Cinema

Chernobyl, l’eterno ritorno

Chissà se, come si legge in questi giorni, i russi realizzeranno davvero una contro-Chernobyl, la serie televisiva che sta andando in onda su Sky, nella quale racconteranno che l’incidente nucleare è colpa della CIA. Se lo faranno, non credo sarà peggio di questa produzione HBO, scritta e diretta da Craig Mazin, almeno a giudicare da quello che si è visto nelle prime due puntate. Personalmente, non condivido i peana di critici e pubblico. Chernobyl mi sembra un prodotto di assoluta medietà, più vicino all’ispirazione di certi film americani anni ’50 che non all’originalità a cui ci hanno abituato molte serie di questi anni. Un esempio per tutti: il tecnico che muore colpito dalle radiazioni la notte dell’incidente e che al collega che lo soccorre non trova di meglio che chiedere un’ultima...

A 50 anni dal capolavoro di Peckinpah / “Il mucchio selvaggio”: cominciare e finire insieme

Cinquant’anni sono molti, o forse si dovrebbe dire abbastanza, per valutare un film o un libro. Non basta sopravvivere, si deve stabilire se il farmaco che conteneva è ancora efficace. Con la velocità contemporanea il mezzo secolo si è ridotto a una manciata di anni. Comunque deve passare del tempo. Non è soltanto la corda estetica a suonare e a risuonare, conta anche il valore generazionale: un fenomeno di identificazione collettiva talmente forte da trasformarsi in mito. Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch) è uscito nel giugno 1969, e rivederlo è piacevole per entrambi i motivi, estetici e generazionali. È ambientato nel 1913, la ferrovia sta raggiungendo gli estremi confini verso il Messico, iniziano a circolare le automobili, ci sono armi fuori ordinanza per un classico western. L’...

Dal trailer al film / “Juliet, Naked”: apologia della normalità

Se c'è un trailer da non guardare è quello di Juliet, Naked (Jesse Peretz, 2018). Perché se c'è un film da guardare per la gestione dei suoi imprevedibili risvolti di trama è proprio Juliet, Naked. C'è dentro una sorprendente potenza dell'intreccio. Potrebbe comparire di diritto in un manuale di sceneggiatura, nel capitolo dedicato agli incastri inaspettati tra i personaggi; su come questi, nella migliore delle ipotesi, rappresentino ciascuno un significato in senso funzionale nella vita dei restanti, calibrando così al meglio ogni snodo di trama.         Al di là dell'ottima concertazione, c'è da dire che la storia in sé ha il vantaggio intrinseco di non essere banale: eppure, il trailer riesce incredibilmente a indebolirla. Da un lato vi inserisce una stupidissima...

Teoria del tutto / Natura, il nuovo film di Artavazd Pelešjan

“Una nascita senza genitori. Immaginate un mostro che divora chi gli ha dato la vita. O ancora un processo in cui, gli uni, morendo, non sanno a chi danno la vita, gli altri, nascendo, ignorano a chi l’hanno tolta”.    A scriverlo è il cineasta armeno Artavadz Pelešjan (Leninakan, oggi Gyumri, 1938), oggetto di culto di generazioni di cinefili in tutto il mondo, inventore di quello che ha definito “montaggio a distanza”, contrapponendo al montaggio lineare e simbolico di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e al cine-occhio di Dziga Vertov, suoi genitori/maestri, la fluida, torrenziale circolarità di un tempo-spazio cinematografico che, come la realtà, sfugge a ogni evidenza cronologica e contesta il principio della sequenzialità.   Fino ad oggi, oltre ai primi lavori realizzati...

Almodóvar, “Dolor y Gloria” / Per amore di finzione

Malgrado fosse un’abitudine diffusa e la famiglia Almodóvar vivesse in umili condizioni, tanto da mandare il figlio in seminario pur di farlo studiare, quando Pedro, a otto anni, si è trasferito coi genitori in Estremadura non ha mai abitato in una grotta, al contrario di quello che racconta il suo ultimo film. È un dettaglio da mettere subito in evidenza, per cominciare a capire il tipo di rielaborazione narrativa e cinematografica compiuta da Dolor y gloria. Che usa materiali autobiografici, ma non è, prima di tutto, la messa in scena di una confessione o di un resoconto retrospettivo. È un progetto più complesso, in un certo senso anche più ambiguo e perciò più bello, perché è un’opera su come possiamo entrare in contatto con il nostro passato, con i desideri e le sofferenze che lo...

Rappresentazione e verosimiglianza / Almodóvar: dolor, gloria, impegno

Sulla scrivania di Salvador Mallo (Antonio Banderas) c'è un grande leggio, sul quale è appoggiato un libro con una fotografia in bianco e nero per copertina. Raffigura una donna che cammina sola lungo i binari della ferrovia, vestita di nero, a lutto; in testa ha il fazzoletto nero che, fino agli anni '60, usavano le donne spagnole più umili. Si tratta di un romanzo di Agustín Gómez Arcos, Ana no, scritto in francese nel 1977, durante l’esilio parigino dell’autore, ma pubblicato in Spagna soltanto trent’anni più tardi. Narra la storia di una donna che ha perso il marito e i due figli più grandi nella Guerra Civile. Dal sud estremo, in Almería – terra natia dell'autore – cammina da sola verso il nord, dove si trova il figlio più piccolo, incarcerato perché antifranchista. L'eroismo della...

Bellocchio, “Il traditore” / L’uomo che salvò Cosa Nostra

“La mafia è morta. Non resta che parlarne”. Per Tommaso Buscetta, Cosa Nostra finisce coi corleonesi che rimpiazzano i palermitani, ovvero con l’avvento di quella soglia storica che lui chiama “la droga”, ma che può benissimo chiamarsi “globalizzazione” (negli anni Ottanta, Palermo diventa centro del traffico mondiale di stupefacenti), “neoliberismo”, “seconda repubblica”, “postmodernità” o simili. Da Buongiorno, notte in poi, Marco Bellocchio ha spesso rivolto il suo sguardo indietro a quegli anni di transizione, soprattutto nell’ultimo Fai bei sogni, e nell’appena precedente Sangue del mio sangue. Il nuovo mondo vi è visto con sospetto, o quantomeno con la consapevolezza di non poterne, né volerne, fare parte.    Marco Bellocchio. Col presente, don Masino ha poco a che...

Cannes 3. I premi / Figure del desiderio a Cannes

Ha un che di simbolico il fatto che il Festival del Cinema di Cannes di quest’anno sia caduto proprio nei giorni in cui tutto il mondo stava parlando dell’ottava stagione di Game of Thrones. Mentre sulla Croisette si vedevano i film dei mostri sacri del cinema d’autore come Pedro Almodovar, i fratelli Dardenne o Terrence Malick, ovunque sui social network si discuteva dell’epilogo della serie tv più seguita degli ultimi anni. Ed è ormai un fatto – basta lavorare nella scuola o nell’università per rendersene conto – che per le nuove generazioni l’esperienza cinematografica sia ormai un’esperienza residuale, che viene fatta raramente e solo da una minoranza già predisposta per via di un capitale culturale pregresso. L’impressione insomma, è che il più grande festival del cinema del mondo,...

Cannes 2 / Quentin Tarantino Plays Itself

“L’architettura qui è molto coerente: c’è quella francese vicino a quella spagnola, vicino a quella Tudor, vicino a quella giapponese […] Qui è tutto pulito perché non buttano via la spazzatura, la riciclano negli show televisivi”. È la famosa scena di Io e Annie in cui Woody Allen si rende protagonista di una delle sue celebri tirate contro Los Angeles, la città che i newyorkesi amano odiare. O almeno questo è il luogo comune che ha contribuito a costruirne la reputazione di città per eccellenza dell’America frivola, disimpegnata, culturalmente parvenu, persino reaganiana. L’architettura e l’urbanistica sono come spesso accade la cartina da tornasole, e la condanna per Los Angeles è senza appello: esempio di una nuova configurazione iperurbana a misura di automobile dove non esiste unità...

Cannes 1 / “Tout le monde déteste la police”

Un festival del cinema – ovvero un evento dove si riflette e si fa il punto, nel bene o nel male, sulla rappresentazione per immagini del presente – non può non essere ingaggiato e provocato delle contraddizioni che attraversano il contemporaneo. L’anno scorso a Cannes si celebrò il cinquantesimo anniversario del 1968, un anno in cui il festival venne “invaso” e interrotto dalle contestazioni del maggio francese, e in cui la Palma d’Oro non venne assegnata. In un altro contesto, il Festival di Venezia negli anni Quaranta divenne il megafono dei regimi nazi-fascisti e ancora oggi quelle edizioni (che videro tra l’altro la partecipazione del Fürher e di Joseph Goebbels) sono considerate “non avvenute”, nel tentativo di lavare l’onta di quell’infamia. La storia entra ovunque, certo, anche e...

Il film di Jacques Audiard / The Sisters Brothers. Alla ricerca di altre forme di mascolinità

La prima cosa che percepiamo all’inizio di The Sisters Brothers è una voce che si perde nella notte, in una sorta di buio primordiale: un nero accecante che ci fa sprofondare dentro lo schermo attraverso il campo lungo. La scena è illuminata a tratti dalle fiamme di una casa che brucia, mentre ci raggiungono da lontano queste parole: «Ehi! This is the Sisters Brothers!» («Ehi, siamo i Fratelli Sisters, ci ha mandato il Commodoro!»). Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix), i protagonisti di questo racconto del Far West ambientato in Oregon, nel 1851, sono due cacciatori di teste ed entrano in azione così: senza un corpo, ma preceduti da una specie di formula favolosa risonante come un’eco, che, intanto che ci chiama, dichiara di appartenere a un “noi”: una prima persona plurale...

7 maggio 1999 – 7 maggio 2019 / Da vent’anni dentro Matrix

Sembra incredibile, ma sono venti. Il primo episodio del franchise delle sorelle Wachowski compie vent’anni e li porta splendidamente. Il 7 maggio del 1999 usciva nelle sale italiane Matrix (il 31 marzo in quelle americane) e mai anno d’uscita potrebbe apparire più adatto, proprio a chiusura del Millennio: la rivoluzione della rete era solo all’inizio, i modem viaggiavano per lo più a 56K e i social network non avevano ancora modificato la nostra quotidianità e il nostro modo di percepirla, rendendo assai più problematica la scissione tra reale e immaginario. Eppure, una delle saghe più seminali della recente storia del cinema riusciva con sorprendente lungimiranza a intercettare le inquietudini di un rivolgimento in atto e a prevederne per iperbole le conseguenze.     Buona...

“Avengers”: finale di partita / Anche Capitan America ha deposto lo scudo

Attenzione: questo articolo contiene spoiler.   Anche i supereroi crescono. Con l’ultimo film della Marvel, Avengers: Endgame (sottotitolo rivelatore!), diretto dai fratelli Anthony e Joseph Russo, giunge a compimento un ciclo lungo oltre dieci anni e spalmato su ben 22 pellicole che ha accompagnato e visto crescere spettatori e personaggi fantastici e che finisce con un funerale. E non un funerale qualsiasi, ma l’estremo saluto a quel personaggio guascone e irriverente che conoscevamo come il playboy Tony Stark (Robert Downey Jr). E poco male se, piano piano, il tycoon sciupafemmine che proponeva di licenziare la sua segretaria per poterla portare più rapidamente a letto, si è gradatamente trasformato in un responsabile padre di famiglia (e la segretaria, molto borghesemente, ne è...

Il biopic sulla celebre coppia / Laurel & Hardy, perduti e ritrovati

Da quanti anni si parlava di girare un film biografico su Stan Laurel e Oliver Hardy? Almeno una sessantina. Pare che perfino il vecchio Laurel, “orfano” del compagno di lavoro scomparso nel 1957, abbia fatto in tempo a proporre Jackie Gleason nel ruolo di Hardy e Art Carney come propria controparte (in seguito gli avrebbe preferito l’amico Dick van Dyke, autore di un’affettuosa imitazione televisiva). Non se ne fece nulla. Fu un bene? I biopic dedicati alle stelle del cinema non sono oggetti facili da maneggiare. Ai difetti cronici del sottogenere (tendenza all’agiografia, banalizzazione, effetto bignamino di fatti, detti e persone notevoli), si aggiunge l’estrema riconoscibilità dei soggetti, visti e rivisti decine di volte su schermi grandi e piccoli. Anche senza essere dei fan...

Dal trailer al film / “L’uomo fedele”. Una commedia a-romantica

Ci sarebbe veramente da chiedersi che genere di operazione intendesse fare Louis Garrel con questo suo nuovo L’uomo fedele. Se fin dal trailer non si riesce a cucire una trama che possa in un modo o nell'altro destare curiosità (spoiler: alla fine sarà esattamente come sembrava), resta da pensare che non fosse tanto interessato al concatenarsi degli avvenimenti, quanto piuttosto all'esposizione di un teorema. Dentro vi si ritrova probabilmente una mini-sintesi di qualcosa, una specie di abbecedario amoroso, un bignami dell'educazione sentimentale rispetto al “cosa fare” e al “cosa sarebbe meglio di no”. Qualcuno riuscirà a intravederci tristemente una parabola del maschio contemporaneo con sfumature surreali, che possa metter in guardia, servire all'occasione, denunciare un deprimente...

Ancora sul “Dumbo” di Burton / Uomini, elefanti e altri animali

Il ritorno di Dumbo al cinema pone diversi problemi allo spettatore di oggi.  Sono passati ben 78 anni dall’uscita del film originale di Walt Disney e il trascorrere di tutto questo tempo ha reso la storia del piccolo elefante dalle grandi orecchie irrimediabilmente obsoleta. Prima del remake di Tim Burton, fra i grandi classici Disney, Dumbo si ricordava a malapena. Nonostante i tanti rilanci succedutisi negli anni (attrazioni dei parchi a tema, riedizioni in Dvd, Bluray, una serie tv a lui ispirata, videogame e quant’altro) il suo mondo appare distante dallo spirito del nostro tempo e per questo inesorabilmente inattuale. Vale così la pena di rinfrescare al lettore la memoria intorno alla sua storia originale, per comprendere meglio il senso dell’operazione forte di Tim Burton....

Dumbo secondo Tim Burton / Quando Dumbo eri tu, o ero io

Nessuno ricorda che anche Dumbo, come Pinocchio, o Alice nel paese delle meraviglie, è una storia d’autore, anzi d’autrice: fu scritta da Helen Aberson, nel 1938. La casa di produzione Disney liquidò con mille dollari l’acquisto definitivo del copyright, e tacque il nome della scrittrice nei crediti del film. È una brutta e triste faccenda; può darsi, però, che questa omissione, guardata a distanza, ci riveli qualcosa di più di una prepotenza imprenditoriale. Se nessuno si chiede chi abbia inventato Dumbo, the Flying Elephant, trasformato in un successo dal film d’animazione (1941), ciò dipende anche dal fatto che questa storia di un elefantino dalle orecchie mostruosamente grandi possiede, anche più di altre narrazioni trasformate in cartoni animati, quello speciale potere, anche...

L’horror di Jordan Peele / Se il nemico siamo noi

Dopo Scappa - Get Out, forte dell’Oscar alla Miglior sceneggiatura originale (su quattro nomination), Jordan Peele è tornato a sbancare il botteghino statunitense con Noi, opera seconda in cui il regista-sceneggiatore-produttore afroamericano torna a esplorare alcune delle tematiche già presenti nel suo debutto: individuo vs. società, corpo & identità.      Santa Cruz, 1986: Adelaide è una ragazzina che si allontana dai genitori durante una vacanza e si ritrova nella casa degli specchi (Vision Quest) di un Luna Park dall’atmosfera tutt’altro che rassicurante. Da sola nel labirinto, scopre che quello che sembra il suo riflesso è in realtà una ragazzina identica a lei in tutto e per tutto. E quando Adelaide, ormai adulta, (Lupita Nyong’o) fa ritorno a Santa Cruz per una...

4 aprile 1932 / Geoff Dyer e Andrej Tarkovskij, chi è il persecutore?

A un certo punto del suo ultimo libro, Sabbie bianche, Geoff Dyer descrive una fotografia di Luigi Ghirri. Ci è arrivato perché ECM l’ha messa in copertina a uno dei suoi amati dischi di free jazz. (Il racconto di “com’è arrivato” a un certo oggetto è mossa tipica di Dyer.) Come spesso quelle di Ghirri, il contorno della foto è cornice di un altro contorno (in questo caso, una porta da calcio sospesa nel verde), e a lui appare la quintessenza di una foto, «semitrasparente e infinitamente misteriosa». In quell’immagine «non succede assolutamente niente»; per questo ci affascina, ci attira, ci inghiottisce (in quella porta non possiamo non desiderare di entrare).  Non stupisce che il film della sua vita sia Stalker di Andrej Tarkovskij: opera conclusa nel 1979, dopo anni di travaglio,...

S. Lelio, “Gloria Bell” / Gloria & Gloria

Non credo che il regista cileno Lelio, al suo settimo lungometraggio, possa essere definito soltanto l’autore di un cinema dedicato alle donne. È vero, le sue storie nella maggior parte dei casi mettono al centro una protagonista, come accadeva anche nel lavoro fino ad oggi più bello Una donna fantastica (Una mujer fantástica, 2017, Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura e Oscar come miglior film straniero), o nella prima versione di Gloria (del 2013, miglior attrice protagonista a Berlino: Paulina García), o, ancora, in Disobedience (2017). Tuttavia la definizione resta riduttiva, generica e paragonabile, per ambiguità o confusione ideologica, alle situazioni in cui si incontra l’espressione “al femminile” (un cinema, una letteratura, una rassegna, un insieme di testi) in risposta...

Cinema italiano: forme, identità, stili di vita / Il pensiero filmico della nazione

Si è tornati a parlare tanto di cinema italiano in questi ultimi anni. In Italia, certamente, ma anche all’estero, sulla scia di una convergenza tra il ritorno di autori in grado di intercettare un pubblico ampio ed eterogeneo – da Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino sino a Michelangelo Frammartino e Alice Rohrwacher – e l’allargamento del campo dell’italianistica, tanto come ambito di studio quanto come platea di interessati. Nelle università anglofone i corsi di laurea si moltiplicano (pur nelle difficoltà di questi ultimi anni), così come si diffondono in giro per il mondo festival e manifestazioni dedicati alla cultura italiana, ai film in particolare. Certo, il cinema continua a rappresentare la forma espressiva più immediata e trasversale, quella capace di congiungere con un solo...

Dal trailer al film / “La paranza dei bambini”. Quindicenni con la pistola

Il brano No Surprises, con cui attacca il trailer della Paranza dei Bambini, non molla neanche dopo il primo colpo di pistola. Uno fra i pezzi apparentemente più “zuccherosi” dei Radiohead tiene, diffondendo note di carillon, come se fosse una canzoncina per bambini. Sulla sua base si inserisce un mantra, una specie di preghiera dal contenuto però inequivocabilmente cruento (“Per il rispetto e per l'onore ne ho persi di compagni. Fratelli miei, fratelli di condanna, e quando porto questa pistola tengo i vostri nomi in canna”), che scopriremo poi essere una poesia: quella che ha scritto Striano, un famoso boss del Rione Sanità con la casa dalle pareti ricoperte d'oro, prima di morire. La melodia continua e neutralizza le immagini, espediente frequente (da Kubrick a Gus Van Sant): dei...