L'ingombro delle radici

Non tutte le piante possiedono la ligia compostezza dei cipressi, gli alberi che abitano i confini, con le loro radici che affondano in verticale verso il centro della terra simmetriche alle chiome affusolate e non disturbano fondamenta, case e tombe nei cimiteri. Molto più spesso accade che le radici degli alberi corrano da tutti i lati, affiorino dal terreno, facciano inciampare. Tre romanzi affrontano il discorso sull'ingombro delle radici, su come si annodino alle caviglie allacciando al passato anche noi, che al contrario degli alberi possiamo muoverci per il mondo. E in tutti e tre i romanzi c'è il racconto di questa fatica del riconoscere se stessi contando i cerchi nel legno, del capire in che misura la famiglia e la storia che ci scorre nel sangue guidi il nostro destino e quanto resti di noi una volta tagliati via tutti quei fili e legami.

 

I fili che legano Fabio, il protagonista di Il mare dove non si tocca (Fabio Genovesi, Mondadori) sono moltissimi: un padre, una madre e una decina di nonni che hanno preso alla lettera il proverbio secondo cui per crescere un bambino ci vuole un villaggio, nello specifico il Villaggio Mancini, una strada chiusa che si butta nei campi e su cui sfilano le case della famiglia tra bestemmie, fucilate, fumi di grappa distillata nella notte e avventurosi racconti di amori e maledizioni. “La mia famiglia è così, dietro ogni scemenza c’è una storia che non finisce mai, milioni di racconti che schizzano fuori da ogni millimetro del nostro cammino tutto storto con particolari precisissimi a tonnellate”.

 

Così sono i libri di Genovesi e le figure che ci si muovono dentro, pieni di dettagli luminosissimi che aprono squarci traboccanti di altrettante storie. Nei libri dell'autore toscano i personaggi più riusciti sono spesso i bambini e la voce narrante qui è quella di Fabio, un bimbo di sei anni con lo sguardo largo e affilato e una sensibilità irrequieta. Con l'inizio della scuola Fabio esce dal villaggio e va nel mondo portandosi addosso un ingombrante bagaglio di storie e l’ombra cupa di una maledizione. L'apprendistato alla vita consiste spesso nel conciliare l'eredità di ciò che siamo con il campo di possibilità che ci si apre davanti, facendo attenzione a non inciampare nelle radici che ci corrono fra i piedi. Così Fabio cammina diviso tra le follie degli zii-nonni a cui vorrebbe sottrarsi per scampare a un terribile destino (“di finire con tanto vino dentro e senza donne e con tutta la loro maledizione addosso”) e la razionalità pacata del padre, un uomo che ha una voce bellissima ma la conserva gelosamente e usa invece le mani per aggiustare ogni cosa rotta, finché non si rompe lui e allora bisogna tentare di ricostruirlo e riscriverne la storia, pezzo per pezzo.

Fabio cammina sulla storia che è stata scritta prima di lui provando a muovere i primi passi fuori dai suoi contorni, “tanti passi, ognuno a caso che diventano una fantastica direzione”, e per slegarsi dal proprio passato dovrà attraversarlo e farsi attraversare, accettare la maledizione e scoprire come vestirla senza lasciarsi schiacciare.

 

Anche la protagonista di Chi ha bisogno di te (Elisabetta Bucciarelli, Skira) inizia a muovere i suoi passi nel mondo nel solco di una profonda narrazione familiare. Meri ha diciassette anni, una migliore amica, un padre a intermittenza e una madre innamorata dei Queen che le spiega la vita con i testi delle loro canzoni. Ma soprattutto coltiva sterminate piantagioni di ricordi. La madre di Meri semina addii e nuovi inizi, nascite e morti, misura la vita, come le persone, con le piante, le coltiva per coltivare i rapporti, riallacciare i legami e mantenerli vivi, anche se in forma vegetale. 

 

Più del tema musicale (in nome del quale il libro si inserisce nella collana Note d’autore di Skira), è il tema della semina ad attraversare il tessuto della narrazione, nel tentativo di costruire un linguaggio che sappia raccontare la propria storia. Meri ascolta i Queen cercando tra le strofe la cifra per interpretare la vita, riceve bigliettini anonimi e messaggi sul cellulare, ma queste conversazioni si rivelano irrimediabilmente rotte, fallite e il messaggio passa sempre distorto, vago e impreciso. Le verità più importanti vengono quasi sempre trasportate dai semi più che dalle note o dalle parole e se il refrain musicale appare talvolta forzato, nei vasi si nascondono le gradazioni più luminose e poetiche di questa scrittura. E a Meri non resta che leggere e scavare per trovare le risposte che chiede al mondo, provando a leggerlo con il linguaggio della madre che parla di radici e di vasi pieni di piccoli semi e della possibilità di indovinare in uno di quei minuscoli scrigni di possibilità “l'idea di un girasole, il profumo di un mughetto, il colore di una campanula viola”.

 

 

Leggere la propria storia nelle piante che hanno segnato ogni inizio, ogni rottura, ogni errore è un modo di riempire il vuoto lasciato dalle parole e di cercare un posto in cui restare. Ed è un modo di rivelare un tipo di maternità vegetale che accoglie, cura e trattiene, quella degli alberi che allungano le radici sotto terra per guarire il pino solitario in una delle storie della madre di Meri. Se un padre è “qualcosa che rimane in corso, è un durante” di cui non si vedono i contorni e non si conoscono “neppure le parole per spiegare il mondo” ma solo una vaga inclinazione alla fuga, la madre è ciò che resta e distende le radici per raccogliere in sé tutta la storia, tanto da identificarsi con essa e con chiunque la sfiori. E lungo le sterminate piantagioni dell'addio dove non può che specchiarsi nello sguardo della madre, Meri vede una bambina ma anche una “sagoma nera con dentro mille cose sconosciute” e non sa che farsene “di tutta questa terra che rimanda una memoria estranea”. E allora infila nella terra delle storie non sue, gli “abusivi”, i semi germinati per sbaglio o per distrazione, nascosti nei vasi in terrazzo senza motivo né un rituale materno, lasciati liberi di produrre inizi o finali, storie di cui non si può ancora sapere nulla, una piccola rivoluzione di autodeterminazione e libertà.

 

C'è nel nostro bisogno di dirci chi siamo e i perché del nostro stare nel mondo un costante conflitto tra la ricerca di una qualche condanna o legittimazione da imputare alla stirpe e la volontà di far saltare ogni ponte o radice per avanzare liberi e nuovi, con la nostra storia tutta davanti. L'inventore di se stesso (Enrico Palandri, Bompiani) inizia con tre generazioni in una stanza di ospedale dove si accoglie un nuovo nato. Gregorio vuole convincere suo figlio Giorgio a passare il suo nome al nipote, legandolo così a una stirpe, i Licudis, principi e precettori nella Russia di Pietro il Grande e assecondando la vocazione della storia, soprattutto quella famigliare, a ripetersi e conservarsi. 

 

“Qualcosa in lei si ergeva furibondo contro le leggi ineluttabili della consanguineità che si propagavano in individui e società come le radici di un albero nella terra”, dice Giorgio di sua madre mentre con la moglie si impegna a lasciare le origini alle spalle e indovinare un destino diverso per il loro bambino grazie al nome che porterà nel mondo. Il romanzo inizia con la scelta del nome del figlio e con una lettera fitta di fantasie araldiche e storie di antenati che chiedono ascolto e prosegue lungo la traccia di quel foglietto pieno di nomi e cognomi che si ripetono e raccontano come dentro ogni avo ci fosse la stessa vocazione a perdersi e a fuggire, la stessa inclinazione dello sguardo, come un marchio, una direzione.

Giorgio avanza nel romanzo e nella sua vita trasportato dagli eventi e dal destino; alla morte del suocero raccoglie l'eredità non sua del piccolo impero industriale che da Venezia guarda l'oriente e tiene in tasca il biglietto che lo lega alla Russia degli zar e descrive la sua storia con parole diverse e impossibili. Il libro è un viaggio all'indietro e all'interno per scavare nella propria identità e trovarci un appiglio, tenersi aggrappati alla fantasia di una stirpe per mettere un freno dissolvenza. Se la storia di Genovesi è piena di dettagli, quella di Palandri è nebulosa e intreccia fili sottili e discorsi interrotti. “Quali miti familiari o immagini della storia possono davvero consolarci di quello che siamo oggi?” si chiede il protagonista stringendo la sua storia di carta come un talismano. Le radici sono spesso una scusa, nei casi peggiori una bugia, e l'affondare le mani nella terra per cercare una voce sicura che ci dica chi siamo può risolversi in un fallimento, con un groviglio di fili spezzati e genealogie luminose incenerite dalla verità della storia.

 

 

Se la discendenza maschile appare sempre segnata da buchi e mancanze e dall'incapacità di afferrare la verità senza esserne annichiliti, quella femminile è un pieno, capace di allargarsi e contenere tutto. La maternità che affiora da questi libri è caratterizzata da una saggezza silenziosa, in grado di custodire la colpa, inglobarla, tenerla tutta dentro perché non contamini chi è fuori. Comune a tutte le madri (così è per la madre di Giorgio, come per quella di Meri e quella di Fabio) è l'impegno a proteggere la felicità più luminosa dei figli “dalle secchiate gelide della verità”, facendosene carico, arginandola, nascondendola e somministrandola con coscienza, in modo che non bruci tutto. Ma la madre è un altro luogo da attraversare per trovare se stessi e fare qualcosa di tutte quelle esplosioni.

 

Nel romanzo di Palandri Giorgio ritorna in Russia insieme a quel che resta della sua stirpe, per seguire la scia di briciole e macerie lasciata dall'incontro della sua storia con quella del mondo e fare i conti con ciò che ne resta. Anche nell'universo vegetale creato da Bucciarelli dopo l'incendio della verità rimangono solo semi bruciacchiati come una scia da seguire per ritornare; così come nella storia di Genovesi si scrivono pagine di manuali per insegnare come si torna a chi non se lo ricorda più. O si rimane come lo zio Aldo davanti a una chiesa, impietrito dagli occhi di medusa di una bambina che riempie la forma di un vecchio amore e ritorna come copia spaventosamente identica di una nonna cancellata dalla storia ed esplosa in un campo prima di fare l'amore. “La natura – dice Fabio – sa fare tantissime cose ma quella che le riesce meglio, da sempre e per sempre, è proprio questa: andare e tornare”.

Così Meri avrà “tutti i terrazzi della Mamma, tutta lei dispersa nei vasi che ricordano la fine e l’inizio di molte cose”; Giorgio avrà la lista degli avi illustri compilata dal padre Gregorio, per lasciare ai suoi figli un'indicazione su come trovare il proprio posto nel mondo o su come costruirselo, perché tutto parte sempre dalla narrazione di sé andando avanti e indietro su tracce sepolte o immaginate. 

L'anima di ogni persona è la sua storia e questa storia è destinata a replicarsi e a viaggiare, abbellita da dettagli nuovi e inventati, tanto giusti e commoventi che potrebbero essere veri. E Fabio, erede di tutte le narrazioni della sua grande famiglia, conserverà la sua bellissima maledizione, la certezza che la propria storia si può riscrivere e immaginare e che siamo fatti anche di radici e terra e antenati, che “stanno tutti dentro di noi, le loro vite e le loro storie, quindi siamo pieni di meraviglia”. Di cenere, detriti e meraviglia.

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