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Tommaso Landolfi, Del Meno

È appena uscita la ristampa Adelphi dell’ultimo libro che Landolfi pubblicò in vita, i cinquanta elzeviri di Del Meno (febbraio 1978). Questo volume, come già lo scorso anno successe per A caso, non è accompagnato da postfazioni, prefazioni, nemmeno da una nota finale. Solo il nudo testo. Viceversa i Racconti impossibili (1966), rieditati nel 2017, godevano del viatico di un gustoso saggio di Giovanni Maccari, più un’appendice, che illuminavano l’altrimenti assai oscuro testo d’esordio (La passeggiata).

Certo, uno può sostenere, a ragione, che la prosa landolfiana basta a se stessa, però ci permettiamo noi qui, benché irrichiesti, di fornire qualche precisazione sulla genesi di questi brani, anche basandoci sulla puntuale cronologia che la figlia Idolina premise a suo tempo all’esauritissima, oltre che incompleta, edizione delle Opere nei classici contemporanei Rizzoli (1991).

Landolfi cominciò a collaborare al “Corriere della sera” nel 1954 con pezzi poi usciti nel volume Ombre. Ma s’interruppe quasi subito perché il direttore dell’epoca, Mario Missiroli, rifiutò di pubblicare La vera storia di Maria Giuseppa e anche L’ombrello, giudicandoli inadatti ai lettori del quotidiano. Va da sé che il nostro scrittore, giustamente piccato, non mandò più nulla.

Nel giugno del 1963 Landolfi riprese la collaborazione, su invito del nuovo direttore Alfio Russo. Con il successore, Giovanni Spadolini, l’attività proseguì. Fino alla morte dell’autore (8 luglio 1979), tolte alcune pause dovute a ragioni di salute.

 

Questi articoli, se li vogliamo chiamare così, sono confluiti in quattro raccolte, Un paniere di chiocciole, il presente Del meno e, postumi, Il gioco della torre nonché Diario perpetuo.

L’anonimo estensore della quarta di copertina avverte che questi elzeviri sono “eccentrici”. Non sapremmo dargli torto. Ci viene solo in mente che, a proposito delle pasoliniane postume Descrizioni di descrizioni uscite un anno dopo (1979) , Contini osservò trattarsi “dell’ultima, perfetta occorrenza dell’elzeviro letterario, di taglio ineccepibile”. In un’ideale storia di questo genere, ormai poco frequentato e, chissà, forse prossimo a defungere, tale concomitanza (o tale difformità quasi contemporanea) sarebbe forse passibile di registrazione. Con quale valore preciso però non sappiamo. Inoltre andrebbe aggiunto che Landolfi stesso, proprio in uno dei testi di Del meno, pare esprimere le proprie perplessità in materia: “i cosiddetti elzeviri” (Il millepiedi).

 

Non sono comunque certamente recensioni, secondo l’accezione corrente, questi elzeviri-non-elzeviri landolfiani. Tutt’altro. La letteratura vi è costantemente irrisa: “può darsi davvero chi creda nella letteratura, chi la investa d’una missione, d’un messaggio, di una consolazione?” si chiede l’autore in Premio letterario, e, riscosso il medesimo, si precipita a giocarselo alla roulette, dove naturalmente perde. Perché se è vero, com’è vero, che l’opera di Landolfi, secondo il giudizio della figlia Idolina, è nient’altro che “un’ininterrotta autobiografia”, qui il personaggio che domina questi apologhi, aneddoti, memorie e micro-racconti è quello di un inveterato giocatore, di un disilluso scrittore che scrive e traduce (da “lingue irte”) esclusivamente per soldi, perché, esattamente come Manganelli, non ha “mai avuto niente da dire”. E, non aver niente da dire, è notoriamente la condizione ideale per scrivere (sempre Manganelli, Discorso dell’ombra e dello stemma, capitolo XXV e passim). Insomma la figura mitica di Tommaso Landolfi, notturno frequentatore di bische e letterato quasi suo malgrado, è disseminata in ogni testo della raccolta, riflessa come da uno specchio fracassato e i cui frantumi siano ovunque sparsi.

Non mancano le vicende della vita casalinga, i due bambini, e, soprattutto, la moglie con i suoi continui sarcasmi e rimbrotti, in una parola: il “meschino, sordo e sordido inferno familiare” (I quattrini e Andata e ritorno). Non manca Sanremo, riconoscibilissima nella città divenuta “disperatamente familiare”, dove l’antica malinconia s’è ormai mutata in “greve indifferenza” e le antiche stradine sono fatte “calcinose e patenti, senz’ombra più di presagio” (Una visita).

 

Una parvenza di consolazione, e d’umanità, può forse arrivare dagli animali, queste presenze costanti dell’opera landolfiana. Un gatto enigmatico che va incontro a una fine tristissima senza che nessuno se ne curi. Un cane alienato che sale sull’autobus in cerca di padrone. Un passerotto prigioniero che si difende disperatamente e caparbiamente dal suo stesso salvatore. Un moscerino, addirittura, capace d’innescare quesiti metafisici sul senso dell’esistenza. Le blatte, che qui non si stendono compatte e lucide a simulare un mare funebre e infinito, ma invadono una casa, risparmiando inspiegabilmente solo la stanza del giovane protagonista (e che per ciò stesso vengono definite Le blatte del mistero).

Né può mancare la dimora avita, ormai irrimediabilmente violata, manomessa e per sempre compromessa da restauri irrichiesti e inopportuni (Questioni di orientamento).

 

 

Insomma qui c’è intero il Landolfi canonico, con i suoi tipici temi, immagini ricorrenti, ossessioni.

Il tutto espresso in una lingua, al solito, smagliante, elegante e toscaneggiante (“il di Lei signor padre nei suoi scritti toscaneggia”, Una parola misteriosa). Che, per giunta, si fa beffe di se medesima. Un modesto bottegaio che usa però l’eletto avverbio “donde” (Condiscendenza). La moglie dell’autore che cita i latinismi curiali del Machiavelli: “sono tuoi e solum tuoi” (Sogni di mente inferma). Un padre che al proprio ragazzino interdetto indica “uno speco” nascosto da lentischi, salvo poi specificargli che di semplice “caverna” si tratta (Il rigatore). Oltretutto l’ultimo testo citato si apre con la menzione di “due fiumicelli lapidosi”, dove il preziosissimo aggettivo viene diretto da un verso dannunziano che sta in Elettra (“o lapidoso letto del Bisenzio”).

In effetti la sfiducia nella lingua, intesa come mezzo di comunicazione, è un altro dei motivi topici del nostro, fin dagli esordi del Dialogo dei massimi sistemi. La lingua è invece una cortina fumogena stesa davanti alla realtà, nonché un’inesausta fonte d’equivoci irreparabili: “Ci sono ancora, pare impossibile, degli sciagurati i quali credono che la favella, il linguaggio e in particolare la lingua servano unicamente ad intendersi”. Così principia Un messaggio, dove fra l’altro sorprendiamo in azione un consueto procedimento landolfiano, il rovesciamento, perché qui un personaggio, il cugino Tristano, passa disinvoltamente da una posizione, per dir così, popolaresca e filodialettale, in nome della comprensione ad ogni costo, a una, opposta, di purismo estremo, che lo espone, fra l’altro all’irrisione di fornitori, bigliettai e droghieri, i quali si vedono apostrofati con modi arcaici, aulicissimi e desueti.

 

Stesso artificio costituisce l’ossatura dell’ultimo testo della raccolta, Stazioni morte, dove un uomo e una donna s’incontrano e si scambiano i ruoli di aspirante suicida e salvatore (salvatrice).

Esiste poi un filo che unisce tre di questi cinquanta “cosiddetti elzeviri”. Un filo che potremmo definire narrativo, o tenuemente narrativo o che, volendo, istituisce se non altro una certa continuità. 

Si tratta di Del meno, il testo eponimo, dunque particolarmente esposto. Poi di De minimis, che pare la rinominazione latina del medesimo. E, infine, di Grave imbarazzo.

 

Nel primo l’autore immagina che un giocatore d’azzardo, per la forma mentale che gli è peculiare, chiuso in un ascensore che precipita, prenda a saltare così da assicurarsi almeno il cinquanta per cento delle possibilità di salvarsi, ed essere in aria nell’attimo dello schianto contro il suolo.

Nel secondo lo stesso riceve una lettera di un lettore che lo smentisce in pieno. L’ipotesi sarebbe del tutto infondata, sia dal punto fisico sia da quello meccanico. È solo un brillante paradosso, come quello per cui il barone di Münchhausen si tirava fuori dalle sabbie mobili prendendosi per i capelli. Non si possono sdoppiare due corpi che fondano un’unità. L’autore si scusa per la sua insipienza fisico-matematico-meccanica etc.

Macché scuse! Lei ha perfettamente ragione! Obietta un altro lettore (e siamo al terzo testo) e allega esempi e citazioni da autorevoli manuali di fisica sperimentale e applicata. Lei, aggiunge il secondo lettore, nella Sua “ingenuità” di poeta ha visto giusto, anche dal punto di vista meramente scientifico! Da qui l’imbarazzo dello scrittore che si vede costretto a citare tutti questi elogi a lui indirizzati.

A noi, dal canto nostro, viene in mente quel passo dello Zibaldone in cui è detto che “il poeta lirico nell’ispirazione” riesce a scoprire “in un sol tratto” verità che altrimenti richiederebbero anni e anni di “lunghissime e pazientissime ed esattissime ricerche” (3269-70).

Leopardi si conferma come uno dei numi tutelari del nostro. Anche qui. Non solo nell’appendice a La pietra lunare.

 

Rimarrebbe da affrontare un’ultima questione. Postrema, data l’opera.

Esiste un luogo comune della critica, che va dalla recensione di Pedullà a Racconti impossibili (del tutto incidentalmente notiamo qui che Avventura cosmica, penultimo testo di Del meno, potrebbe figurare degnamente nella raccolta appena citata) alla postfazione 1988 a Italia magica di Contini, luogo comune che vorrebbe l’ultima parte dell’attività landolfiana sì abile, molto abile, ma deludente o delusiva. Soprattutto in quanto prevedibile e ripetitiva. A noi personalmente non pare. L’ultimo Landolfi è come il primo: grande. Quanto a questo Del meno, sarà un caso che, nella famosa scelta approntata da Calvino nel 1982, esso sia, numericamente (ben otto testi) il più rappresentato?

Probabilmente no. Ma lasciamo la faccenda agli studiosi.

A proposito dei quali segnaliamo infine agli aficionados landolfiani, forse meno esigua schiera di quel che si creda, che, per i tipi di Quodlibet, è uscita una pregevole rivista dal titolo Diario perpetuo e che contiene notevoli saggi di Antonio Prete, Cristina Terrile, Matteo Moca e altri nonché una recensione inedita del Nostro. Meriterebbe (meriterà) ben più d’una segnalazione. “Ma questa, così si suol concludere, è evidentemente tutt’altra storia”.

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