Alberto Giacometti: ricominciare da capo

Mi sarebbe piaciuto posare per Giacometti. Credo che avrei avuto la pazienza per affrontare le lunghe sedute e quanto all’interesse non ci sono dubbi dalle testimonianze di coloro che si sono sottoposti alle sue leggendarie sedute, da Jean Genet a Isaku Yanaihara, a Elie Lotar a Giorgio Soavi e altri, oltre naturalmente al fratello Diego e alla moglie Annette. È davvero un rimpianto per me non esserci stato. Giacometti, quello dopo la guerra, com’è noto, quando era “tornato a scolpire una testa”, sottoponeva i suoi modelli a interminabili pose durante le quali faceva e disfaceva incessantemente la scultura o il dipinto, mentre chiacchierava delle sue ossessioni del “vedere” e di quello che gli veniva in mente. Non si tratta di una curiosità, la mia; è che Giacometti diceva, ha detto, cose che colpiscono a tal punto che, come le sue sculture, dipinti, disegni, non ci si stanca mai di sentirle e guardarle, e in maniera così chiara e lampante che non si può fare a meno di andargli dietro.

 

Parto da qui, invece che ricordare in buon ordine la vita e l’opera dell’artista, anche perché secondo me l’autrice della nuova biografia edita ora in traduzione da Johan & Levi deve aver pensato proprio a queste pose quando ha deciso l’impianto del suo testo. Catherine Grenier è la direttrice della Fondation Alberto et Annette Giacometti e per la prima volta ha avuto accesso a una quantità di materiale inedito – soprattutto la fitta corrispondenza con i genitori e amici, ma anche appunti e diari personali – che le ha permesso di ricostruire in maniera dettagliata ogni periodo della vita dell’artista come non era mai stato possibile finora e in particolare attraverso la voce stessa di Giacometti. Anzi Grenier ha fatto di più: ha ripulito, per così dire, la vita e l’opera di Giacometti di ogni interpretazione posteriore alla sua morte e in ogni caso “esterna”, cioè da parte di chi non era presente ai fatti, di chi non ha avuto esperienza diretta, fossero pure studiosi eccellenti. Così non si troverà menzione di testi di Yves Bonnefoy, Rosalind Krauss, John Berger, Georges Didi-Huberman, per ricordarne alcuni che ne hanno scritto di importanti. L’idea sembra proprio quella di “ricominciare da capo”, dal capo, dalla testa, appunto come fece Giacometti, e di guardarlo con occhi scrostati da tutti i filtri precostituiti, gli assunti con cui si vuole farlo quadrare, le categorie in cui si vorrebbe farlo rientrare.

 

 

Uno dei grandi, nel senso di importanti, paradossi di Giacometti infatti – doppio in realtà – era che quello che chiamiamo “realismo” in realtà è l’esito di una sovrastruttura di cui carichiamo la visione e che invece più riusciamo a “copiare” la nostra visione, liberandoci da quelle date, più risultiamo alla fine originali, singolari, piuttosto che uguali. Così è più “somigliante” una testa di Cimabue che una di Ingres. Allo stesso modo anche noi dobbiamo guardare lui e la sua opera. Grenier insomma è come se avesse messo in posa Giacometti e cercato di ritrarlo come “si vede”, forse non proprio o non ancora come lo vede lei, ma sicuramente invitando noi a guardarlo ciascuno con i propri occhi come se lo avesse qui davanti grazie alla biografia. In effetti il risultato è proprio come un suo ritratto, con una concentrazione sui dettagli che acquistano rilievo e al tempo stesso una visione d’insieme come una figura a distanza, autonoma. In questo modo Grenier restituisce peraltro molto bene la posizione in realtà sempre in equilibrio precario di Giacometti, proprio perché non si identificava con nessun gruppo e assunto di gruppo e faticava anche a trovare colleghi interlocutori con cui la sintonia fosse tale da sentirla come un percorso comune. I compagni all’Académie de la Grande Chaumière prima, poi i postcubisti, poi i surrealisti, ma neppure con Picasso o Balthus o Dalì o altri che frequentò per alcuni periodi più spesso, in fondo che cosa aveva in comune con loro? E d’altro canto, troppo schematicamente si è spesso diviso i suoi due principali periodi maturi tra surrealista il primo, interrotto bruscamente e quasi rinnegato, e il seguente delle figure dal vero, mentre a lungo vari temi e modi dell’uno sono stati ripresi e sviluppati nell’altro.

 

 

Giacometti insomma è stato un artista originale e complicato, come del resto lo sono tutti se guardati come lui guardava, dicevamo. La questione è proprio questa, forse, per ogni biografia. Per questo la scelta di Grenier è giusta. La chiave poi è quella che Giacometti stesso ha indicato e che risuona anche in questo contesto di riflessione, ovvero lo spostamento tra la rappresentazione mimetica della percezione, della presunta “realtà” – su cui Giacometti ha detto cose indimenticabili come quell’altro paradosso che mentre ritrae una persona, fosse pure suo fratello o la moglie, non la “riconosce” più, tutti diventano degli “sconosciuti” –, e la restituzione invece della “vita”, dell’essere vivo, per esempio come traspare dallo sguardo. Non è così anche in una biografia? Restituire la vicissitudine dell’uomo-artista vivente piuttosto che inquadrarlo nel noto? Si riprenda dunque Giacometti tutto da capo.

 

Grenier è riuscita proprio a farcelo vedere nella sua ricerca interiore, nelle sue esitazioni, crisi e decisioni, sicurezze anche e successi, e insieme mentre si muove tra le sue frequentazioni, cioè, potremmo allora dire, nello “spazio” intorno a lui, come nelle sue sculture. Ha raccontato la sua vita senza uno schema prefissato, affidandosi propriamente ai documenti, nel senso vibrante di questa parola, cioè del dato a sua volta vivo, come un tocco, un segno, una pennellata, e non dell’attestato o della prova.

Ora, a tutto questo Grenier non fa cenno, non rivendica nessuno di questi che stiamo descrivendo come dei meriti, forse perché apparirebbero a loro volta come degli assunti preliminari, sono io che l’ho sentita così. D’altro canto conosciamo Grenier come un’autrice che nei suoi altri libri non ha mai esitato a usare una strumentazione interpretativa di vasta cultura e di slanci teorici, nonché aggiornata da un esercizio militante dell’attività critica al passo con l’attualità (citiamo almeno la sua raccolta La revanche des émotions, Éditions du Seuil, Paris 2008). Forse sbaglio, ma spero che risulti uno sbaglio “giusto”, come diceva qualcuno, non fosse che per mettere il dito su questioni che sono ancora ben lontane dall’essere facili o risolte.

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