Visus versus virus

Non esiste una singola immagine che possa dare volto alla pandemia. Ci vorrebbe forse un vuoto, un buco, un taglio. Qualcosa che laceri e poi lasci la sua traccia come una ferita.  Eppure il “panorama scheletrico del mondo”, la sua attuale topografia, ha una forma precisa. 

Ho chiesto ad alcune fotografi e fotografe cosa stavano pensando, guardando, facendo in questo momento. Ho proposto loro di realizzare un trittico di fotografie, nell’intento di dare vita a una micronarrazione, una propria storia al tempo del virus. I loro nomi non accompagnano le immagini, ma sono posti in calce all’intera sequenza, per rafforzare l’idea di un insieme di sguardi che dialogano e generano a loro volta nuovi percorsi. Questo vale soprattutto per chi guarda: creare all’interno delle immagini diversi sentieri costruiti accostando fotografie, trovando simmetrie o contrasti suscitati da una personale sensibilità. 

 

Un po’ come è sempre avvenuto, si potrebbe dire. Anche se la domanda che ci si pone dinnanzi alle immagini è diversa: che senso ha questo tempo? Alcuni fotografi non hanno risposto all’invito, altri hanno proseguito con le proprie ricerche, altri ancora hanno deciso di interrompere l’inattività e riprendere a fotografare. Ciò che invece ha accomunato tutti è il fatto che la pandemia ha reso più urgenti i dubbi e gli interrogativi che stanno alla base di ogni attività creativa. Come si può dare corpo a un pensiero, che senso si vuole attribuire ad una immagine, quale forma donare al proprio sguardo. 

Le immagini di questi otto fotografi non sono che variazioni su una materia comune che viene modulata in maniera diversa. Ognuno dei soggetti rappresentati esprime un differente livello di intensità, desiderio e attitudine alla resilienza. Diversi ed eterogenei, invitano a una svolta critica nei nostri modi di pensare. Ci incoraggiano a tenere conto di questa diversità. Ed anche se non ci sono certezze, ma solo interrogativi, il cambiamento e la possibilità della trasformazione risiedono proprio nel bisogno di interrogarsi sul senso di ciò che viene rappresentato.  Forse in questo momento le fotografie possono davvero raccogliere la sfida di mostrare i percorsi seppur contraddittori del cambiamento. Ogni sguardo ha saputo divenire il volto di questo virus, ha provato a dare forma alla sua invisibilità, ogni immagine documenta lo scarto che le singole visioni hanno saputo generare rispetto alla medesima realtà. 

 

I soggetti che appaiono nelle immagini talvolta sono echi della stessa voce, talvolta si contraddicono, ma sempre dialogano. Esistono grazie ad un insieme di incontri e di risonanze. Ed investono lo spettatore della responsabilità di rimescolare le loro proposte, come una strategia adottata contro la monotonia di un tempo capace di inglobare qualsiasi cosa nella sua immobilità. Insieme riflessive e riflettenti, queste immagini interrogano chi guarda, entrano in relazione con le nostre attese, smuovono la nostra forza interiore e ci incoraggiano a pensare al futuro. La fotografia è relazionale e può operare attraverso riaggiustamenti e domande reciproche.  Il mosaico delle fotografie qui proposto, come fosse una sola grande immagine, rappresenta l’evoluzione della pandemia. 

 

Il primo trittico è composto dalle fotografie realizzate su frames di video girati in varie parti del mondo. La mascherina assurge a simbolo di protesta, è un accessorio per nascondere parte del volto ma è anche un bavaglio riferito alla situazione politica cinese. Seguono poi le narrazioni all’interno delle case, il momento in cui la reclusione era condizione di sopravvivenza. In queste fotografie gli oggetti ed i gesti che scandiscono la giornata diventano protagonisti assoluti delle immagini. Anche quelli ritenuti più banali. La quotidianità talvolta esasperata ci impone di osservare il contorno del nostro volto senza una forma definita, ci porta a prediligere non tanto una superficie, ma il volume che questa evoca, ciò che si trova dietro il nostro sguardo. Al centro della sequenza, uno specchio, in cui non è possibile vedersi o vedere, segna il tempo come una sorta di orologio biologico, che orienta il cambiamento anche nello spazio. Le fasi della pandemia sono come fasi lunari.

 

Gli altri trittici sono dedicati all’esterno, allo stare di nuovo fuori casa. Si può vedere lo spazio della strada. Si intuisce che le auto sono ferme, eppure un palloncino, lì accanto, evoca la dimensione giocosa dello stare insieme. Poi la notte. Sognare di uscire. E poi uscire. Le finestre sono altri specchi che portano dentro l’interno una porzione di “fuori”. Gli alberi, il cielo notturno e una luce tra le fronde segnano il passaggio ad un'altra possibilità dell’esistenza. Ed infine la città. L’ultimo trittico mostra una flebile speranza. Se nella prima foto altre finestre guardano verso un muro, nell’ultima immagine le finestre guardano verso di noi, e verso la luce del sole che inonda la parete.  Il tavolo da ping-pong, come un totem solitario, attende che qualcuno di nuovo torni a giocare. Gli alberi, che escono dalla fotografia e si spingono verso l’alto, non fanno che lasciarci nuovamente desiderare uno spazio da immaginare.

 

 

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Da casa | Prosdocimo Terrassan © 2020

 

Feeding geographies | Francesca Cirilli © 2020

 

Between Shades&Sheets  |Sina Niemeyer © 2020

 

#nostalghia |Giovanna Gammarota © 2020

 

Tre immagini dello specchio |Enrico Bedolo © 2020

 

H_ccasioni |Giampiero Vietti © 2020

 

Sonar |Sara Rossi © 2020

 

Nei pressi dell’abitazione |Anna Positano © 2020

 

 

 
 

 

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Foto di Anna Positano.