutto, così come sorprendentemente continua, notizia dei giorni successivi, la vita delle api abitanti delle arnie impiantate sul tetto della Cattedrale anni addietro per un progetto di apicoltura: ancora vive nonostante tutto, chapeau.

Infine, in questo progressivo arretrarsi dello sguardo e conseguente ampliarsi di prospettiva, sono stati pubblicati una serie di articoli che hanno sottolineato come in realtà la Cattedrale non fosse mai stata quella architettura monolitica e definitiva che gli altri (giornali) ci stavano negli stessi giorni abituando a pensare, ma una cangiante figlia dei suoi tempi, esito della storia, degli eventi, delle mode, dei processi che l’hanno attraversata e di conseguenza modificata. Quell’eternità immobile e duratura a rischio crollo non era in realtà mai stata tale, e anche il rogo, in fondo, non rappresentava una frattura così netta: in un’ottica di lungo periodo, non era altro che uno dei tanti eventi, più o meno traumatici, più o meno invasivi, che avevano attraversato e trasformato nei secoli quella struttura che a noi sembrava sempre essere stata così.

 

Nello stesso tempo sono state diffuse una serie di raffigurazioni basate su uno stravolgimento programmatico di alcuni tratti dell’evento a fini satirici o polemici. Il rogo è divenuto il pretesto per parlare d’altro, un altro che deve essere innanzitutto capito, colto, intuito dal lettore/spettatore con cui si cerca una complicità innanzitutto a livello cognitivo. La copertina dell’edizione straordinaria di Charlie Hebdo, ipercondivisa sui social, pone su uno sfondo rosso la caricatura del volto di Macron: l’espressione è sadica e a mo’ di due corna campeggiano sul suo capo le torri in fiamme di Nôtre-Dame, la parola “Riforme” si abbina a un balloon che fa dire al Presidente “Je commence par la charpente”.

 

Il grado zero dell’accaduto non è semplicemente dato per scontato, ma per di più negato per farsi portatore di un discorso “altro” che tracima il rogo per addentrarsi su spinose questioni di politica interna. In tutta una serie di altre immagini, il bersaglio polemico è la considerevole cifra raccolta in pochi giorni per la ricostruzione grazie a donazioni e donatori più o meno noti e più o meno generosi: al suono di “rebuild this chatedral” l’immagine di Nôtre-Dame nel fuoco è stata accostata a selvagge foreste, fondali marini infestati di plastica e spiagge non più incontaminate ma invase da rifiuti. Insomma, anche qui i fatti del 15 aprile sono solo un pretesto per mettere in discussione il valore dei valori, le questioni etiche e le priorità. A noi spettatori, il compito di ingaggiare una caccia alla scoperta di questi ulteriori sensi dell’accaduto, la sollecitazione ad attivare un’interpretazione non immediata dei fatti.

Ecco, il rogo e Nôtre-Dame hanno vissuto e continuano a vivere a cavallo di queste dimensioni, ce ne siamo fatti un’idea dai racconti che abbiamo ascoltato, dalle immagini che abbiamo visto, dai video che abbiamo scaricato. Ma è in fondo nella traduzione tra tutti questi racconti, nella loro convivenza, a cavallo tra passato, presente e futuro che ancora Nostra Signora è con noi.

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