Breve vita di Primo Levi scrittore e della sua alterna fortuna

Aspettando il Salone Internazionale del Libro di Torino, la lectio di Marco Belpoliti Il poliedro Primo Levi, con i disegni live di Pietro Scarnera, lunedì 15, ore 18 (nell’ambito di Torino che Legge) all’Aula Magna della Cavallerizza Reale, patrocinata dall’Università di Torino. In occasione del centenario della nascita di Primo Levi, l’autore di Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda) e curatore della nuova edizione delle Opere complete (Einaudi) ripercorre la vita e le opere dello scrittore torinese, testimone per eccellenza dello sterminio ebraico e poliedro dalle tante facce: da quella di narratore a quelle di poeta, traduttore, chimico, artista, antropologo, linguista, etologo.

 

La prima parola che apre Se questo è un uomo è “fortuna” e con la fortuna Primo Levi ha avuto un rapporto davvero altalenante. Nasce a Torino sotto una buona stella in una famiglia borghese di cultura e religione ebrea. Quel 1919 è l’anno della “spagnola” la febbre che miete vittime subito dopo la fine del conflitto mondiale, ma Primo sopravvive. Lo chiamano così, Primo, perché è il primogenito di Ester Luzzatti e Cesare Levi, avrà una sorella, Anna Maria. Gracile di costituzione è spesso malato, così che lo istruiscono a casa con insegnanti privati, ma supera gli esami nelle scuole pubbliche vicino a casa. Poi si iscrive al Liceo Massimo D’Azeglio. Ci arriva dopo che il fascismo ha epurato il corpo docente composto di fieri antifascisti. Primo è il primo in classe: curioso, intelligente, sperimentatore, anche se sempre piccolo di costituzione, aspetto che poi sarà decisivo nel momento dell’internamento nel Lager. Intanto comincia a scalare montagne. Ha un amico, di cui parlerà nelle sue pagine molti anni dopo, Sandro Delmastro, che sarà tra i primi caduti della guerra partigiana. Diventa chimico, ma prima di laurearsi scopre di essere ebreo. La famiglia Levi non è professante; va in sinagoga, però il padre, Cesare, ingegnere, ama mangiare il prosciutto: è agnostico. Le leggi razziali del 1938 lo spingono a frequentare il gruppo di giovani ebrei che si raduna nella sinagoga di Torino. Lì diventa antifascista. La chimica è una gran scuola per lui; lo segnerà per sempre, perché, per quanto già attratto alla letteratura, scrive poesie e immagina romanzi e racconti; la chimica modella la sua forma mentis. Laureato per il rotto della cuffia – era già iscritto alla università quando vengono promulgate le leggi razziste e può proseguire gli studi – comincia a lavorare. Racconterà anche questo anni dopo in Il sistema periodico (1975); intanto si trasferisce a Milano. Dopo l’8 settembre arrestato Mussolini e cambiata l’alleanza con i Tedeschi, ora nemici, Primo va in montagna. Appartiene al primo gruppo di resistenti: pochi, mal equipaggiati, partigiani schiappini – il temine è suo. In una retata della Milizia fascista viene catturato. Piuttosto che dichiararsi partigiano, si dichiara ebreo.

 

Lo portano a Fossoli, nel capo di concentramento per ebrei, e di lì il 22 febbraio 1944 a Auschwitz. La fortuna non sembra assisterlo. Tuttavia Primo non lo sa: sta infatti per ricevere un dono, dono avvelenato, eppure decisivo per la sua futura attività di scrittore. Destinato allo sterminio, si salva. Prima di tutto è chimico e lì vicino, nel Lager di Monowitz c’è una fabbrica di gomma sintetica dei tedeschi, Buna: lavorerà lì, gli ultimi mesi della prigionia al caldo. Poi è magro, piccolo, vive con poco. Lo soccorre un muratore, un piemontese come lui, Lorenzo. Inoltre è allenato alla fatica: ecco la montagna. Quindi, colpo di fortuna, s’ammala di scarlattina e non viene trascinato via dai tedeschi in fuga. Il 27 gennaio 1945 arrivano i russi. Lo portano in giro, da un campo all’altro, con i sopravissuti e gli sbandati. Sarà lì, tra Polonia e Russia Bianca fino all’ottobre del 1945. Anche questo è un piccolo capitale da spendere successivamente: diventerà la storia della Tregua, libro uscito nel 1963. Torna a Torino in ottobre. Adesso sa cosa scrivere. Il dono sembra funzionare. In modo frenetico redige il suo primo libro. Pensa di fare lo scrittore a tempo pieno. Nel 1946 la prima stesura di Se questo è un uomo è terminata. Cerca un editore. Prova con Edizioni di Comunità – non si chiama ancora così – poi con Mondadori, e anche con Einaudi. Lì lo rifiutano Cesare Pavere e Natalia Ginzburg. Non è ancora ora di parlare dello sterminio, gli dicono. In realtà ha scritto un classico, con una lingua da liceo, intrisa di Dante, Manzoni e Leopardi, mentre i due redattori Einaudi cercano libri neorealisti. Anche Calvino con il suo Sentiero dei nidi di ragno rischia la bocciatura, lo salava Giulio Einaudi.

 

 

Levi lo pubblica Franco Antonicelli alla De Silva editore di Torino. Sono 2500 copie stampate. Se ne vendono solo 1000-1500. La fortuna non lo assiste. Farà il chimico. Si sposa con Lucia Morpurgo nel 1947. Ma non abbandona l’attività letteraria. Scrive sempre, appena può: poesie, racconti, testimonianze. Non passa mese che non si sia messo al tavolo e abbia scritto. La passione letteraria l’ha preso, anche se per il mondo è un dilettante. Resterà confinato a Torino, alla Siva fabbrica di vernici; ci starà trent’anni.  Sarà la sua scuola di metodo e di pensieri. Scrive in uno stile poco consono ai tempi di rinnovato realismo e neorealismo; è uno scrittore fantastico, a tratti ottocentesco, un autore imprevedibile e imprevisto, lui che ha vissuto in pieno la tragedia massima del Novecento. Poi nel 1956 qualcosa accade. L’hanno recensito in diversi nel 1947, in particolare il suo quasi coetaneo, Italo Calvino, e in Einaudi qualcuno ripensa al suo libro. Ha due sostenitori: Paolo Boringhieri e Luciano Foà, oltre a Calvino; il primo fonderà la Bollati, casa editrice di cultura scientifica, è valdese; il secondo, ebreo come lui, darà vita all’Adelphi. Lo ripropongono. Rischia una seconda bocciatura, ma infine passa: la Fortuna l’assiste. Nel 1958 esce Se questo è un uomo. L’ha emendato e fatto aggiunte per quasi 30 pagine: è lo stesso libro ma non è lo stesso libro. Ora è tutto più raccontato, più narrativo. Primo Levi sa di essere uno scrittore, ma in pochi lo riconoscono. Il libro comincia a diffondersi, lentamente circola. Sarà l’edizione scolastica a farlo leggere a tutti gli studenti italiani. Diventa lo scrittore antifascista per eccellenza solo negli anni Settanta. Intanto ha scritto La tregua. Lo pubblicano da Einaudi, d’ora in poi il suo editore, in una collana di narrativa. Calvino lo sostiene. Va allo Strega, vince la Ginzburg, ma poi Levi vince il Campiello.

 

Diventa uno scrittore, almeno così sembra. Però la strada è ancora in salita. Il suo primo libro di racconti, Storie naturali (1966), racconti fantabiologici dirà Calvino, esce con uno pseudonimo: per tutti è lo scrittore dei campi di sterminio e di prigionia. Il libro ottiene un premio, il Bagutta, eppure è criticato. Non è capito: la sua narrativa è strana, anomala, non è nell’alveo principale della letteratura del periodo. Tra naturalisti e realisti, da un lato, e neoavanguardia e sperimentali, dall’altro, Levi appare uno scrittore inclassificabile, irregolare. Non verrà considerato davvero scrittore fino al 1982: è il testimone per eccellenza, ed è estraneo alla società letteraria. Si avvicina il tempo della pensione, che gli darà il tempo che non ha mai avuto. Lascia la Siva, di cui ora è direttore generale, oltre che inventore di varie vernici di successo, e pubblica Il sistema periodico. Sarà la consacrazione, di pubblico e anche di critica. Nessuno dei grandi recensori e critici però lo stima davvero fino in fondo. Nel 1978 esce La chiave a stella. Vince lo Strega. Diventa lo scrittore della lode del lavoro. Ha cominciato anche a scrivere su La Stampa, la sua popolarità cresce. Tuttavia per i più è ancora il testimone, ruolo che ha assunto con convinzione, ma che oscura la sua natura di scrittore. Da quell’anno al 1986 scriverà e pubblicherà diversi libri, tra racconti, saggi e persino un romanzo, Se non ora, quando?

 

 

La fortuna lo sostiene: vince per la seconda volta il Premio Campiello con questo libro nel 1982. Diventare uno scrittore è stato per lui una grande fatica. Viene tradotto all’estero, prima i libri di testimonianza, poi i racconti e la poesia, che a Einaudi non è piaciuta: Ad ora incerta sua raccolta di poesie è l’unico libro pubblicato da un altro editore, Garzanti. Soffre da tempo, almeno dagli anni Settanta, se non da prima, di depressione. Arriva il riconoscimento internazionale. Lo viene a trovare nel 1984 Philip Roth: lo intervista per un giornale americano. Non sta bene, fatica, ma non smette di scrivere. Il suo capolavoro intellettuale è I sommersi e i salvati (1986). Uno dei libri fondamentali del XX secolo, un libro in cui rivisita il tema del Lager quarant’anni dopo: affronta il tema del rapporto che gli uomini e le donne intrattengono con il potere. Un’opera fondamentale. La depressione però lo cattura. Nell’aprile del 1987 si getta nella tromba delle scale della sua casa torinese dove è nato e sempre vissuto. Muore così il più importante scrittore italiano, rimasto sconosciuto, o almeno parzialmente conosciuto, ai più. La sua fama lentamente cresce, diventa quasi un’icona. Resta ancora oggi uno scrittore sorprendente, strano e semisconosciuto. La Fortuna l’ha sostenuto sin quando ha potuto. Contro il proprio destino non si può andare.

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