Nel Regno del Kitsch

Una grande giostra da Luna Park composta di tazzine color rosso scuro su cui ci si può sedere a coppie e al centro una caffettiera azzurra; tutto intorno, dentro ampie feritoie bianche, sono esposti piccoli oggetti: occhiali, statuine di gesso, Torre di Pisa e Torre Eiffel, orologio a cucù, automobiline americane, segnatempo a forma di corallo, equini di porcellana, portafoto arabescati, composizioni di conchiglie, palle di vetro, candele, scarpe, cappelli, portalampade femminili, e altro ancora. Siamo nel Regno del Kitsch, all’interno della Triennale, nelle sale di una mostra, Kitsch. Oggi il kitsch, e il sovrano di questo impero del “cattivo gusto” è un signore centenario, Gillo Dorfles, laureato in medicina nei primi decenni del XX secolo, con specializzazione in psichiatria.

 

Quarantaquattro anni fa, nel novembre del 1968, nel bel mezzo della contestazione studentesca, il critico d’arte mandava in libreria un volume diventato ben presto cult, Il Kitsch, antologia del cattivo gusto, edito da Mazzotta, dove insieme ai contributi di studiosi come Herman Broch e Clement Greenberg, che del Kitsch avevano scritto negli anni Trenta, metteva a fuoco gli aspetti polimorfi di questa ondata che nei decenni seguenti avrebbe sommerso ogni aspetto dell’arte e della cultura di massa.

 

Che cosa è esattamente il Kitsch? Dorfles spiegava che la traduzione tedesca, per altro approssimativa, è appunto “cattivo gusto”; un’enciclopedia germanica, poi, lo definiva: “operazione apparentemente artistica che surroga una mancante forza creativa attraverso sollecitazioni della fantasia per particolari contenuti (erotici, politici, religiosi, sentimentali)”. Umberto Eco ne aveva già scritto in un capitolo di Apocalittici e integrati nel 1964, ma è senza dubbio Dorfles che ne ha fatto un tema preponderante, e il libro venne tradotto in varie lingue.

 

 

La mostra alla Triennale è un omaggio a questo Grande Vecchio; dal punto di vista visivo, o teorico, non aggiunge molto a quello che già si sapeva, tuttavia il catalogo contiene un’interessante conversazione di Dorfles con uno dei curatori, Aldo Colonetti, e alcuni acuti saggi di messa a punto. La questione che si pone è: se oggi, a decenni di distanza, il Kitsch è dappertutto, e il midcult, come lo chiamava, parlando di letteratura, Dwight Macdonald, appare trionfante, dal romanzo al turismo, dall’arte alla pornografia, dall’oggettistica all’architettura, cosa è davvero Kitsch e cosa no? Lo spiega bene Fulvio Carmagnola, studioso di estetica, con l’esempio dei nanetti. Ci sono i nanetti in gesso nei giardini delle case geometrili, il Kitsch di cui parlava Dorfles; poi ci sono i nanetti di seconda generazione, postmoderni, naturalmente, di Philippe Starck, da mettere in salotto, che invece sono il nuovo “buon gusto”, che si fonda sulla contraffazione, rovesciando però la contrapposizione vero/falso, autentico/contraffatto. Ma c’è un’ulteriore possibilità, la terza via del nuovo “autentico”: ritrovare i veri nanetti in gesso ed esporli in salotto al posto degli sgabelli di Starck.

 

 

Con questo gioco di risignificazione delle cose, Carmagnola vuole indicarci il cambiamento avvenuto. Il Kitsch contemporaneo, scrive, non risiede più nelle Torri di Pisa in gesso o nelle statuine di Padre Pio, ma nel predominio dello show. Tutto è spettacolo e il Kitsch è migrato dall’oggetto contraffatto, ripetuto, seriale, alle suonerie del telefono cellulare o alle stesse application dell’iPhone o dell’iPad. Dal materiale all’immateriale, attraverso l’aspetto performativo: tutto è performance. Con una formula icastica Carmagnola parla di passaggio dalla “contraffazione” alla “coazione”, per cui i grandi sistemi mediali costringono i fruitori contemporanei nella camicia di forza dell’Arte: tutto è estetico e tutto è contemporaneamente Kitsch.

 

A dominare negli ultimi vent’anni è il godimento, quella categoria che Kant aveva escluso dal piacere estetico, ma che è diventata la forma pervasiva di addiction. Non è più “cosa” desiderare, la Torre Eiffel che uno si porta a casa, o l’occhiale a forma di Statua della Libertà, ma “come” desiderare. Meglio: “come godere”; è l’obbligo contemporaneo a godere, su cui insiste il filosofo sloveno Slavoj Žižek. L’oggetto in senso materiale non è più il centro del Kitsch attuale. Nell’epoca dei social network entrano nell’area del “cattivo gusto” tutta una serie di performance sentimentali come la sincerità e l’autenticità. La contraffazione si trasforma, come ha visto Carmagnola, in coazione. L’imperativo sociale è diventato senza dubbio dominate, il sentimento si è trasformato in “sentimentalità” – il sentimento di secondo grado – e il campo estetico immateriale è divenuto per forza di cose uno dei cardini dell’intero sistema produttivo. Siamo tutti Kitsch e non se ne esce più?

 

 

Se nel 1933 Hermann Broch, ebreo sfuggito al nazismo, spiegava agli studenti di Yale che l’essenza del Kitsch consiste nello scambio della categoria etica con quella estetica, oggi c’è ancora modo di rovesciare la relazione tra le due, rimettendo l’etico al posto dell’estetico? Carmagnola, seguace contemporaneo del dott. Dorfles, propone come “etica dell’estetica” la formula: non sei obbligato a con-sentire. Come a dire che non siamo obbligati a “sentire insieme” e soprattutto non a seguire il “consenso” generale. Ce la faremo?

 

 

Articolo pubblicato su La Stampa.

 

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