Christo: poesia ed economia

La foto l’ha scattata Ugo Mulas nel 1964. Ritrae Christo e Jeanne-Claude in una stanza dell’hotel Chelsea a New York. Lui è in primo piano, occhialuto, seduto sul bordo del letto, somiglia a uno dei Beatles, la mano destra sotto il mento nella caratteristica posa meditativa e melanconica dell’artista: orologio, cravatta e un paio di lucide scarpe a punta. Lei è invece arretrata, sdraiata sul letto: le gambe in primo piano inguainate in calze pop a motivo floreale, il viso bellissimo da adolescente morbosa. Sono arrivati da poco a New York e sembrano già parte dell’arredo della metropoli, perfettamente integrati nell’atmosfera dell’epoca, contro ogni infausta previsione di lei che durante la corsa nel taxi s’era accorta di non riuscire a capire una sola parola del guidatore nonostante i soggiorni a Londra e le lezioni private, come si usa nella buona borghesia parigina da cui Jeanne-Claude proviene. Hanno ventinove anni, sono nati nel medesimo giorno, mese e anno, hanno un figlio di quattro anni, nato quasi in clandestinità dopo il matrimonio e la repentina separazione dal marito di lei; sono amanti da almeno sei anni, da quando il profugo bulgaro, fuggito al di qua della cortina di ferro è arrivato a Parigi e ha iniziato la sua attività di ritrattista, e subito dopo l’attività d’artista d’avanguardia, dipingendo barattoli, avvolgendoli nella tele, coprendoli di vernice, e chiudendo con un muro di bidoni di petrolio una stretta via della capitale francese.

 

Quarantun anni dopo ecco un’altra foto, opera del fotografo ufficiale della coppia, Wolfgang Volz: a destra, Christo, occhiali da intellettuale, capelli bianchi vestito con una giacca a vento verde militare sorride e guarda verso l’obiettivo; a sinistra lei, Jeanne-Claude, chioma rossa, occhi verdi, labbra rosse, sorride e indossa la medesima giacca; e dietro di entrambi la macchia arancione di uno degli stendardi stesi nel 2005 a Central Park, progetto che si è realizzato dopo ventisei anni d’attesa nella città che è diventata da trent’anni loro residenza ufficiale. Sono una coppia che ora firma, priva del cognome di entrambi (Javacheff, lui; Denat de Guillebon, lei), le loro opere come se si trattasse di una ditta commerciale: XTO e J-C. Sino all’inizio degli anni Novanta Christo era l’artista e lei, la bellissima e pugnace J-C, la moglie, oltre che la manager e l’organizzatrice delle mostre e delle gigantesche installazioni: da musa dei primi anni a reggitrice del lavoro, a partire dall’installazione di Spoleto del 1968 realizzata su indicazioni di XTO, in sua assenza, dato che nel frattempo lui era andato avanti, a Kassel, per cercare di portare a termine l’opera che ha trasformato il giovane artista bulgaro, semi incluso nel movimento del Nouveau Réalisme  di Pierre Restany, da artista quasi sconosciuto a star dell’arte internazionale, uno dei pochi artisti universalmente noti del secondo Novecento, se non proprio per nome, almeno in modo metonimico per l’opera – impacchettare edifici e luoghi – dall’uomo comune, dall’uomo della strada. Dai primi impacchettamenti e dalle pitture degli inizi sino all’opera in fieri, Over the River, sul fiume Arkansas in Colorado, ancora da realizzate in uno degli anni a venire.

 

Christo ha prodotto, oltre alle opere pubblicate su tutti i giornali del mondo nel giorno in cui è stata annunciata la sua morte a quasi 85 anni, i disegni dei progetti, le grandi tavole illustrate, a metà tra il disegno tecnico e il collage avanguardista, opere grafiche e insieme pittoriche, strumenti di lavoro, ma anche affascinanti illustrazioni dei luoghi dove inserire teloni penzolanti, plastiche galleggianti, cordami e cavi sospesi, un tipo di scrittura e di pittura che mostra la sua appartenenza di esecutore di tavole alla tradizione classicista, e persino al realismo socialista, da cui proviene, avendo frequentato con ottimi risultati l’Accademia di Belle Arti a Sofia prima della sua fuga dentro un carro merci diretto all’Ovest nel ’56. Burt Cherstow ha raccontato con dovizia di dettagli gli inizi dell’artista e la vita parallela della futura moglie in un libro biografico, XTO+J-C (Skira), pubblicato molti anni fa con lo scopo non troppo recondito di dimostrare il nesso inscindibile della coppia, sancito dalla doppia firma delle ultime imponenti opere, comprese quelle allestite dopo la morte di lei nel 2009, come la spettacolare The Floating Piers del 2016 sul Lago d’Iseo, dove il pubblico non doveva solo guardare ciò che era nascosto sotto i teli, ma calpestare il telo-piattaforma partecipando all’evento come protagonista.

 

Christo and Jeanne-Claude at the Chelsea Hotel, 1964, Ugo Mulas.


In una delle prefazioni al catalogo di una mostra dei disegni e delle tavole realizzata a Lugano alcuni anni fa, uno dei presentatori spiegava come l’incontro tra XTO e J-C fosse un perfetto esempio di matrimonio tra comunismo e capitalismo, unione di un’arte che fa della critica del consumo e del packaging una delle sue chiavi di lettura (l’arte come confezione in un mondo dominato da confezioni e scatole) e insieme del marketing, uno degli strumenti per realizzare opere d’arte, farle vivere in modo effimero, ma sostanzioso, creando una catena virtuosa di autofinanziamento. Christo non è, come è stato a lungo sostenuto, un artista dell’utopia, bensì il primo artista che è ricorso al prestito bancario e al fido come strumento di lavoro. La notizia della realizzazione a Miami delle Surrounded Islands, il polipropilene fucsia che circonda le undici isolette, spettacolare ed emozionante installazione galleggiante, fu data dal New York Times nel 1983, in ragione non tanto dell’evento estetico ma per il prestito concesso dalla Citibank di 3 milioni di dollari, evento che poneva allora la ditta XTO e J-C al terzo posto nel mondo dopo la Exxon e la Philip Morris come istituzioni private promotrici di cultura.

 

È questa fusione di economia e arte a colpire, oltre alla indubbia bellezza dei progetti: l’estetica e il denaro, la fruizione democratica e la macchina organizzativa che le produce. Christo appare simile più a un artista rinascimentale, che realizza grandi opere pubbliche per il beneficio estetico del popolo, che non un artista dell’avanguardia che sfida l’arte con la trasgressione, per quanto più di un critico e studioso lo abbia incluso in una galleria di “vite d’avanguardia”. Al posto dei principi e dei mecenati ci sono ora le banche e i grandi collezionisti, l’avamposto anonimo dell’economia capitalista nell’epoca della “moltitudine”. In fondo, Christo, allevato nel comunismo reale – la sua prima pratica di land art è stata l’allestimento dei covoni e degli attrezzi contadini lungo la strada ferrata percorsa dall’Orient Express – è un artista sociale, sociologo e politico ad un tempo, che realizza il sogno di un’arte di massa senza con questo rinunciare ai metodi elitari e antidemocratici dell’arte stessa. Avanguardista a metà, con l’inclinazione al classico, visto che la ditta Christo e Jeanne-Claude realizza le proprie opere – da 5,600 Cubicmeter Package di Documenta 4 di Kassel nel 1968, che trasforma il povero apolide in un nome noto del jet set artistico, a The Gates in Central Park, evento mediatico del 2005 – mediante l’autofinanziamento vendendo progetti, tavole, disegni, serigrafie, pitture a gallerie e collezionisti di tutto il mondo, che amano le seducenti e ammiccanti tavole poveriste, eleganti collage d’avanguardia resi quasi inoffensivi e trasformati in opere per l’esposizione in salotto.

 

Tutto questo non è affatto negativo, anzi. Come aveva intuito Harald Szeemann, il geniale curatore, loro sostenitore nel primo impacchettamento di un grande edificio, la Kunsthalle di Berna nel 1968, le opere della coppia attivano discorsi intorno all’arte contemporanea in persone assolutamente estranee alla medesima; fanno discutere, litigare, assentire e dissentire, e non lasciano indifferenti. Per convincere l’allora capo dei vigili del fuoco di Berna a dare una mano per impacchettare il museo usando i pezzi del primo lavoro fallito a Kassel (trasportati in treno da Christo), Szeemann gli chiede se conosce il museo. Alla sua risposta affermativa, gli propone di descriverlo. Mentre sta ancora pensandoci, interviene: “Vede è questa la ragione per cui l’impacchettiamo. Può star certo che, quando si sarà tolto l’imballaggio, la Kunsthalle si farà un regalo: tutti guarderanno l’edificio con maggiore attenzione”. Così lo convince. Al Museo di Lugano in una piccola ma emblematica mostra di anni fa c’era un ottimo video in cui veniva ricostruita l’attività artistica della Ditta. Le parti più emozionanti, oltre quelle dedicate alla realizzazione delle opere più famose, cui partecipano centinaia di persone, sono proprio le discussioni con la gente, le assemblee, gli incontri, le dichiarazioni di oppositori e sostenitori.

 

L’arte scende in strada, realizzando un sogno delle avanguardie. Non è un’arte rivoluzionaria, sovvertitrice, immaginata da Dada e Surrealismo; è solo un’arte democratica. È l’unica arte, salvo qualche solitaria utopia, oggi possibile? Nel mondo dominato da marketing e pubblicità, in cui i Business plan e gli Startup appaiono essenziali anche per la definizione dei progetti artistici, XTO e J-C sono stati senza dubbio dei precursori. Nel 1970 nasce per iniziativa di J-C la loro prima Corporation, la Valley Curtain Corporation, al fine di realizzare il progetto nel Colorado, il grande telo arancione che chiude la valle, uno dei loro più belli, opera che riprende le intuizioni degli Store Front, le vetrine oscurate dei negozi (1965), non a caso sue prime opere americane: dal negozio all’ipermercato e dall’ipermercato al parco a tema. Un’arte ancora da realizzare, ma già realizzata come ogni grande idea del marketing. Warhol ha aperto la strada, ma lui era solo, almeno in partenza, un vetrinista, e alla vetrina è rimasto legato anche dopo, quando i suoi disegni e i suoi quadri sono diventati enormi per essere esposti nei musei di tutto il mondo. Christo ha pensato più in grande, ha trasformato i musei in opere. Le ha circoscritte e al tempo stesso rivelate. L’arte diventa sempre più grande per tenere testa a un mondo sempre più globale, immenso e smisurato? Sarà così anche ora dopo il Covid-19? Intanto la poesia e l’economia alla fine si sono sposate. XTO + J-C = ?

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