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Il gabbiano: guarda d’estate come nevica

Nella campagna ghiacciata, con una scansione musicale ripetitiva, inizia il viaggio nell’inverno di Schubert, Winterreise. I primi versi ricordano il maggio benevolo, i fiori, l’amore, e ora tutto è finito, gelato, pietrificato, mentre la musica culla con l’incalzare senza scampo di un marciare che sembra un’immobile ninna nanna. Il Gabbiano secondo Licia Lanera, al contrario, fotografa un’estate estenuante, calda come il bacio perduto della canzone di Bruno Martino, estate sfibrante passata su lettini in vite senza movimento, che all’improvviso viene sepolta da una fitta nevicata. Cade la neve, dilaga sulla compagnia di borghesi riuniti in campagna a discutere di tutto e soprattutto di niente, a riempire i vuoti di una vita estenuata, vestiti di scuro “per il lutto che porto per la mia vita”.

Il Gabbiano è quello di Čechov, una tessitura di frasi asfittiche scritta nel 1895 da un uomo malato nei polmoni, che doveva passare gli ultimi tempi della propria vita in Crimea, per curarsi lontano dalla capitale fredda e umida, sentendosi abbandonato nella provincia come in una prigione. E proprio con la lettura a sipario chiuso di una lettera dall’‘esilio’ dello scrittore russo alla moglie, l’attrice Ol’ga Knipper, inizia lo spettacolo presentato al Metastasio di Prato, dopo il debutto al Petruzzelli di Bari per il Teatro Pubblico Pugliese, una coproduzione Compagnia Licia Lanera, Teatro Metastasio, Teatro Piemonte d’Europa. È un’altra prigione, quella esistenziale della provincia e della malattia, dopo la prigione della Russia staliniana, che Licia Lanera ha evocato in Cuore di cane da Bulgakov, lo spettacolo precedente del ciclo sottotitolato Guarda come nevica. La terza tappa sarà dedicata a Majakovskij, la voce della ribellione fallita, infranta sugli scogli della vita quotidiana. 

 

 

In questo trittico, l’attrice, autrice e regista barese racconta attraverso la Russia e la neve che tutto ricopre i nostri tempi di rimozioni, di prigioni meno clamorose ma diffuse, micidiali ugualmente. Segna anche nuovi obiettivi per la sua creazione artistica questo viaggio nel freddo dilagante, penetrante, invadente, non ancora glaciazione, apparentemente morbido come i fiocchi che cadono, cui forse si può resistere, sottrarsi. In Cuore di cane come nel passato recente affrontava il testo da grottesca, umorale, ironica solista, con mezza maschera, in dialogo solo con i suoni di Qzerty. Ora per Il gabbiano riunisce una vera e propria compagnia e più che riscrivere il testo se lo adatta, rispettandolo profondamente, cercando spiriti di non banale corrispondenza. Sembrerebbe un approdo alla prosa tradizionale che altri nati nel teatro di ricerca o d’autore (chiamatelo come volete) hanno computo: in realtà si tratta di un corpo a corpo con la tradizione, per fotografare il presente (e l’assente). Una sfida tutta nell’alveo della tradizione del nuovo, attenzione, perché Il gabbiano fu lo spettacolo che nel 1898 inaugurò il Teatro dell’Arte di Mosca di Stanislavskij, ossia il momento germinativo della scena contemporanea. Ed è testo che macella la tradizionale drammaturgia, portando le incrinature dell’io in primo piano rispetto al plot, chiedendo, in continuazione, “forme nuove”, per poi assistere al naufragio delle speranze, incarnate nel povero gabbiano sparato e poi impagliato, senza più vita, nel finale. Una parabola che somiglia a quella di Nina, la protagonista, che si apre alle speranze della gioventù, al sogno dell’arte come libera espressione, per finire nel fango di un amoraccio per un uomo di presunto potere e nel ghiaccio dei fallimenti.

 

 

Kostja il giovane scrittore che sogna un’arte nuova, una vita differente, ama Nina e scrive per lei un dramma di simbolistici trasalimenti e risonanze. E si scaglia, come Amleto, contro la madre vedova, attrice famosa, amante del vanesio scrittore Trigorin, odiata più che per l’oblio del padre perché lei, Arkadina, tradisce ogni giorno l’arte con l’esibizione di sé. Intorno vegeta un sottobosco di personaggi di una provincia immobile, esausta, che assiste disincantata alla rappresentazione simbolista sul lago, qui con lo sfondo di un dipinto di Lorrain. Maestri di scuola senza speranza, signorine deluse nei loro amori e pronte a una sistemazione di ripiego, possidenti e amministratori, dottori idealisti ma disincantati vivacchiano, spossati, distesi su grigi lettini a sdraio, in vari momenti spostati per disporre differentemente il coro e i protagonisti via via che ne emergono, in una ripetizione asmatica di frasi, malesseri, esibizioni, naufragi. Kostja, con Nina, nel precario teatrino all’aria aperta, sotto la luna, cerca “forme nuove”, incontrando l’incomprensione e la derisone degli altri, ancorati a un teatro (e a una vita) di routine. La madre guarda dall’alto i tentativi del figlio, per poi trovarsi, impotente, a vedere il suo vacuo scrittore flirtare con Nina. È un affondo questo testo, e questo allestimento, negli umori di un’arte che vorrebbe cambiare il mondo, di una gioventù che vorrebbe realizzarsi, rinnovare, e si infrange contro l’indifferenza, la rassegnazione, il dolore cinico degli adulti. Una storia contemporanea.

 

Un intermezzo. Il più impressionante Gabbiano di Čechov l’ho visto nel 2004 a Nitra, una cittadina universitaria della Slovacchia, in un bel festival che faceva da cerniera tra la produzione teatrale dell’Europa occidentale e quella dell’Est da poco uscito dalla sfera sovietica. Gli ungheresi di Krétakör rendevano il testo ferocemente vicino a noi. Gli attori erano giovani, in abiti da mercatino dell’usato, a stretto contatto con il pubblico, sistemato su semplici sedie in un salone. La recitazione era intima, sofferta, e faceva risaltare ancora di più questa storia di aspirazioni fallite, di tradimenti, che vive di micromovimenti, di intensità, di abbandoni, di umorismo svagato, di sottile violenza, di crolli improvvisi e devastanti. Il regista Árpád Schilling, noto in Italia per alcune prove di diversa riuscita, riusciva a rendere palpitante, contemporaneo, necessario, nuovo un testo tante volte ascoltato. Le parole si trasformavano in sussurri, in schiaffi, in risate di sconfitta che toccavano chi guardava fino in fondo, con gli attori addosso agli spettatori, a portata di fiato e di slanci fisici.

 

 

Nello spettacolo di Licia Lanera la sensazione, apparentemente, è diversa. Capisci che si gira a vuoto in tutto la prima parte, prima e dopo il fallimento della recita di Kostja e Nina. In una distante immobilità, dove non esiste possibilità di amore, di scambio umano, di speranza. Solo lontananza e autocontemplazione, con qualche momento di voluta caduta della tensione sottile nel silenzio, nell’imbarazzo che dilaga come affezione dell’anima. Negato, poi, magari quel silenzio con qualche gag, in una recitazione a tratti oscillante, indecisa tra il mascherare o far emergere la ferinità (e quasi sempre la scelta è sopirla, nasconderla). In queste oscillazioni Licia Lanera nella parte dell’Arkadina, la grande attrice, sfodera di tanto in tanto la sua vena più popolaresca, barese, facendoci rimpiangere che non si sia decisa ancora a confrontarsi decisamente con la possibilità di diventare un Alberto Sordi d’oggi in gonnella, maschera dei vizi italici (sarebbe bravissima). 

 

La prima parte si chiude con la neve che cade e imbianca, mentre Nina e lo scrittore si baciano, in primo piano, e l’Arkadina li guarda da lontano, raggelata, e qualcuno ancora canta “Estate”, sui lettini schierati sul fondo della scena, in una luce grigia (qualcuno ha citato Edward Hopper a proposito della scena).

Maggiore ancora sembra diventare la distanza nella seconda parte, qualche anno dopo, quando il sipario si riapre su una foresta di microfoni, uno per ogni personaggio, con il quadro, Paesaggio con ninfa Egeria di Lorrain caduto, di traverso a fondo scena. In questo atto delle disillusioni, dei naufragi, i personaggi diranno le loro battute a quei microfoni, arrivando pochi alla volta, fino a Kostja e Nina in primo piano, Kostja che si spara colpendosi col microfono, Nina che emette il grido del gabbiano in volo, del gabbiano ferito, del gabbiano caduto. 

Intorno nevica, nevica. I fiocchi bianchi ricoprono i capelli, gli abiti, i cappottoni pesanti, i colbacchi che inutilmente cercano di riparare dal freddo dei sentimenti, delle esistenze, dilagante. I personaggi sono immobili, tutto pare raggelarsi. Eppure, quel parlare diretto, guardando noi spettatori negli occhi, il loro grido per vite naufragate, la loro disperata implicita richiesta di aiuto, la loro confessione di impotenza ce li porta affianco, vicino, dentro, profondamente. Mentre Tiziano Ferro canta L’ultima notte al mondo: “Cade la neve e io non capisco / che sento davvero, mi arrendo…”.

 

 

Tutti gli attori sono calati nelle parti. Qualche sbavatura, ogni tanto, non inficia il risultato e rafforza il plauso per un’impresa incubata in varie prove solistiche, determinata dalla volontà di un’artista che pensa e crea il teatro a non rassegnarsi alla fine del suo gruppo, le Fibre Parallele, e a cercare, rischiando, nuove strade. I bravi interpreti dei due ragazzi vengono da un laboratorio sul Roberto Zucco di Koltès, di cui abbiamo dato conto su doppiozero, per lo Stabile torinese e il Festival delle Colline di quella città. Sono l’elettrico Josef Gjura e la sensibile, appassionata, bravissima, Giulia Mazzarino. Loro compagni, di varia provenienza, tutti molto concentrati, sono Vittorio Continelli, Mino Decataldo, Alessandra Di Lernia, Marco Grossi, Fabio Mascagni. E naturalmente Licia Lanera, che in questo stesso periodo ha curato la riapertura dello storico teatro Piccinni della sua Bari con azioni di strada di giovani compagnie e con una serata dedicata a Eduardo De Filippo, recitato in barese da attori della città.

Le luci diffuse della prima parte, e l’ombra da cui emergono i personaggi in sprazzi di luce nella seconda sono di Cristian Allegrini. Le scene sono di Riccardo Mastropasqua (geniale il fondale riproducente, come un poster, la campagna idealizzata e mitologica di Claude Lorrain), i costumi di Angela Tomasicchio, le musiche originali di Qzerty. La trilogia completa Guarda come nevica si vedrà al Festival delle Colline Torinesi la prossima estate.

 

Fotografie di Manuela Giusto.

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