Olivo Barbieri, un sogno fatto a Mantova

31 Agosto 2022

A Carpi, la città dove è nato e dove vive Olivo Barbieri, c’è una delle più grandi piazze italiane. Sul suo lato orientale spicca il Castello dei Pio, signori di Carpi, con la Torre merlata medievale; sul lato opposto sorge il Portico Lungo di fattura rinascimentale, mentre in fondo, sul lato corto, appare il Duomo in stile Barocco; infine, sul lato opposto, appena discosto, si erge il Teatro Comunale neoclassico. Se è vero, come ha affermato Olivo Barbieri, che all’inizio della sua ricerca visiva ci sono le piazze di De Chirico a suggestionarlo, forse non si sbaglia a immaginare che questa piazza con i suoi stili eterocliti abbia alimentato le sue fantasie visive. Pur nella loro regolarità e singolarità questi edifici costituiscono infatti un insieme bizzarro e a loro modo stravagante, come se la vicenda urbanistica della città avesse voluto accumulare in una sorta di Lego storico esempi diversi dell’architettura del passato per consegnarla indenne al futuro. 

Forse per tutto questo lo sguardo di Olivo Barbieri si è rivolto al non-visto, al non-guardato, a ciò che lo circondava e a cui nessuno prestava troppa attenzione: una fila d’automobili parcheggiate a spina di pesce (Grenoble, 1980), dei legni colorati poggiati per terra davanti a una siepe verde (Grado, 1980), una casa abbandonata con le tapparelle abbassate (Provincia di Ferrara, 1981). La scoperta del quotidiano era il mood dell’epoca in cui il fotografo carpigiano ha iniziato a guardare dentro il proprio obiettivo: niente di antico sotto il sole.

Il nuovo appariva come l’immagine dell’oggi, e dell’altro ieri, una somma misteriosa di temporalità fissate per sempre e al tempo stesso fuori dal tempo. Commentando quelle prime immagini esposte non molto tempo fa nel Monastero di Astino, Corrado Benigni ha scritto che si tratta di frammenti di tempo che durano – come i monumenti di quella piazza di Carpi: Piazza dei Martiri è il suo toponimo, dedicata ai cittadini uccisi dai fascisti nel 1944 per rappresaglia. Poi a poco a poco questa immagine della realtà non-guardata si è trasformata in qualcosa di diverso: è diventata a tutti gli effetti una visione.

Per arrivare a vederla Olivo Barbieri ha dovuto entrare nel buio della notte, che nella piazza di Carpi e nelle sue vie laterali non è mai nera o scura, bensì illuminata, almeno fino a poco tempo fa, da lampade ai vapori di sodio: luci giallastre e aranciate, che mostrano il mondo come se fosse un esperimento a occhi chiusi. Tutto è riconoscibile, ma tutto appare nel contempo misterioso nel semibuio della notte. Il buio non è più da oltre un secolo e mezzo ciò che domina la nostra esperienza delle tenebre, zona franca dove un tempo si appostavano gli invisibili del giorno, spazio inattingibile del tenebroso. La notte nella piazza dei Martiri era resa luminosa da lampioni che lasciavano cadere a terra ombre colorate di tinte inesistenti nel corso del giorno. Forse la prima volta che ha visto in modo consapevole quelle forme fosforescenti è stato nei suoi percorsi notturni tra strade, bivi, trivi, rovine, depositi di oggetti. 

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Senza dubbio è nel deposito dei vecchi flipper, ritratti in modo immediato e istintivo, eppure anche meditato, tra il 1977 e il 1978, che Olivo Barbieri ha avuto una rivelazione. Erano disegni che diventavano baluginamenti, apparizioni, segnali indecifrabili, oltre che frammenti rotti di vetro, a dare al tutto il senso di un altro colore. La luce era imprigionata nella materia ritratta, e per vederla bisognava chiudere gli occhi, estrarla da quelle formelle, quasi tessere di mosaico, dove il colore appare in superficie da vicino e come sospeso nell’aria di lontano.

Le cosmogonie dei Flippers appartenevano a una composizione fatata, illustravano sogni fluidi come le palline che correvano sui piani inclinati guidati dai pulsanti e orientate dalle spinte dei movimenti pelvici. Le sferette metalliche dei flipper erano loro stesse luci che accendevano radiazioni sul piano verticale con rumori e suoni. La fluidità delle immagini, cui si è dedicato a partire da un certo punto in poi Olivo Barbieri, appartiene a una realtà interiore che l’artista proietta all’esterno: la fa apparire. Anche il “focus selettivo”, tilt-shift, contiene una traccia di quei flipper; la prima parte della parola composta, tilt, indica l’arresto del circuito elettrico che decreta la fine istantanea della partita a causa dell’eccessivo scotimento. 

Il gioco di Olivo Barbieri è senza dubbio un gioco individuale: soggettivo. Corrisponde al gesto del bambino che chiude gli occhi e li riapre di colpo e vede una realtà radicalmente diversa da prima. Ci sono perciò nella sua fotografia – meglio: nelle sue immagini, come lui stesso ha specificato – due visioni. Una della realtà, così come appare a occhi aperti, e una che si vede dopo averli chiusi e riaperti di colpo. Giustamente nelle sue interviste Olivo Barbieri insiste sull’aspetto soggettivo della fotografia. Meglio: del soggetto che guarda. Le due immagini – quella reale e quella immaginaria, quella esteriore e quella interiore – a tratti si sovrappongono e a tratti si separano, come accade in questo lavoro mantovano: Il disegno dell’acqua (Peliti Associati, testi di Andrea Cortellessa e Laura Leonelli, Fondazione Banca Agricola Mantovana). 

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Mantova è stato uno dei luoghi in cui Olivo Barbieri si è aggirato alla ricerca del non-visto (case, campagne, monumenti, pitture, eccetera) negli anni dei suoi inizi – fine anni Settanta –, alla ricerca d’una esteriorità che apparteneva già alla sua interiorità, al suo modo di vedere, ovvero quel flusso temporale che scorre senza fretta nei suoi scatti degli anni Ottanta. Poi gli “esperimenti percettivi”, come li chiamano i critici, hanno prevalso su quanto vedeva e fissava nell’immagini che ne traeva. A quel punto non aveva più bisogno di chiudere gli occhi come un bambino, e aprirli di colpo sul reale per vederlo come nessuno l’aveva mai visto – come non pensare ai film di Federico Fellini dove la visione interiore diventa la forma stessa della realtà: illustrazione fatata e misteriosa del passato che è sempre lì, davanti a noi spettatori, futuro anteriore? 

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Il postmoderno Olivo Barbieri viaggia su elicotteri per cogliere dall’altro il mondo stesso (il Nuovo Mondo, cioè la Cina). Questa è una forma di possesso visivo che attinge il proprio potere da questa distanza, che poi immediatamente lui riduce grazie ai suoi obiettivi: strizza gli occhi e sfuoca l’intorno, così che non c’è più nessun centro nell’immagine, solo apparizioni fluttuanti. Non è l’instabile del reale, bensì il suo cangiante. Questa è la visione di Mantova: il disegno dell’acqua. Come giustamente scrive Andrea Cortellessa, il variabile è ciò che attrae, e fa l’esempio di Leonardo, ovvero di una mente inquieta che cercava nel fortuito e nell’iridescente la fonte stessa del reale.

Le immagini di Olivo Barbieri discendono da quella rivoluzione della sensibilità che abbiamo chiamato per convenzione “postmoderno”, per quanto sia la ripresa di motivi dell’immaginario tardo rinascimentale (Tommaso Campanella, Giordano Bruno) ripensati nel nuovo universo tecnologico. Olivo Barbieri ha immaginato Mantova, la stessa Mantova resa in forma doppia, come appare nelle fotografie del volume: i colori della cosiddetta realtà e insieme i blu grigi, i blu elettrici, i violetti, i fucsia, i verdi smeraldo. Il bambino che guarda ha visto il ponte di barche, poi ha socchiuso gli occhi e ha allucinato la realtà, la vera realtà che è quella dell’immaginazione, degli album illustrati dell’infanzia, dei disegni ottenuti con i pennarelli.

È il mondo flou, la realtà che abitiamo da decenni senza che ne rendiamo conto: video, schermi, videogames, computer tablet, smartphone. Il mondo che è stato avviato dalla rivoluzione psichedelica e dalla pittura di Andy Warhol. Per coglierlo non serve più il ricorso all’LSD, basta entrare nel mondo digitale che ha realizzato quella rivoluzione in modo leggero e inoffensivo. La chioma degli alberi sfuma così dall’azzurro al verde ed è un alone che macchia l’immagine con il suo tratto evanescente e sfuocato. Dipinge e ridipinge Mantova Olivo Barbieri, e la ritrova nei dettagli di Palazzo Te: luci colorate prima ancora che forme, un flou post-rinascimentale.

Dentro e fuori dai palazzi e dalle case, tra i monumenti del passato e quelli della Modernità, Olivo Barbieri allucina la realtà, ovvero la illumina, la abbaglia, la fa intravedere e la confonde, affinché la mente possa ritrovare i propri colori, il colore come forma che fluttua sulle cose e ne evidenzia la vera natura. La parola latina da cui proviene la parola “allucinare” è alucinari, che significa letteralmente “dormire in piedi”, ma anche “sognare”, “dire cose senza senso”. La ricerca del senso, di un senso non dato, non conforme, non assegnato, è lo scopo dell’arte di Olivo Barbieri, prima attratto dal vuoto e che ora fa il vuoto per vedere meglio, o per non vedere, perché l’immagine è l’unica vera realtà che lui vuole guardare. Ci mette in guardia riguardo all’atto di osservare, cioè di “serbare”, “custodire”, “considerare”. L’unico strumento che abbiamo a disposizione per vedere le immagini di Olivo Barbieri è l’occhio-mente, l’occhio come prolungamento del nostro cervello, sua estrema periferia che si è spinta sul bordo del nostro corpo, interfaccia tra quello che vediamo e quello che pensiamo. 

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Un pensiero fluttuante come quello che occorre per guardare l’ukiyo-e, il mondo ondeggiante, incerto, instabile, che oggi abitiamo in cui l’identità di ciascuno di noi è qualcosa d’indefinito, d’indeterminato, di vago, come i colori che appaiono in questi ritratti mantovani che possiamo riconoscere come immagini più reali del reale, simili a quelle che Olivo Barbieri ha scattato in volo su città e snodi autostradali, su cascate e campi di calcio, allargando quello che è piccolo e rimpicciolendo quello che è grande. Il simbolo più pregnante di questo album mantovano sono le ninfee che galleggiano sui due laghi: foglie e occhi vegetali rivolti verso il cielo, scudi difensivi e superfici accoglienti, prato disteso su cui poggiarsi sospesi sull’acqua, perfetto desiderio di tornare nell’acqua da cui proveniamo, ora che ne cade sempre meno, ora che si prosciugano le fonti e le fontane, si seccano i torrenti e i fiumi. Un sogno ipercolorato fatto a Mantova. 

Il volume di Olivo Barbieri, Il disegno dell’acqua, verrà presentato venerdì 2 settembre al Teatro Bibiena via Accademia, 47 Mantova. Dialogheranno con l’autore Alberto Arrigo Gianolio, Laura Leonelli e Andrea Cortellessa. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria alla pagina dedicata del sito fondazionebam.it oppure sulla piattaforma eventbrite.com.

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