Nathalie Du Pasquier, l’altra metà di Memphis

Quest'anno ricorre il quarantesimo anniversario dell'evento che ha sancito la nascita pubblica di Memphis, il movimento culturale di ControDesign, fondato a Milano l'11 dicembre 1980 da Ettore Sottsass Jr e presentato al mondo nello showroom Arc '74 di Corso Europa 2, con la mostra inauguratasi, appunto, il 18 settembre 1981 (se ne legga qui). 

La prima occasione espositiva che celebra questa ricorrenza è la personale dedicata dal MACRO a Nathalie Du Pasquier, una dei componenti del Memphis Group originario che annoverava, insieme al maestro Ettore Sottsass, Martine Bedin, Andrea Branzi, Aldo Cibic, Michele De Lucchi, Michael Graves, Hans Hollein, Arata Isozaki, Shiro Kuramata, Javier Mariscal, Peter Shire, Goerge Sowden, Matteo Thun, Masanori Umeda, Marco Zanini, oltre alla storica del design Barbara Radice. 

 

Intitolata Campo di Marte, questa romana è anche la prima grande personale che un’istituzione museale italiana riserva all'artista e designer di origine francese, naturalizzata milanese. Allestita nell'ambito della sezione SOLO/MULTI, che il curatore Luca Lo Pinto – dal 2019 direttore artistico del MACRO – rivolge al tema dell’Immaginazione Preventiva, è stata concepita come un Gesamtkunstwerk. Il termine si può tradurre con 'opera d'arte totale', dal momento che la rassegna racchiude in sé una sorta di sintesi delle arti, anche se la protagonista preferisce definirla una "sinfonia silenziosa". In essa sono esposte al pubblico più di cento opere, tra dipinti, sculture, disegni, tappeti, libri e ceramiche, realizzate da Du Pasquier a partire dagli anni ottanta – quelli di Memphis, appunto – fino ai nostri giorni. Inaugurata il 3 febbraio 2021, dopo la chiusura imposta dall’emergenza Covid-19, ha finalmente riaperto i battenti e sarà visitabile fino al 20 giugno.

 

Campo di Marte è anche il titolo del libro che la accompagna, edito da Humboldt (pp. 144, €. 25,00). Realizzato nel 2020, in un periodo in cui l'artista bordelaise non stava dipingendo, non è il catalogo della rassegna, come lei stessa tiene a precisare, ma una raccolta di sue fotografie e di suoi dipinti, tutti creati nell'arco degli ultimi quarant'anni. Composti in sequenza, come se si trattasse di caratteri tipografici, in cui immagini e parole si intrecciano e si sovrappongono, in una sorta di ‘surrealismo quotidiano’, somigliano al processo della visione di quando si guarda fuori dal finestrino di una metropolitana che corre velocissima, senza dare il tempo di mettere bene a fuoco ciò che si vede, né di stabilire alcun collegamento di senso tra i vari frammenti del veduto.

È stato annunciato che una pubblicazione pertinente alla mostra uscirà invece nella primavera 2022, in coproduzione con il Musée régional d’art contemporain Occitanie /Pyrénées-Méditerranée di Sérignan, dove questa sarà poi ospitata. 

 

Nathalie Du Pasquier al lavoro nel suo studio milanese; la copertina del libro Campo di Marte, Humboldt, 2020.


Figlia di Jacqueline Du Pasquier, curatrice del MAD (Musée des Arts Décoratifs et du Design) di Bordeaux e poi direttrice della Revue de Sèvres, Nathalie cresce in un ambiente familiare culturalmente ricco di stimoli formali e denso della loro memoria storica. 

Tra il 1975 e il 1977 gira il mondo, ma sono le forme e i colori dell'Africa a colpire la sua fantasia e a influire in modo determinante sul suo successivo lavoro artistico. Quando, nel 1979 arriva a Milano, decide di stabilirvisi definitivamente. Era infatti approdata nel posto giusto al momento giusto, esattamente quando attorno a Ettore Sottsass si andavano raccogliendo giovani designer e architetti di ogni nazionalità e provenienza culturale, animati dal desiderio di scuotere dalle fondamenta il mondo del design, per sovvertirne regole e assunti, tanto teorici, quanto formali, così come poi è realmente accaduto. 

Questa di Memphis, alla cui fondazione contribuisce, è per Nathalie una stagione molto felice, in cui la sua creatività esplode portandola a disegnare una miriade di oggetti: arredi, tappeti, tessuti per interni, lampade, vasi, vassoi, orologi e molto altro ancora. A Milano incontra anche l’amore e il designer inglese George Sowden, altro membro del gruppo memphisiano, diventerà per un periodo suo partner sia nella vita che nel lavoro.

 

Nathalie Du Pasquier, arredi realizzati per Memphis Milano. Dormeuse Royal, 1983; consolle Smeraldo, 1985; tavolo Madras, 1986.


Nathalie Du Pasquier, alcuni dei tessuti da lei disegnati per Memphis Milano negli anni ottanta.


Risale a questa stagione prolifica di idee e di realizzazioni un episodio poco noto, che mi piace raccontare. Era il 1985, quando Nathalie Du Pasquier e George Sowden decisero di affidare la costruzione di un loro progetto di design a mio padre, Pierluigi Ghianda, che fin dai loro esordi ospitava nella sua bottega di Bovisio Masciago Ettore Sottsass con la tribù Memphis, eseguendo per loro molti prototipi, soprattutto di sedie (oggi tutti conservati presso gli Archivi Storici del Politecnico di Milano, dove saranno presto esposti al pubblico di studenti, studiosi e curiosi). Riporto qui un documento inedito, scritto nel 1985 da Judidh Du Pasquier, sorella di Nathalie, che narra della vicenda (anche il pamphlet autografo in cui questo testo è contenuto, corredato di fotografie, si conserva nel Fondo Pierluigi Ghianda degli AS del Polimi), conclusasi in una rassegna espositiva presso l’Espace Nestor Perkal, fondato quello stesso anno a Parigi.

 

Nathalie Du Pasquier, sedia Mercedes e sedia Pilar, realizzate da Pierluigi Ghianda nel suo laboratorio di Bovisio Masciago, 1985 (collezione privata). A destra: litografia Elements pour une maison décorée, 1985, donata da Nathalie Du Pasquier a Pierluigi Ghianda (con dedica) e oggi conservata nel Fondo Pierluigi Ghianda presso la Biblioteca Comunale di Bovisio Masciago.


Così Judith Du Pasquier: “Nel maggio 1985, avendo vista la collezione intitolata Objects for the Electronic Age (produzione Arc ‘74, collezione 1983-84), composta da scatole, tazze, lampade, vassoi, orologi in metallo decorati con laminati e disegnata da Nathalie Du Pasquier e George Sowden, così come i tappeti (produzione Palmisano), Nestor Perkal invita Nathalie e George a esporre nella sua galleria. È in quell’occasione che Nathalie e George, che da tempo pensavano di progettare una collezione di sedie, colgono al balzo l’opportunità di realizzare quel desiderio. Senza rivolgersi ad alcun brand, decidono di essere loro stessi i produttori di una serie di sei sedie, e di farle realizzare dal ‘miglior falegname del mondo, Pierluigi Ghianda’ il cui lavoro eccezionale rese queste sedie degli oggetti raffinati e preziosi.

La mostra Elements pour une maison décorée presenta oggetti adatti all'era elettronica, due specchi, due tappeti, coltelli progettati per la Maison des Couteliers di Thiers in occasione di un simposio ‘scultura e design nell’ottobre 85’, e queste sei sedie, arredi così espressivi sia nel trattamento delle superfici che nelle forme, e di cui non si devono dimenticare i nomi: Cadiz, Alhambra, Saragozza si chiamavano quelle di George; Esmeralda, Mercedes e Pilar, invece, quelle di Nathalie.

George James Sowden è nato a Leeds (Inghilterra) nel 1942. È consulente Olivetti dal 1970 ed è uno dei membri fondatori del gruppo Memphis. 

Nathalie Du Pasquier è nata a Bordeaux (Francia) nel 1957. Vive e lavora a Milano da più di sei anni, come creatrice di tessuti, oggetti e mobili. Anche lei è membro fondatore di Memphis. 

Lavorano insieme a Milano (Italia) dove hanno uno studio di progettazione dal 1982. Le loro invenzioni sono decisamente rivolte al futuro, un futuro concepito non come uniforme, ma composto da più contributi di immagini differenti e complementari.”

 

Nathalie Du Pasquier, Still life, 2002; Libri luminosi in vetro blu, 2003; Petite immensité, appartenente alla serie Costruzioni, 2003; Collezioni Private, una delle sue "cabine", 2017; Senza titolo, 2019.


Nel 1987, allo sciogliersi del Memphis Group, Nathalie abbandona gradualmente il mondo del design, sempre più attratta dall'arte figurativa, alla quale finirà per dedicarsi in modo esclusivo. 

“Quando ho iniziato a dipingere, volevo allontanarmi dal design" ha dichiarato "volevo lavorare partendo da ciò che vedevo. Ho capito che ero interessata all'aspetto scultoreo e, fondamentalmente, astratto delle composizioni di oggetti."

Penso che il suo progressivo transitare dalla tridimensionalità del design verso la bidimensionalità della pittura sia stato veicolato dal suo crescente amore per i tessuti e per i tappeti. Di questi ultimi, tra il 1985 e il 1989 ne ha infatti disegnati di meravigliosi, due ancora sotto l'egida di Memphis, gli altri nove per una propria produzione (Riviera, Riviera Grande, America, The birds, Ecuador, Panama, Sotto vento, Europa, Messico), gli uni e gli altri eseguiti da Elio Palmisano. 

Tutto aveva avuto inizio nel 1982, durante un viaggio fatto in Tunisia insieme a George Sowden, quando, a interessarla maggiormente era stato il loro peregrinare tra i laboratori artigianali di tessitura africani. Era lì che era riaffiorato in lei il ricordo delle ore trascorse da bambina a copiare i motivi decorativi dei magnifici tappeti che sua madre collezionava.

 

La fase successiva del suo approccio alla pittura, la vede dipingere prevalentemente a olio scene raramente popolate da figure umane, in cui a prevalere sono invece gli oggetti, spesso d'uso comune, quali bottiglie, vasi, tazze, lattine, libri, a volte accostati a un fiore, altre a un frutto, ma sempre, tutti, immancabilmente immersi in un tempo sospeso, quasi metafisico, come se su di lei avessero agito in profondità le suggestioni delle nature morte di Giorgio Morandi o gli accumuli di giocattoli dipinti da Alberto Savinio. Questi suoi primi sono quadri silenziosi nella loro quasi totale monocromia, lontani dal chiasso cromatico che aveva animato invece i suoi lavori di design, tappeti compresi. 

Ma già dal 2006, la tavolozza accesa che abitava dentro di lei, prorompe di nuovo, squillante, dalla regione profonda del suo spirito artistico, e allora succede che forme libere vadano a sostituire per sempre quelle verosimili per convertirsi poi in un ritorno alle geometrie pure, quando a riaffiorare in superficie è anche il suo rapporto prediletto con la tridimensionalità. Ed ecco allora rinascere, insieme ad esso, la sua antica simpatia per gli oggetti di design, che lei ricomincia a realizzare soprattutto in ceramica, così come torna a disegnare tessuti vivaci e coloratissimi (in stile post-Memphis, come è stato definito), che trovano applicazione nel campo della moda (addirittura per Hermès).

 

Nathalie Du Pasquier, tappeto Riviera, 1984, realizzato da Elio Palmisano. Sotto: foulard per Hermès in seta multicolore, 2017; coperta per Hermès Au-delà du désert, 2019.


Nella stagione artistica successiva a cui Ferna perviene, da lei stessa detta 'costruttiva' – e che a me richiama alla mente gli scenari in cui si muovevano gli acrobatici costruttori di Fernand Léger – solide sovrapposizioni di forme vanno ad occupare l'intera superficie delle tele, o a disporsi volumetricamente nello spazio. In seguito inventa e mette a punto dei marchingegni tridimensionali completamente dipinti, che chiama 'cabine' (ma forse suonerebbe meglio il termine cabinet, del suo idioma d'origine), interni ciechi abitati, ancora una volta, da forme ormai definitivamente astratte. 

“Questa è una specie di armadio" afferma l’artista descrivendone uno "con pavimento e soffitto, fatto di pannelli, smontabili e trasportabili. Su questa struttura, che è dipinta dentro e fuori, a volte vengono appesi dipinti e costruzioni in legno. Dal 2017 ho iniziato a dipingere queste cabine come se fossero quadri. Mi piace l'idea di grandi quadri tridimensionali, così come mi piace l'idea di un piccolo spazio organizzato con elementi disparati."

Le sue opere sono state esposte in tutto il mondo, sia in sedi pubbliche, che in gallerie private, come, ad esempio, la Pace Gallery, il Camden Arts Centre di Londra, la Kunsthalle di Lisbona, la Kunsthalle di Vienna, il Center of Graphic Arts (MGLC) di Lubiana, eccetera.  

Per quanto riguarda la sua formazione in campo estetico, è la stessa Du Pasquier, che era approdata al design da autodidatta, a elencare gli artisti, i luoghi e le opere d’arte che l’hanno influenzata nel corso della sua carriera. Così ha scritto, infatti, nel 2015: 

"Miniature persiane, Ingres, Giotto, Piero della Francesca, templi indiani, Sanchez Cotán, Sottsass, El Lissitzky, Morandi, Giorgio de Chirico e Savinio, miniature medievali francesi. Le Corbusier. La forma dei fiori, i colori dei pesci esotici, la bellezza della vita animale. Stampe giapponesi. Gli album di Tintin et Milou e molte altre cose."

 

Realizzata con il contributo di Mutina, Pace Gallery, Apalazzo Gallery, Symetria, Nuovi Mecenati - Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea, Académie de France à Rome - Villa Médicis, anche nella mostra Campo di Marte Nathalie Du Pasquier ha agito come fa sempre quando allestisce una propria mostra. "Ogni volta e ovunque esponga" osserva, a tale proposito, il curatore Luca Lo Pinto "lei annusa lo spazio e lo trasforma in un ambiente naturale per ospitare le sue creature. Quando installa una mostra, colloca i suoi quadri nello spazio come se fossero essi stessi elementi di una natura morta." 

In modo particolare, nella mostra romana, che annulla la distinzione tra le opere d’arte esposte e l'ambiente che le ospita, trattando anche quest'ultimo come se fosse un'opera, Nathalie Du Pasquier sembra volerci far entrare dentro una delle sue 'cabine' – la più grande da lei mai realizzata, anzi, dentro una cabina dalle proporzioni gigantesche, visto che occupa l'intero spazio del museo – all'interno della quale, in luogo delle forme, dimorano temporaneamente i quadri, le sculture e gli oggetti da lei creati in epoche diverse, per offrirsi giocosamente al pubblico che ne ha varcato le porte, quasi avesse dischiuso le ante di un enorme, coloratissimo cabinet, vera e propria wunderkammer della sua creatività.

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Nathalie Du Pasquier, alcuni scorci dell’allestimento della mostra Campo di Marte, al MACRO.