Ida e il mondo a pezzi

Lungo il Golfo del Messico l’uragano è un luogo dell’anima. Sono storie che attraversano le generazioni e spesso segnano il confine tra un prima e un dopo. Sono memoria di affetti rubati, case distrutte, gorghi di povertà che d’un tratto si spalancano sotto i piedi. Sono coscienza collettiva. A vivere quaggiù s’impara alla svelta il rispetto della discrezione. Ogni domanda è un’invasione, ogni risposta può risvegliare incubi insopportabili.

 

Quando domenica 29 agosto Ida è piombata su Port Fourchon, all’estremità sud della Louisiana, il passato si è ripresentato insieme ai suoi fantasmi. Con la tempistica più crudele e beffarda che si possa immaginare – 15 anni esatti dopo Katrina, la catastrofe davanti a cui ogni altra impallidisce – l’uragano più potente mai registrato in queste terre tornava ad accanirsi sullo stato.

 

Ida in Louisiana


Quel che è successo dopo l’abbiamo visto, letto, ascoltato. Prima di risalire alla volta di New York e del New Jersey e seminare anche lì morte e distruzione, Ida ha devastato New Orleans, il reticolo di case, canali e lagune che a sud accompagna il Mississippi al mare, le cittadine dell’economia del petrolio, le campagne massacreate un anno fa dall’uragano Laura.

Non è stata un’altra Katrina e ce lo ripetiamo con il sollievo di chi l’ha scampata bella. Il che non toglie che sia un disastro di proporzioni spaventose e che siano bastati pochi giorni a sfilarlo dall’attenzione pubblica la dice lunga sull’America e le sue sensibilità. Se oggi se ne riparla è perché scene del genere a New York non si erano mai viste prima – strade come fiumi, cascate d’acqua in metropolitana, macchine spazzate via. Qui a Sud sono scene di ordinaria normalità.

 

Ida in Louisiana


L’emergenza climatica quaggiù è parte della vita di tutti giorni. Le temperature invivibili, gli uragani e le tempeste sempre più frequenti. Non che sia un’esclusiva. Lì dove l’acqua non arriva, c’è il fuoco che a est da mesi sta divorando case, campi e boschi. Questi sono però gli stati più poveri d’America e la povertà ha un modo tutto suo di moltiplicarsi in via esponenziale. Serve aggiungere che la comunità afroamericana in maggioranza vive al Sud? E allora per una volta, prima che l’attenzione si spenga, vale la pena soffermarsi su questo disastro in termini di umanità perché ogni uragano è un trauma che segna intere generazioni.

Questa non è un’altra Katrina. Le vittime, che allora erano state 1836, a Sud sono al momento meno di dieci, segno che le misure di protezione e precauzione messe in atto in questi anni hanno funzionato.

Il che non toglie che sia un disastro spaventoso. Mentre le acque iniziano la loro lenta ritirata e il bilancio delle distruzioni prende forma, un’intera popolazione di nuovo è alle prese con le crude necessità del quotidiano. Un tetto sulla testa, un pasto in tavola, una doccia – i bisogni primari.

Un milione di case resta senza elettricità e ci vorranno settimane per ripristinarla. In tante zone manca l’acqua, le fognature funzionano a singhiozzo. Le reti di telefonia mobile, sono rimaste a lungo silenziose. Le strade sono allagate, gli approvvigionamenti stentano e si temono carenze di benzina. Le file ai distributori sono chilometriche: senza corrente le pompe non funzionano. I mezzi pubblici non sono un’opzione perché da queste parti sono quasi inesistenti.

Gli sfollati sono migliaia. Negli alberghi da giorni non si trova una stanza e i rifugi traboccano. Si dorme in macchina, sulle brande allestite nelle scuole, sul divano di amici e parenti. E poi c’è la pandemia. Da mesi la Louisiana è tornata a guidare la triste classifica delle aree più a rischio. Non ci vuole molto a immaginare come può finire.

 

Ida in Louisiana


Questo non è il momento di discutere di climate change o di Trump. Non adesso, non ancora. L’unica letteratura di cui per ora si sente il bisogno sono gli elenchi. Servono bottiglie d’acqua, scatolette, pannolini, detersivi, teloni di plastica, insetticidi perché è zona di paludi. Servono soldi. E poi medici, infermieri, cuochi. Artigiani capaci di riparare le case che sono di legno. Viti, guanti da lavoro, tubi di silicone, punte di trapano. Le liste fioriscono online, la macchina della solidarietà viaggia a pieno ritmo e si spera che il governo federale questa volta tenga dietro.

 

È già successo. E si sa che al tempo del dolore seguirà la fatica della ricostruzione per la semplice ragione che non c’è altro da fare. I bambini devono tornare a scuola, i vecchi riposare e i giovani ritrovare il sorriso. Qualcuno ce la farà, tanti resteranno indietro. Si sa anche che nulla sarà più come prima perché è sempre stato così.

 

Ogni uragano si incide nel corpo e nella memoria. È un disastro che distrugge le comunità, devasta l’identità collettiva e chiama in causa i miti su cui l’intero paese si fonda. È il dolore delle madri e dei padri che si rinnova nei figli e nei nipoti. È un portato di ansia, paure e depressione, dicono le ricerche.

Non per caso la memoria di Katrina, il peggior disastro urbano che la storia degli Stati Uniti ricordi, si è articolata in una narrazione culturale che ancora oggi interroga le coscienze. Katrina torna, con i suoi vissuti di razzismo, violenza e fallimenti, nei lavori di Spike Lee, in tanto rap, nei romanzi di Jesmyn Ward che a quell’uragano ha dedicato Salvate le ossa, in Zeitoun di Dave Eggers, nel bel memoir di Sarah Broom The Yellow House.

 

New York


E fa riflettere che 15 anni dopo quelle vicende siano al centro del podcast più premiato dell’anno, Floodlines del giornalista di Atlantic Vann R. Newkirk II, che in un superbo intreccio di interviste, testimonianze e materiali d’archivio disegna un quadro inquietante di quanto accaduto allora nella città di New Orleans.

 

“Quando ti trovi su una spiaggia dopo l’uragano, l’asfalto strappato dalla terra, i distributori, le case e i negozi scomparsi, le querce sradicate, senza alcuno dei comfort della civiltà – senza elettricità, acqua corrente, senza aiuti dal governo – e tutto quello che hai sono le tue mani, i tuoi piedi, la tua testa, e la tua determinazione a combattere, fai la sola cosa che puoi fare: sopravvivi”, scrive Jesmyn Ward.

Per questo l’uragano non si dimentica – hai visto il mondo andare a pezzi e non sarai mai più lo stesso. Vale per i singoli come per le comunità ed è il futuro del pianeta. Basta guardarlo da vicino per capire quanto sia necessario costruire in fretta un’alternativa.

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