Milano. Il tempo che passa

Un certo giorno di qualche tempo fa Antonino Costa è andato ad abitare in via Boffalora, una strada che si trova tra la Barona, Famagosta e Gratosoglio. Periferia di Milano, una di quelle zone dove finisce la città e inizia la campagna, o almeno dovrebbe iniziare, perché a volte non succede. 

Luogo di confine con palazzoni, rogge e fiumi, cavalcavia, plinti di cemento, vecchie case di ringhiera, prati. Lì il vecchio fronteggia il nuovo, che tra poco inesorabilmente rovinerà: il nuovo è già consunto, logorato, decrepito. Zona ibrida, di mescolanze, zona di solitudini e incontri strani. 

Con la macchina fotografica Antonino Costa è andato in giro. L’attirano cose minime e minori. Scatta e poi scrive. È il “Fotogiornale”: fotografie e parole. Un giornale personale e privato esposto in pubblico.  Sulla roggia Carlesca un bambino sta seduto sui parallelepipedi di cemento che costeggiano le acque: un grande tubo, e dietro, oltre la trave di cemento, il ciglio della strada, al di là delle erbe che crescono spontanee, ci sono i camini di metallo e i silos. Tutto è abbandono e dimenticanza, come se gli déi fossero fuggiti da questo luogo. Ci sono invece uomini e donne. Come gli zingari in fila indiana nell’istantanea che li ritrae mentre si dirigono chissà dove (per viottoli, campetti, piste ciclabili), in tuta e con la maglia del numero 10: Del Piero. 

 

La stanza d’ospedale schermata dalle due tende bianche: immagine diafana della malattia, scampato pericolo. Natura morta della nostra inevitabile tristezza.

Poi gli anziani al bar: sigaretta in mano, occhiali poggiati sulla fronte, sguardo perplesso. Tutto sembra usurato in questi scatti, eppure è tutto vero. Antonino Costa fotografa la vita che passa, che scorre, che non si ferma. Non quella che va di fretta, ma quella che passeggia, e a volte sosta. Una vita così. 

Alla Chiesa Rossa, l’uomo con la maglietta a maniche corte davanti all’altare della Madonna. Cosa fa? Prega? Probabilmente sì. Questa umanità spersa visita le chiese e si rivolge al divino: cerca intercessione. Anche Antonino Costa fotografa così: per intercessione (intercedere: “passare attraverso”). Interviene a favore di questa umanità, ci passa attraverso. 

 

I ragazzini che con la lunga pertica pescano i palloni nel Lambro, là dove la corrente addensa i rifiuti, gli scarti, le scorie: bottiglie di plastica, taniche, contenitori di polistirolo. Chi passa di lì non può non guardare il pattume che si concentra nell’angolo della gora che più in là scorre veloce. Hanno afferrato un pallone bianco e nero, e lo tirano verso di sé. Costa intercede per loro. Li fotografa così come si dice una preghiera: con devozione e cura. Che le parole escano bene dalla bocca e dalla mente, e salgano verso l’alto. Per fotografare bene bisogna pronunciarle bene. Il punctum della foto è lo sferoide sospeso a metà del muro, cui corrisponde il bianco del vestito (mi avvicino e guardo meglio: potrebbe essere una ragazza e accanto a lei un ragazzino, potrebbe). 

La coppia se ne va imbacuccata nei suoi vestiti sul piazzale con le macchie scure sull’asfalto (tutto è sempre macchiato qui). Fa freddo. Non si vedono i visi, ma solo le gambe di lei, e dietro il passo mobile di lui. Siamo a Famagosta, al capolinea degli autobus. Uno scatto preso al volo. Remissione dei nostri peccati.

 

Nella fotografia di Costa ci sono a volte i campi di calcio, o quelli di basket. Lo attirano le porte vuote, i tabelloni del canestro. Cosa fanno le cose quando noi non le guardiamo? Dormono la notte o sono insonni? Il bianco e nero di questo scatto (“Canestro notturno”) esalta la solitudine del riquadro sospeso nel vuoto sotto la luce caliginosa del lampione. La notte noi dormiamo, Costa va in giro. Scatta ritratti alle cose, inquieto. Niente riposa mai per lui. 

La donna a Famagosta, dentro il parcheggio, sfuocata, presa anche lei al volo, rivela qualcosa di questo spazio nebbioso ed evanescente. Il ritratto di un desiderio? Desiderio di vedere e ricordare. Niente attira lo sguardo come una porta vuota e lo spiazzo antistante tutto spelacchiato. Fotografo di simmetrie, Antonino Costa non solo guarda, ma immagina. Nell’istantanea c’è anche la partita che hanno giocato i ragazzini qualche momento prima e quella che giocheranno dopo. Tutto continua. 

 

Allo stesso modo la pensilina del tram con le sue luci crepuscolari. 

 Scrive il fotografo: “Ero partito con l’idea di fotografare gente e ho finito col guardare i vuoti”. Gli piacciono i vuoti, non meno delle persone. Dipende dai momenti, perché il “Fotogiornale” è anche un diario di stati d’animo. Di chi? Di Costa o della periferia? Lui, il fotografo, si è messo in ascolto. Ha teso l’orecchio, perché questo vuoto che c’è nella foto è prima di tutto auditivo: lo spazio vuoto si sente. 

Il lavandino nel gabinetto del bar, probabilmente lo scatto di questo album che preferisco. Per l’inquadratura, certo; per l’oggetto ritratto, per la sua forma. Tutto questo insieme. Per l’acqua che esce dal rubinetto. Squallore, desolazione, ma anche vita. L’acqua che scorre è vita. Costa coglie lo spazio che sta “tra”: tra l’abbandono e la vita, tra il vuoto e il pieno, tra ciò che è stato e ciò che forse sarà. È un fotografo d’interstizi.

 

Passeggiando vede la mantide religiosa. Un’apparizione. Gli déi non se sono andati. Uno di loro, di colore verde acceso, è lì sull’asfalto della strada. Dietro, un passante. Come a dire: tutto questo è reale, non è un sogno o una visione. 

La ragazza ci guarda con intensità. Cosa chiede? Non è facile dirlo. Anche lei è un’apparizione. Possiede la bellezza dell’improvviso, dell’imprevisto, dell’inatteso. La bellezza dell’asino: le mani congiunte, il cinturino dell’orologio, i seni, le spalle, i capelli, gli occhi. Una divinità della periferia. Potenza dell’apparire. Lo sguardo di Costa è aperto anche a questo. Sono istanti di rivelazione. Basta inquadrare una ragazza seduta davanti a casa, in via Boffalora. Nessuno può mai prevedere cosa incontrerà: un muro, delle auto in sosta, un cespuglio in fiore. Tutto appare, tutto è sereno. 

Infine, la casa, quella dove Antonino ha abitato, fotografata due volte. La seconda con la neve. Una spruzzata bianca sul prato antistante, da cui spuntano i ciuffi delle erbe spontanee. Laggiù in fondo vedo qualcosa che conosco già. Una casa di ringhiera, come tante altre. Qualcosa che c’è.

 

Antonino Costa ha fotografato Milano come non la si fotografava da anni. L’ha ritratta in rapporto a se stesso, così come appare, non così com’è. L’ha colta nel momento in cui finisce, e non è più. Nel suo sguardo non c’è nessuna malinconia, nessun rimpianto, solo una grande pietà per ogni cosa, così come si presenta. Nessun luogo o nessuna persona è in qui in posa. Tutto è colto nel corso del tempo che passa. Forse Costa ha fotografato una cosa sola: il tempo che passa; tempo scandito dalle lancette dei secondi, come in una vecchia sveglia che avanza a scatti, ed eternamente si ripete. Il tempo va e torna. Qui, in queste immagini, gira in tondo. Torna su se stesso, non avanza. Sentiamo il ticchettio reiterato della lancetta. 

Il tempo si è esaurito lì sul bordo della città, eppure ricomincia ancora. Basterebbe andare là, in via Boffalora, e constatarlo di persona. Antonino Costa c’è stato, l’ha guardato e l’ha ritratto.

 

La mostra di Antonino Costa si apre oggi alle ore 18.00 e termina il 31 maggio presso la Galleria Lorenzo Vatalaro in Piazza S. Simpliciano, Milano.

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