Contro il calcio

Il calcio è un’infezione diffusa con insinuante pervicacia in parti esorbitanti del lutulento e immane corpo sociale. Che attualmente non ci siano rimedi non è una valida ragione per eludere il problema, la cui unica soluzione sarebbe quella, radicale, di abolire per legge la pedestre attività. Ridotto agli spazi illuni della clandestinità forse il calcio potrebbe tornare ad essere uno sport, e potrebbe, con dosata cautela e trascorsi almeno cinque decenni, di nuovo essere concesso ai meno compromessi tra i praticanti.

 

Ma per il momento ci vorrebbe l’occhiuto intervento di una polizia sportiva che illiberalmente sequestrasse palloni, distruggesse i campi (soprattutto quelli con l’orripilante fondo sintetico), costringesse giocatori e allenatori nei propri appartamenti, soffocasse le tifoserie, spegnesse le pay tv, oscurasse le trasmissioni di commento figlie del “Processo” biscardiano, chiudesse i giornali specializzati. Solo allora, dopo le nevrosi dei primi mesi, dopo le fiacche dell’astinenza coatta, dopo i monastici esercizi di resistenza alla tentazione, i più si accorgerebbero dell’entità del male, capirebbero inorriditi fino a che punto erano arrivati e, vergognosi, potrebbero rigirare le energie prima così assurdamente dissipate verso altre attività o inattività (il sonno è senza dubbio più costruttivo della passiva visione di un qualunque match).

 

Sarebbe la svolta, vedremmo fisionomie più serene, sentiremmo circolare meno idiozie, le televisioni potrebbero ripensare i palinsesti, la rete sarebbe ripulita dai gossip del calciomercato, i discorsi del bar virerebbero verso i problemi ultimi o ritroverebbero il gusto della chiacchiera salottiera e balorda, soprattutto lo stesso tessuto del linguaggio sarebbe finalmente mondato dalle metafore da telecronista o da bordocampista o da inviato o da esegeta del futbol contemporaneo. Il silenzio, il caro silenzio, finalmente potrebbe riavere il suo regno. E i bambini – sì proprio loro, le inconsapevoli e principali vittime dell’epidemia – potrebbero ritornare a respirare, tranquillizzati e liberati dalle ansie di dover dimostrare qualcosa a qualcuno.

 

Potrebbero tornare a giocare (anche al pallone, perché il pallone non è calcio) senza un padre che gli urla nelle orecchie di “ripiegare sulla trequarti”, senza un “mister” che lo toglie dal campo per un passaggio fuori misura, senza un “dirigente” che lo richiama perché non ha rimesso in ordine la divisa. Ma l’indubbio vantaggio di questo auspicato cataclisma sarebbe quello di veder sparire soprattutto due delle più pericolose e moralmente deprecabili umane categorie, quella dei cosiddetti tecnici e quella dei sedicenti ultrà. Se i secondi sono tristemente noti per la loro belluina esuberanza o per la loro schematica e volgare approssimazione che li conduce, complici le sostanze psicotrope, a vedere nel proprio simile di colori opposti un isterico e speculare oggetto da annientare, i primi invece sfuggono alla percezione dei più.

 

Non si tratta dei personaggi di prima fila, alcuno dei quali potrebbe forse ispirare pensieri quieti e pomeridiani anche in signorine di buona famiglia educate dalle Canossiane, ma di quegli sfocati calibani che allignano nelle dimensioni intermedie ed infere del calcio. Reclutati attraverso misteriosi sentieri che sembrano escludere in partenza il buonsenso, del tutto ignari di nozioni psicopedagogiche, costoro agiscono con la puntuta inesorabilità di un aguzzino su bambini o ragazzetti affidati alle loro mani. Convinti di rappresentare la società che li stipendia con contributi da mondina, ma parallelamente certi di essere vicinissimi al cuore pulsante della contemporaneità, questi strani figuri con facce fuori tempo massimo sono all’origine dei brutti sogni che ci infestano per intere vite.

 

Supponenti, anaffettivi, gelidamente professionali, oppure artatamente piacioni, urlatori spaccatimpani, sergenti di ferro, sono i veri Eichmann del nuovo Millennio. Il loro scopo – più o meno dichiarato – è vincere. Solo la vittoria infatti può determinare la fortuita possibilità di essere notati e di fare un salto nella più che improbabile carriera. O, più modestamente, solo la vittoria può sfamare il loro ego dissestato e incompiuto. Per raggiungere la meta adottano strategie composite. Taluni reclutano giocatori di dimensioni abnormi che a dodici anni devono pesare settanta chili e misurare un metro e ottanta in altezza. Altri insistono fino allo stremo in esercizi compulsivi che devono sviluppare nel malcapitato discente il pavloviano meccanismo di risposta. Niente gli importa della maestria nel tocco o dell’intelligenza o della visione di gioco, se a possedere queste qualità è un soggetto normotipo che possiede i centimetri e i chili della maggior parte dei coetanei estranei al calcio. Nulla gliene importa della prospettiva, della crescita. Conta l’immediato e solo quello. E il piccolo potere e la notorietà da parrocchia.

 

Ebbene, se tutto svanisse, se una obliosa nube di nulla discendesse confortevole su questo smisurato e onnivoro ipermondo, innanzitutto questi lemuri sparirebbero come poi si dissolverebbero i procuratori, gli osservatori, gli opinionisti (ma chi ha più un’opinione oggi?), le donne che si interessano di calcio, i ricchi che comprano società, gli studenti che parlano di schemi, i docenti che fanno i simpatici stabilendo gerarchie inopinate tra le “fasce” dell’Inter, gli intellettuali che trovano idee nel “catenaccio” di Mourinho, i romanzieri che sviluppano trame attorno al loro non essere mai stati bravi con la “pelota”, gli ubriachi che parlano di arbitraggio, gli spiriti forti che picchiano selvaggiamente negli estivi e maneschi tornei dei bar, i sudamericani dribblomani, i barbieri che ti scolpiscono capigliature etniche, i tatuatori alla moda, le bellissime plastificate ragazze da tribuna, i tristi genitori dei “pulcini” che s’azzuffano per un fallo.

 

Se c’è un insegnamento nella malattia, è che questa ci costringe a dire chi siamo, è segnale delle umane relazioni, del loro svolgersi, del loro negarsi. Ebbene Il calcio è la malattia del vuoto. È il collante unico e vischioso di un pianeta senza argomenti. Il calcio vive in tutti gli interstizi della contemporaneità, negli spazi lasciati liberi, nei territori del non so cosa fare, nei momenti in cui l’umano (il guizzo dell’essere sapiens), dovrebbe farsi sentire con forza. Ha una bellezza che attrae, si sa. Risuscita le forze epiche. Teatralizza. Infuoca. Però è capace di rendere il mondo inutile e di azzerare il pensiero. Lo dimostra un particolare, irrilevante, a prima vista. Il calcio non sa che farsene dell’ironia. La evita, la teme, la tiene distante umiliandola con lo sbertucciamento. Non è un segnale confortante.

E allora abroghiamo, chiudiamo, disertiamo. Liberiamoci, insomma!

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