Scarabocchi

Lo scarabocchio è una macchia d'inchiostro fatta scrivendo, una parola mal scritta, quasi illeggibile, tanto da sembrare uno schizzo. Secondo gli studiosi di etimologia, la parola ha origine incerta; per alcuni verrebbe da "scarabotto", scarafaggio, mentre per altri nasce dalla fusione di due parole francesi: escharbot, scarafaggio, e escargot, chiocciola; e per spiegarlo si richiama la macchia d'inchiostro simile all'impronta di uno scarafaggio. Anche la parola sgorbio, che indica una macchia d'inchiostro fatta per disattenzione, per imperizia o per caso, trae la propria origine da una parola greca che si riferisce a un animale, skórpios, lo scorpione, sempre per somiglianza. Se possedessimo una scienza degli errori grafici, degli sbagli di scrittura – che per comodità potremmo chiamare Errografia – quasi certamente dovrebbe occuparsi delle analogie tra sgorbi, schizzi, sfregi, baffi e profili di animali.

 

Inoltre, potrebbe utilmente studiare i rapporti che esistono tra mondo animale e mondo infantile e tra animali e personaggi letterari sulla base della scrittura. Pierre Menard, il riscrittore del Don Chisciotte, a detta di Borges, possiede una marcata scrittura da insetto con propri peculiari simboli tipografici, mediante i quali provvede a cancellare e a sgorbiare i suoi quaderni. Gli scarabocchi sono una tipica attività infantile, ma ai lettori di Melville e di Kafka non sfugge il misterioso rapporto tra infanzia, scrittura e animalità. L'Errografia dovrebbe anche occuparsi di quella categoria di scritturali da cui è uscito Bartleby, il dipendente dell'avvocato newyorkese di cui racconta Melville, perché è tra le loro fila che si nascondono i più geniali autori di scarabocchi. Tuttavia, come spesso capita, c'è chi l'ha già fatto.

Il libro s'intitola Piaceri di noia e raccoglie il lavoro di ricognizione dell'Archivio del Banco di Napoli di un impiegato, che è anche artista e paleografo, come si legge nel risvolto del volume. Giuseppe Zevola, così si chiama il paziente indagatore, nel 1984 è stato assegnato all'Archivio Storico che consta di 250 stanze zeppe di scartafacci e documenti e qui per sei anni ha sfogliato i libri contabili redatti dagli scrivani della banca, ha messo mano alle scritture apodissarie e patrimoniali, cioè alle fedi di credito, alle polizze, alle bancali, ai giornali copiapolizze, agli squarci, ai libri di introito ed esito, alle pandette, ai libri maggiori e ai libri di conclusioni, ai volumi di dispacci e di rappresentanze. Li ha passati uno per uno e ha scoperto che gli officiali ai banchi, in particolare i cosiddetti giornalisti, addetti al giornale copiapolizze, avevano riempito di scarabocchi le prime e le ultime pagine dei giornali. 

 

 

Questi copisti, del tutto simili al personaggio di Melville, assunto per copiare le scritture notarili dell'avvocato di Wall Street, hanno riempito quelle pagine di scritte, poesiole, frasi incomprensibili, ritornelli, anagrammi, ma soprattutto di disegnini, svolazzi, ghirigori, sgorbi, e anche di nodi e caricature. Lo hanno fatto, a detta di Zevola, per vincere la noia di quel lavoro di copiatura, per ingannare il tempo, per lasciare una traccia di sé, con tanto di firma e appello ai posteri. Mentre la mano destra – il principio di realtà – ricopiava colonne e colonne di numeri e scritture contabili, quella sinistra – il principio di piacere – si lasciava andare a laboriose quanto inconcludenti rigature, svolazzi, disegni, veri e propri graffiti su carta. Sono esercizi calligrafici, preghiere, decorazioni insensate, prove di penna degne di un Saul Steinberg che contravvengono all'ordine delle scritture ufficiali e affidano all'oblio dell'archivio i propri pensieri segreti, indecifrabili, inconsapevoli e inconsulti.

Sono scritture a metà strada tra il capriccio e la memoria, tra l'affermazione di sé e la constatazione dell'ineluttabile destino individuale. 

 

Il tema della morte è centrale negli scarabocchi, nei disegni e nelle poesiole scritte sui margini e negli spazi bianchi dei giornali copiapolizze, tanto da richiamare, per assonanza, un altro straordinario volumetto, quello delle prose testamentarie, Essendo capace di intendere e di volere, curato da Salvatore De Matteis, testimonianza di un uso della lingua non letteraria ma ugualmente elaborata, non documento  ma vera e propria scrittura, così come questi scarabocchi, accumulati da Zevola in un personalissimo inventario, sfuggono ai dilemmi arte-non arte, come spiega molto bene Ernst Gombrich nella sua introduzione, per aprirsi a un'idea dell'uso del segno calligrafico fuori dalle normative vigenti. È evidente che spesso la testimonianza sbocca nel patetico, il modulo disegnativo segue parametri già visti e le rime sono orecchiamenti di altri versi, eppure questi segni ci comunicano un differente uso della lingua e del disegno che non è quello normativo e catalogatore delle scritture e dei disegni "maggiori", quelli registrati dalle rispettive storie letterarie e artistiche.

 

Certo, siamo nella marginalità ma, come ha notato una volta André Chastel a proposito delle grottesche, la marginalità è anche il campo della permissività e questa è, a sua volta, fonte di novità che sfuggono ai canoni dominanti. Certo, ci vogliono occhi attenti per cogliere la presenza di uno spirito creativo in questo catalogo di scritture marginali di ignoti Bartleby napoletani, vissuti tra il Seicento e l'Ottocento, molte delle quali ricordano i disegni dei folli, i graffiti dei bambini, le scritte anonime nella metropolitana, ma anche i meravigliosi ghiribizzi di Saul Steinberg, le invenzioni fumettistiche di Rodolphe Töpffer e le "fantasie visuali" di Paul Klee. 

 

La catalogazione di Giuseppe Zevola è bizzarra come gli scarabocchi dei suoi copisti, ma fondamentalmente esatta. Egli ha infatti rubricato i segni e i disegni seguendo un criterio visivo di tipo tematico: gli scarabocchi, l'uomo, le lettere, i nodi di Salomone, i quadrati magici, le borse, le armi, la musica, le stelle, l'astronave, e altre ancora. Ne è risultato un libro da guardare, prima ancora che da leggere, da sfogliare senza l'assillo di una catalogazione dotta, un catalogo della "mano sinistra", così come mancine sono le scritte e i ghirigori degli amanuensi napoletani. Molti di loro si sono firmati – Gennaro Paparone, Francesco Pellegrino, Gennaro Leotti – molti hanno scritto delle oscenità, molti sono rimasti anonimi, nascondendosi dietro uno svolazzo o riempiendo il foglio di B maiuscole in corsivo, gonfie come palloni, una sull'altra, sino a formare un intrico di fili curvi e righe trasversali, sotto cui si legge: "tra mille libri, tra mille scritture/ tra mille libri, tra mille scritture". Per altri, invece, la scrittura a margine, l'atto trasgressivo della nota privata su un documento pubblico, si riassume in tre maiuscole ornate e nella frase: "Quanto più si scrive, tanto più si ac/quista per ordine regio per provista fatta/ Questo carattere si deve perfezionare", e un altro anonimo ha contato i suoi sospiri di copista: "Banco delle mie pene pagate sospiri 29639164569". 

Nella prefazione, Gombrich indica nella radicale rivoluzione estetica avvenuta in questo secolo la causa del nostro apprezzamento di questi "frutti della noia"; questa rivoluzione, che ci induce a rivalutare i disegni degli psicotici, l'arte dei bambini e quella dei profani, consiste "nell'identificare l'attività artistica con l'istinto creativo piuttosto che con l'abilità manuale". Secondo lo studioso inglese, il legame tra istinto creativo e raggiungimento della perfezione artistica è stato scoperto molto prima, da Vasari, per esempio; tuttavia sembra sorvolare sul fatto che questa "sensibilità" è figlia delle avanguardie artistiche e letterarie del '900 e non solo della "rivoluzione psicoanalitica". 

 

Gombrich interpreta lo scarabocchio come uno "spostamento di tensione", come un'attività sostitutiva. Scarabocchiare un foglietto durante una telefonata è, per esempio, una attività diversiva, che non occupa la mente, che sfugge alla concentrazione. Questo atto involontario sovverte i consigli virtuosi che ci invitano ad anteporre il dovere al piacere. Qui, a detta dello storico dell'arte, si separano l'artista e il dilettante: il primo "deve fare uno sforzo" per ottenere una forma, mentre il profano produce in modo occasionale e in modo distratto. Secondo questa logica, ispirata a una morale calvinista, il piacere diventa la discriminante che distingue la vera creazione dal dilettantismo: siamo tutti creativi, ma l'artista "lavora" anche, sino al punto da essere così bravo da nascondere la fatica del suo gesto, fatica che tuttavia un copista medievale, collega dei giornalisti napoletani, descriveva così: "Chi non sa scrivere non s'immagina neppure che lavoraccio è: due dita scrivono e tutte le altre membra soffrono!".

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