Scianna. Il ghetto di Venezia

Come poteva fotografare il Ghetto di Venezia l’autore di quel libro fondativo che è stato negli anni Sessanta Feste religiose in Sicilia? Ricorrendo alla forma teatrale. Questo libro di Ferdinando Scianna è costruito così. Va dal giorno alla notte, in un susseguirsi di scene e di spazi; anche là dove lo scatto comprende figure singole, c’è sempre il gran teatro del mondo. In questo caso va in scena il mondo ebraico sul palcoscenico del campiello veneziano, in quel luogo che è stato prigione, rifugio, casa e vita per la comunità ebraica lungo cinque secoli. Non si è preoccupato troppo della Storia Scianna, o almeno non l’ha eretta a strumento di comprensione, anche se c’è sempre – qui nella forma della stele, della memoria di pietra e metallo, una simmetrica all’altra.

 

Ha preferito guardare quello che accade su quell’assito di pietra che sono i campielli e le case, le facciate degli edifici come quinte ad aprire e a chiudere, a punteggiare la scenografia, sempre per ricordare allo spettatore che questo è lo spazio dove si è mosso anche il fotografo, stando un passo indietro, per non interferire con la commedia che vi si recita da tempo immemorabile: gli attori cambiano, ma la rappresentazione è sempre quella, allegra e tragica, grave e leggera, quotidiana ed eccezionale. Qui, ora, a Venezia si recita a soggetto, come là nella Sicilia delle ritualità religiose degli anni Cinquanta e Sessanta (la religione, anche la più spirituale, richiede sempre un elemento rituale, e l’ebraismo è scenografico ed altamente rituale in modo meraviglioso). Ci accompagna all’ingresso un uomo di schiena, il gran cappello nero, il corpo tagliato all’altezza delle spalle perché è lui che ci porta dentro, che ci fa guardare, e noi lo possiamo solo vedere così. E all’inizio è posta anche Ziva Kraus, accompagnatrice del fotografo nella sua visita veneziana. Che sia costruita come commedia questa sequenza di scatti lo dice il modo con cui Ferdinando Scianna fotografa.

 

Ferdinando Scianna, Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo.

 

Coglie al volo persone e luoghi, con quell’accidentalità e casualità che comporta il reportage, ma che non impedisce nella inquadratura, e poi nella successione delle fotografie, che ci sia una “costruzione”: una successione d’immagini ben pensate e posizionate. Non bisogna mai dimenticarsi che Scianna non è solo un fotografo, ma anche uno che scrive, e soprattutto che costruisce libri (ne ha fatti nel corso della sua vita tantissimi). Si può benissimo immaginare che mentre scatta pensa già alla foto nel libro, dove porla, in che sequenza. I suoi sono perciò sguardi tripli: guarda in macchina e scatta, scrive e dispone. Qui l’angoscia del confronto, come dice nel testo che accompagna le immagini, l’ha portato a pensare da subito la scena teatrale. Venezia è tutta una sequenza di palcoscenici, di fondali e quinte; e il Ghetto è una scena nella scena, con la sua storia e tradizione, mai disgiunta da Venezia, come sottolineano gli scatti finali, dove il teatro del Ghetto è mostrato da fuori con i suoi muraglioni verticali un po’ inclinati (forse per dire che qui niente è davvero dritto). Si inizia dunque con il luogo dall’alto, come un regista che guarda il palco prima di far entrare gli attori, poi si assegnano le parti. Cosa altro sono se non donne di una commedia che si sta recitando, le signore vestite a festa per Shabbat?

 

Si muovono in direzioni opposte, eppure sono ferme: hanno una parte. E i copricapi, oggetto scenico dominante di questa recita religiosa, cos’altro sono se non oggetti di scena apprestati da attori inconsapevoli piuttosto che da abili trovarobe? Che tutto il reportage sia pensato come un teatro, luogo per eccellenza del vedere e del guardare, lo confermano i tanti specchi che sono disseminati nelle fotografie. Quelli nelle botteghe degli artigiani – Piasentini, il corniciaio, poi è visto dentro una cornice –, ma anche la più bella foto del libro, quella che ritrae l’anziana donna descritta con affetto nella didascalia, sta nello specchio rettangolare in alto, e sotto il tavolo in basso, suo simmetrico opaco. I tavoli sono un altro oggetto: storico, come quelli dei Banchi, o quelli della preghiera, o quelli delle cene rituali. Anche le persone ritratte sono in posa. Posa teatrale, anche là dove parla il linguaggio dei singoli corpi, che ci fa arrivare, attraverso lo scatto, qualcosa del loro carattere (Ziva Kraus, Aldo Izzo, Marcella Ansaldi). Scianna è sempre un fotografo di maschere, dove la maschera, come ha scritto un filosofo, è sempre l’elemento che rivela e non quello che nasconde – maschera è anche il suo autoritratto finale, con la papalina di cotone tessuta in capo e lo sguardo basso, quasi schivo: maschera tra le maschere del suo libro-commedia.

 

Teatrali appaino le steli del cimitero del Lido, fotografate una ad una, come elementi di una presenza scenica post mortem. La Storia compare qui, ma in forma anonima. In modo simmetrico le “pietre d’inciampo” dichiarano invece nomi e cognomi di una storia che sul palcoscenico veneziano del Ghetto si mantiene quasi sempre anonima. Tra le foto di questa recitazione ne spicca una per un dettaglio – Scianna è fotografo di dettagli, sempre ben nascosti dentro l’insieme dominante della scena –, quella della visita dei ragazzini al Museo Ebraico: stanno tutti seduti per terra; l’insegnante sta dicendo qualcosa a proposito del luogo e degli oggetti esposti; al centro, una teca con un prezioso reperto del passato. I ragazzini sono uno dei soggetti preferiti di Scianna, in cui si specchia, in cui ritrova, evidentemente, qualcosa del ragazzino che è stato e che forse è ancora – o almeno così desidera. Li fotografa con uno sguardo che sembra congelato nel tempo: sembrano nelle immagini usciti da un film neorealista appena finito di girare, l’altro ieri; sono creature del passato, un eterno passato che non passa mai. Qui alcuni bambini tradiscono un momento di noia, o di distrazione; uno si copre la faccia in un gesto bellissimo; un altro è invece attento. Sul lato sinistro dell’immagine, c’è un ragazzino che sbircia. Guarda in macchina, come si dice, rompendo per un attimo la scena, la sua costruzione. L’attore guarda il fotografo, e dunque anche noi che guardiamo: due occhi stupendamente interrogativi.

 

Buca lo spettacolo, lo azzera in una certa misura, ma anche lo conferma. Uno degli attori ha smesso di recitare, ma gli altri lo fanno sempre. Come poteva intitolarsi questo libro? Forse: “Festa religiosa nel Ghetto di Venezia”. La festa è il culmine del gran teatro del mondo, e la religione – qualunque essa sia – il modo con cui si rivela quell’insopprimibile vocazione alla rappresentazione che alligna in ciascuno di noi. La fede ha bisogno di festa, di rito, di commemorazione, di preghiere e di cibo. Gli ebrei religiosi, che mangiano, parlano, discutono, negli ultimi scatti, ci mostrano questa insopprimibile umanità, che è poi quello che Ferdinando Scianna cerca di rappresentare ogni volta in quel piccolo teatro del mondo che sono i suoi bellissimi libri. 

 

Questo testo è apparso su Pagine Ebraiche.

Ferdinando Scianna, Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo.

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