Teju Cole: Punto d’ombra

La prima fotografia è stata scattata a Rivoli, NY, nel maggio del 2015. Raffigura una casa. S’intravede dietro una siepe, cui stanno spuntando le foglie: verde incipiente. L’edificio non è inquadrato a pieno, poiché la parte superiore resta tagliata fuori dal riquadro, mentre si scorge in primo piano l’ombra di un albero che si staglia su uno stradello. L’albero non c’è. In effetti, anche la siepe non è proprio una siepe, bensì una sorta d’ombra, verdolina. Due ombre che si proiettano in modo differente, una verso l’alto, l’altra verso il basso. Il testo che accompagna l’istantanea parla della primavera, quando non solo crescono le foglie ma s’allungano anche le ombre. Stabilisce un parallelo tra questa stagione in America e quella in Giappone; e si conclude citando un brano di Sans Soleil (il film di Chris Marker), che parla di una donna morta e del suicidio dell’uomo che l’amava, in Giappone.

 

Così comincia il libro di Teju Cole, Punto d’ombra (tr. it. di Gioia Guerzoni, Contrasto, pp.232, € 22), scrittore quarantenne d’origine nigeriana, che vive negli Stati Uniti e scrive in inglese. Sono 98 fotografie scattate da Cole e accompagnate ciascuna da un brano. Tra la parte scritta e la parte visiva non c’è una perfetta aderenza. Non solo parlano due lingue diverse, ma il testo scritto spesso si riferisce solo tangenzialmente all’istantanea lì a fianco. A prima vista, leggendo anche solo un paio di testi, e guardando le immagini corrispondenti, si è portati a pensare che la scrittura sia l’ombra della fotografia, perché probabilmente prima viene l’istantanea, poi le parole. Come se l’immagine proiettasse il proprio profilo sul piano dove si trovano le frasi. Ma probabilmente non è così. Forse è vero il contrario: sono le parole che gettano la propria ombra sulle immagini. Decisamente Cole è prima di tutto uno scrittore: pensa le parole, anche quando scatta, e soprattutto quando guarda le immagini. Nella relazione tra le due cose l’immagine è il dopo, anche se è prima. Prima ci sono i pensieri, che le immagini suggeriscono, pensieri che vagano qui e là, e a tratti passano attraverso le fotografie, le rivedono. Cole fotografa in modo spontaneo, quasi casuale. Sono fotografie di pensieri, scatti momentanei: colti al volo.

 

 

 

Del resto, non potrebbe che essere così. La fotografia, per sua definizione, estrae dal mondo qualcosa, lo fissa e l’eternizza; sebbene nessuna delle fotografie di questo libro nasca per essere un istante eterno, bensì proprio solo un istante, un lampo, un momento, un attimo. Così sono anche i testi che si trovano sulla pagina a sinistra, e fronteggiano gli scatti: sono pensieri improvvisi e provvisori, eppure duraturi. Il punto d’ombra cui allude il titolo è esattamente lo spazio che esiste tra un pensiero e l’altro, tra uno scatto e l’altro, tra la parola e l’immagine. Non c’è parentela stretta tra scrivere e fotografare. Entrambe cercano di cogliere “qualcosa” della realtà, e lo fanno con linguaggi incomparabilmente diversi. A volte persino divergenti. Cole, che scrive e fa il fotografo, articola la sua doppia lingua con uno stile che tende al lirico, al poetico. Sono tocchi leggeri, istanti vissuti, momenti travasati nelle pagine con un’attenzione spasmodica al dettaglio. Niente cade a caso. Tra le immagini più belle ci sono due pozzanghere a Tivoli, nel marzo del 2015.

 

Ricordano certe pagine di Nabokov (non c’è un solo libro dello scrittore russo-americano in cui non ci sia almeno una pozzanghera in cui si specchia qualcosa). Qui nelle due pozzanghere c’è l’ombra verde di un albero. Un altro punto d’ombra del libro, che ne contiene visivamente diversi. Un mattino del 2011 Teju Cole si è trovato cieco da un occhio; soffriva di papilloflebite, ovvero di minuscole perforazioni della retina. Con un occhio solo buono non poteva cogliere la profondità dello spazio intorno a lui. Non riusciva più a camminare speditamente. Tutto da quel momento gli è sembrato diverso. Prima di tutto l’atto di fotografare. Questo diario che copre gli anni che vanno dal 2013 al 2015, in modo discontinuo e senza regole, è anche aprire gli occhi di nuovo sulla realtà, un cominciare a riguardare, ovvero a prendere cura del mondo intorno a sé. Curarsi e curare.

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