Il destino di Roma (e il nostro)

L’otto maggio 1980 l’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciò al mondo l’avvenuta eradicazione del vaiolo. Medici e scienziati pensavano allora che le malattie infettive sarebbero scomparse definitivamente. A causare la morte sarebbero state altre malattie, quelle dette di “degenerazione” (cancro, affezioni cardiovascolari eccetera). Quest’ottimismo durava da almeno una ventina d’anni. Già negli anni Sessanta era accaduto che si tenessero convegni dal titolo suggestivo: “Infectious disease, does it still matter?” Sono ancora importanti le malattie infettive? (dati che desumo da un saggio di Bernardino Fantini sulla storia delle epidemie).

Ma, più o meno contemporaneamente alla trionfale dichiarazione dell’OMS, stavano maturando le condizioni per l’avvento di una nuova, terribile malattia infettiva, che di lì a poco avrebbe sorpreso il mondo, sarebbe stata battezzata AIDS e i cui primi casi si fanno risalire al giugno 1981.

Si tratta di quello che Kyle Harper, nel suo Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero (Einaudi, 2019), definisce “uno spunto ironico della storia”.

 

Un’ occorrenza analoga del fenomeno si ebbe nel secondo secolo dopo Cristo.

In uno dei Moralia di Plutarco, e precisamente nelle Questioni conviviali, ci si pone il problema se possano esistere malattie nuove. L’autore stesso conversando con i suoi interlocutori sostiene che sì, sono possibili malattie nuove. Ma viene contraddetto: il cosmo è un’entità chiusa e perfetta e la natura non inventa mai nulla. Anche perché “le malattie non hanno dei loro semi particolari”.

Mentre Plutarco compone questa squisita dissertazione in un ambiente altamente civilizzato, la natura, in qualche luogo remoto, stava preparando i semi di un nuovo morbo. La rassicurante nozione classica di una natura immutabile, del tutto ignara di germi virus e batteri, era sul punto di venir aspramente contraddetta. La natura stava approntando qualcosa di nuovo, di terribile e di proporzioni sterminate: la cosiddetta peste antonina che infuriò per una quindicina d’anni a partire dal 165 dopo Cristo.

In effetti l’assunto che anima le cinquecento e passa pagine di questo saggio molto documentato di Harper (professore all’Università di Oklahoma), uscito in edizione originale nel 2017, è che il destino di Roma non fu portato a compimento solo da imperatori e barbari, senatori e generali, soldati e schiavi, ma venne deciso anche, e forse più, da batteri e virus, eruzioni vulcaniche e cicli solari. 

Solo di recente siamo venuti in possesso degli strumenti che consentono almeno di intravedere, spesso fugacemente, il grande dramma del cambiamento ambientale di cui i Romani furono attori inconsapevoli. 

 

Il paleo-clima si può studiare attraverso quelli che vengono definiti “archivi naturali”, ossia gli anelli degli alberi (dendrocronologia), i sedimenti oceanici, le varve lacustri, i carotaggi nei ghiacciai e i cosiddetti speleotemi, cioè depositi minerali nelle grotte.  I radionuclidi cosmogenici presenti nelle calotte di ghiaccio, per esempio, sono inversamente proporzionali all’attività solare e rappresentano un indicatore particolarmente sensibile circa la quantità mutevole di energia radiativa che raggiunge la Terra. Dalla presenza, nei nuclei di ghiaccio, di isotopi come il berillio-10 e il carbonio-14 possiamo capire l’andamento climatico del passato. 

Questi archivi naturali ci dicono che gli ultimi secoli avanti Cristo e i primi dopo Cristo furono favoriti da un regime climatico caldo, umido e stabile noto come l’Optimum climatico romano, ideale accompagnamento dell’espansione dell’Impero. Nel contempo i vulcani rimasero perlopiù silenziosi. Delle venti maggiori eruzioni degli ultimi 2500 anni nessuna avvenne tra la morte di Giulio Cesare e il 150 d.C. Per tutto l’Optimum climatico romano regnò la stabilità.

Poi questo equilibrio si ruppe.

 

Studiando i dati che abbiamo a disposizione sulle piene del Nilo grazie alle fonti (perché gli archivi naturali vanno ovviamente integrati con le testimonianze scritte e anche con gli “archivi biologici”, le ossa umane per esempio) sappiamo che negli stessi anni in cui esplose la peste antonina la regolarità del fiume egizio subì dei contraccolpi. Molto probabilmente legati a quel genere di variabilità climatica nota come Enso, cioè El niño – oscillazione meridionale. Mentre i dati legati all’Enso furono molto rari nel periodo dell’Optimum climatico romano, durante il periodo successivo, che va approssimativamente dal 150 al 450 d.C., essi divennero estremamente comuni. Tanto da determinare un cambiamento globale che si è soliti denominare Transizione tardo-romana o, anche, Periodo romano di transizione.

Esiste una sinergia tra mutazioni climatiche e epidemie. Infatti a questo cambiamento nel clima si accompagnò la prima vera pandemia del mondo antico, ossia la già più volte menzionata peste antonina. Le lingue antiche, all’oscuro, come sappiamo, delle reali origini patogene delle pestilenze, le collegavano però alle condizioni ambientali; i termini greci miasma, loimos e il latino lues collegano il contagio a una sorta di inquinamento gassoso, a nubi venefiche o a corruzione di acque.

La spiegazione del sorgere del male fornita da Ammiano Marcellino nel libro XXIII delle Istorie è la seguente: durante la guerra partica condotta da Lucio Vero, fratello adottivo di Marco Aurelio e a lui associato nell’impero, i Romani si impadronirono di Seleucia, “la più grande delle città”, che si era arresa; nonostante ciò  i conquistatori si abbandonarono a un saccheggio devastante che non risparmiò, empiamente, nemmeno il tempio di Apollo Comeo (Apollo dalle lunghe chiome). La malattia che ne seguì fu la vendetta del dio.

Le cose non andarono propriamente così. 

 

Si ipotizza che il principale indiziato sia un curioso roditore dall’amabile aspetto: il gerbillo dalle zampine glabre, Gerbilliscus kempi, che vive nella fascia di savana che attraversa l’Africa come una striscia posta tra il deserto del Sahara e l’umidità di tropici. (Tra parentesi: il Sahara antico pare fosse una zona verdeggiante). Comunque, questo animaletto ospita, solo lui, un virus chiamato poxvirus Tatera, e tale distinzione lo rende di particolare interesse, perché il poxvirus Tatera è il parente più prossimo dell’agente patogeno che causa il vaiolo dei cammelli. Ed entrambi sono a loro volta i parenti più vicini del Variola maior, meglio conosciuto come virus del vaiolo. Infatti la peste antonina (detta anche peste di Galeno, in quanto studiata dal grande medico) fu con ogni probabilità una forma particolarmente grave di vaiolo emorragico.

Quando e dove esattamente avvenne il salto di specie e chi fu il paziente zero, questo non lo sapremo mai. Però quello che sappiamo con sicurezza è che l’impero romano dell’epoca degli Antonini, in quanto zona di elevatissima connettività, di traffici incessanti tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud del mondo conosciuto, fu l’ambiente più propizio per l’ampia diffusione della malattia. L’impero romano rappresentava un “superconduttore per le malattie infettive allora emergenti”. La sua era un’ecologia altamente patogena. La pestilenza scaturì dalla combinazione casuale di un’evoluzione microbica da una parte e una particolare società umana dall’altra. Una sovrapposizione tra geografia fisica, reti di comunicazione e i ritmi biologici dell’agente patogeno.

 

La pestilenza ebbe tra gli altri effetti quello di rinfocolare il culto di Apollo. In un amuleto della Londra romana dell’epoca (Londinium), studiato da C.P.Jones, il dio proibiva di baciarsi. Una raccomandazione in linea con il mantenimento della distanza sociale, essenziale in tempi di mali contagiosi.

Un’altra grande pestilenza, sviluppatasi circa un secolo dopo quella antonina, dal 249 al 270 d.C. circa, fu quella che Harper chiama la “pandemia dimenticata”, ovvero la peste di Cipriano, o di San Cipriano.

Tascio Cecilio Cipriano era in quegli anni vescovo di Cartagine. In vari suoi scritti, un sermone sulla condizione mortale dell’uomo o nell’operina In laude martyrii, ci ha lasciato vividi racconti di questa pestilenza. In essi insiste sulla “novità” del morbo e sul fatto che fosse “ignoto a tutti”. “Non ci tocca forse assistere a questo modo strano in cui si muore? Non vediamo dunque ripetersi ogni giorno i riti della morte?”.

 

Anche questa pandemia – di cui, nota Harper, a parte il McNeill, nella sua conosciuta Plagues and Peoples, tradotta in italiano con il titolo La peste nella storia, gli storici dell’antichità non fanno quasi mai menzione – fu attribuita al virus del vaiolo. Lo studioso americano però è più propenso a classificarla come “influenza pandemica”, sul tipo della famigerata “spagnola” che mieté milioni di vittime giusto un secolo fa, subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Forse, ipotizza Harper, qualcosa di simile all’Ebola, un filovirus, vecchio milioni di anni e trasmesso da qualche animale all’uomo.

Anche nel caso della peste di Cipriano ci fu una sinergia con i mutamenti climatici. Le turbolenze globali degli anni quaranta del III secolo d.C., di cui risentirono chiaramente i sistemi monsonici, indussero mutamenti ecologici che potrebbero aver favorito lo scoppio della peste.

Proprio Cipriano in una sua celebre lettera Ad Demetrianum tratteggia un quadro desolante: “In primo luogo devi sapere che il mondo è invecchiato e non si sorregge più grazie a quelle forze con le quali si era retto in precedenza e che non ha più quel vigore e quella forza sulle quali prima poggiava… Non ci sono più così tante piogge in inverno per nutrire le sementi, non c’è più il solito calore in estate per far maturare i frutti, né la primavera gode più del suo bel clima, né l’autunno è così fecondo dei prodotti degli alberi”.

 

 

Non si tratta soltanto di un esercizio retorico di variazione sul topos della senectus mundi, la vecchiaia di un mondo ormai esausto.

Si tratterebbe invece della descrizione di uno degli effetti, suffragata sia dagli archivi naturali sia dall’isotopo del berillio, causati da un precipitoso calo dell’insolazione, peculiare di quegli anni quaranta del terzo secolo.

Infatti Cipriano aggiunge: “Il sole al tramonto irradia i suoi raggi con minore splendore e minore calore” e il mondo era un povero vecchio, pallido e appoggiato già alla propria tomba.

L’Optimum climatico romano era solo un lontano ricordo.

E se durante la peste antonina le fibre della struttura imperiale si erano forse sfilacciate ma non erano ancora andate in pezzi, nel momento in cui comparve la peste di Cipriano la situazione cambiò decisamente. Molti elementi riguardanti questa peste rimangono avvolti nell’oscurità, ma è un fatto assodato che all’indomani della pestilenza nel mondo romano “scoppiò l’anarchia”. 

L’imperatore Filippo l’Arabo il 21 aprile del 248 aveva celebrato il millenario della fondazione di Roma con sfarzosi “ludi saeculares” che durarono tre giorni e tre notti. L’anno dopo venne ucciso a Verona mentre combatteva contro Decio, Messio Decio, senatore di origine pannonica e suo prefetto urbano.

Nel 253 gli imperatori erano nel frattempo diventati tre, Treboniano, Volusiano ed Emiliano e si combattevano fra loro senza esclusione di colpi.

Anche questo parrebbe uno “spunto ironico” della storia.

 

Bisogna però dire che l’impero proprio in questi anni mostrò quella che Harper definisce la sua “resilienza”. La sua capacità di reazione e di adattamento. La compagine statale si riorganizzò, di lì a poco, soprattutto ad opera dell’imperatore Claudio II, detto anche Claudio il Gotico (per distinguerlo dall’altro Claudio, il figlio di Druso) che regnò per soli due anni, dal 268 al 270, “ma la sua rivoluzione gli sopravvisse”.

Fu il primo di una serie di imperatori soldati, tutti di estrazione danubiana. Walter Scheidel ha dimostrato che fino al regno di Foca (610 d.C.) quasi tre quarti degli imperatori romani provennero da una regione che rappresentava appena il due per cento del territorio dell’impero (in parte coincidente con la Pannonia e l’Illirico). La ricca aristocrazia mediterranea fu rimpiazzata da un gruppo di soldati professionisti originari di un piccolo angolo settentrionale di una zona di frontiera.

Fino alla fine del quarto secolo a un osservatore imparziale non sarebbe sfuggita la superiorità numerica, tattica e logistica dell’esercito romano su tutti i fronti. Eppure nel volgere di poche generazioni l’esercito imperiale romano d’Occidente avrebbe cessato d’esistere.

 

La caduta dell’impero fu una delle più grandi implosioni strategiche della storia.

Esso era in qualche modo rinato dopo la peste di Cipriano. Ciò che lo stroncò, secondo Harper, ebbe origine a oriente, nelle inesplorate distese dell’Asia centrale. La steppa si intromise nella storia occidentale, esercitando una pressione deleteria lungo i confini settentrionali dell’impero. 

Nei due decenni che vanno all’incirca dal 350 al 370 d.C. una devastante siccità afflisse le steppe dell’Asia centrale. Ciò è testimoniato fra l’altro da una serie di anelli degli alberi di ginepro di Dulan-Wulan, sull’altopiano tibetano.

Il popolo degli Xiongnu detti anche Xwn, ma meglio conosciuti come Unni,

si mosse verso occidente a cercare nuovi pascoli. I Goti, pressati dagli Unni, comparvero in massa alle frontiere romane in cerca d’asilo. Prima accolti dall’imperatore Valente poi maltrattati (riassumo parecchio) essi si ribellarono e, ad Adrianopoli il 9 agosto 378, combatterono contro l’imperatore che trovò la morte in battaglia. La fine cominciò lì. Ma non bastava. L’assassinio (dell’impero) si compì un po’ di tempo dopo, sostiene Harper, ad opera di un batterio noto come Yersinia pestis.

 

Il batterio che va sotto questo nome è stato causa di tre pandemie storiche: la prima durante il regno di Giustiniano, la seconda in epoca medievale, la famosa Morte Nera del 1348 (quella del “Decameron”) e una terza scoppiata nel 1894 nello Yunnan, in Cina e diffusasi poi a livello globale.

Questi tre episodi sono, in realtà, dei colossali incidenti. Gli esseri umani sono solo vittime accidentali, prese nel fuoco incrociato di quella che è in effetti una malattia dei roditori.

Sì, la terribile peste bubbonica, dovuta all’ingrossamento abnorme dei linfonodi, è indissolubilmente legata al ratto comune o ratto nero (Rattus rattus). La vita di questo roditore è terrorizzata da una piccola pulce che vive nel suo mantello e si nutre del suo sangue, la Xenopsylla cheopis. Se la popolazione dei ratti diminuisce, le pulci affamate cercano disperatamente sangue e a quel punto non disdegnano di nutrirsi di quello umano. L’epidemia umana, in poche parole, non è che l’effetto collaterale di un evento epizootico fra roditori.

Dal punto di vista di un topo l’impero romano era una benedizione inimmaginabile. Il mondo romano si espanse con i suoi ratti. La vasta rete di città, di collegamenti marittimi e depositi di grano era un autentico invito a nozze per questa specie evolutasi fino a divenire un inquietante commensale dei Cives Romani.

 

Anche la cosiddetta peste di Giustiniano, esplosa nel 541, coincise con un cambiamento climatico assai significativo, la Piccola glaciazione della Tarda Antichità. L’anno 536 rimase famoso come “l’anno senza estate”. Tra quell’anno e il 545 si registrò il decennio più freddo degli ultimi 2000 anni. Il sole, scrive Cassiodoro in una delle Variae, appariva come schermato da un velo opaco.

Anche qui non si tratta di esercitazioni retoriche su di un collaudato topos, bensì degli effetti reali prodotti da varie eruzioni vulcaniche (che oggi non si riescono a localizzare con precisione) e che dispersero nell’atmosfera massicce nubi di solfati, fatto senza precedenti in queste dimensioni, bloccando l’assorbimento dell’energia solare.

Annali irlandesi e cronache cinesi confermano la prosa angosciata di Cassiodoro. La carestia regnava ovunque.

 

Dobbiamo immaginarci masse di roditori in fuga da zone impoverite; dobbiamo immaginarci questi ratti invadere a migliaia le navi romane e servirsi delle rotte marittime più praticate per i loro spostamenti.

L’impero preparò l’ambiente ecologico più propizio per la pandemia. 

Procopio, lo storico principe di Giustiniano (di cui tracciò però un ritratto a tinte fosche nella celebre Storia segreta), ci ha lasciato sulla peste pagine angoscianti: “Costantinopoli si fermò come se fosse morta. Il cibo sparì dai mercati… Nessuno usciva di casa senza un cartellino appeso al collo o al braccio su cui era scritto il suo nome…”.

Paolo Diacono, due secoli dopo, ricordava come in quest’epoca “il mondo fosse stato ricondotto al suo antico silenzio”, perché nessuno più lavorava i campi.

Naturalmente la lettura religiosa, cristiana, si impossessò della malattia. Essa, come scrisse Giovanni di Efeso, era semplicemente “il gran tino dell’ira di Dio”, in cui veniva pestata a ragione l’umanità peccatrice. Così come durante la peste antonina si ebbe una reviviscenza del culto di Apollo, ora, durante questa nuova e inedita pandemia, si ebbe un proliferare di letteratura apocalittica. Vennero composti molti commenti all’Apocalissi di Giovanni. L’ora pareva vicina.

Come si vede è una storia della fine dell’impero, questa di Harper, del tutto diversa rispetto alle opere consuete sull’argomento. Si sa che sono state censite ben 211 ipotesi diverse in relazione alla caduta dell’impero (d’Occidente). Ma quelle di cui tiene conto lo storico americano esulano dagli ambiti più battuti.

 

Solo per fare un esempio, in un classico come La fine del mondo antico di Santo Mazzarino, del 1959 ma di continuo e giustamente ristampato (cito dall’edizione del 2009), a pagina 138 si può trovare una frase come questa: “A prescindere dalla peste che nell’età di Marco e Commodo infierì terribilmente….” che pare porsi agli antipodi esatti del metodo seguito da Harper.

Ma è pur sempre nell’opera di questo Maestro italiano che, a pagina 100, troviamo un insegnamento di perenne attualità, anche per chi, come noi, segue gli studi storici da puro e semplice amateur: “la grande via attraverso la quale la storia può raggiungere l’obiettività è nella sua sofferta sollecitazione attuale”.

Frase degna d’esser ripetuta, ripetuta e sottolineata: sofferta sollecitazione attuale.

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