Fame e politica

 

«A proposito di politica… non si potrebbe mangiare qualche coserellina?». A parlare è Totò in Fifa e arena, regista Mario Mattòli, anno 1948, esilarante parodia di Sangue e arena di Mamoulian. Una sfilacciata vicenda di passioni, equivoci, travestimenti, inganni, delitti, intrighi, denaro, serenate e canzonacce, sciantose e freaks, altezze e bassezze d’ogni tipo: il tutto perennemente in scena, sul palcoscenico continuo della vita e del suo raddoppiamento d’avanspettacolo. Una battutaccia, lo so, niente a che vedere con le leggende cinematografico-culinarie con cui abbiamo oggi a che fare. Ma forse una strada per ripensare a questo curioso binomio fra cinema e cibo, per il tramite di un inaspettato, imprevedibile ospite qual è la politica. Con la dovuta, seriosa ironia. 

 

 

Proviamo per esempio a chiederci: perché questa battuta fa ridere? Il motivo è semplice: come sempre nelle barzellette, sebbene sia apparentemente insensata essa inverte un modo diffuso di pensare, e cioè la maniera comune di concepire il legame fra cibo e politica. Il grande Totò sapeva esser comico in modo geniale. Lo faceva al modo dello sciocco del folklore tradizionale, dietro la cui patente ingenuità si celava un’arguzia tanto sottile quanto corrosiva. Indicava il re nudo. Domandare del cibo mentre si discute di politica – o, meglio, dato che si discute di politica – può sembrare il gesto incongruo e intempestivo di chi pensa solo allo stomaco, la boutade involontaria di un affamato ancestrale (si pensi all’epica degli spaghetti in molti suoi film). Ma non è difficile capire che, a un altro livello, il senso della battuta è diverso, forse opposto: dato che i politici pensano soprattutto a mangiare (nel senso figurato di “rubare”), e si sta parlando di loro, si potrebbe avere qualcosa da mangiare (nel senso letterale del termine)? Il gioco di sovrapposizioni fra significato metaforico e significato letterale è il meccanismo formale, tanto nascosto quanto evidente, che strappa il sorriso. Ecco emergere una delle migliori espressioni della cosiddetta antipolitica, atavico retropensiero dell’italiano medio di cui Totò, notoriamente, si faceva ironico, ostinato portavoce. Peraltro, a un altro livello ancora, la battuta del Principe della risata funziona grazie a ciò che, presupponendo, ribalta. Se fa ridere, nella sua mal celata verità, è anche perché generalmente si pensa il contrario: una cosa è la politica, un’altra il cibo. Almeno in linea di principio: i politici pensano alla cosa pubblica, o quanto meno dovrebbero; mangiare è faccenda che non li riguarda, o almeno non dovrebbe. In sintesi, la vis comica ha una tripla ragion d’essere: mette in scena la figura ridicola dell’indigente famelico; allude al significato figurato del termine “mangiare” (= “rubare”); rovescia il senso comune che tiene separati cibo e politica.

 

Fin qui la celebre battuta quale circola, estrapolata dal contesto, nel nostro immaginario diffuso, con le mille varianti che la rete, moltiplicatore non filologico di parole e discorsi, le ha fortunosamente donato. Per dirne una, la battutaccia ha un ruolo di primo piano nelle mille raccolte di aforismi che circolano nel web: come a innalzare uno scherzo da Commedia dell’Arte sino ai meandri oscuri della migliore filosofia.

 

Ma torniamo al film, alla ricerca di dove, come e quando questa battuta prende effettivamente corpo. La vicenda, ricordiamolo, ha inizio con dei pesci che decidono autonomamente di entrare nell’olio bollente di una padella. Vanno a farsi friggere: come quasi tutti i personaggi che incontreremo. E termina con un toro che s’incorna da solo, mentre Totò, sopravvissuto alla corrida («Deve avere uno stomaco di ferro», dicono i medici), grazie a un prezioso vassoio d’argento debitamente sottratto a chissà chi e usato a mo’ di scudo, diventa – fuori sede – una specie d’eroe nazionale. Tutta la vicenda spagnoleggiante, fra l’altro, è puntellata dal tema del cibo, o meglio del mangiare («Comer?… Com’è?»), tra paninazzi improbabili, raffinatissime table à thè, aperitivi infocati. 
 

 

La scena in questione è una vertigine di equivoci, e va vista con attenzione. Totò si trova in una stanza d’albergo, a Siviglia, con uno strano signore che aveva incontrato in aereo e che sembra volerlo sedurre. Lui, farmacista e tombeur de femmes, è travestito da hostess perché ricercato dalla polizia. E crede che l’altro, bandito e ricattatore, sia un commissario di pubblica sicurezza. Totò rivela il suo essere maschio; l’altro è convinto d’aver di fronte un assassino, e vuole coinvolgerlo nell’omicidio d’una bella e ricca miliardaria. Il malvivente confessa di non saper uccidere da sé, e ha bisogno della (presunta) competenza di Totò nel farlo: «Io il cervello e tu la forza, io la mente e tu il braccio… Pensiero e azione!». Al che Totò: «... Mazzini e Garibaldi! Ma io lo sapevo che si finiva col parlare di politica! A proposito di politica… non si potrebbe mangiare qualche coserellina?».  E aggiunge: «Tanto per…». Insomma, inquadrata la battuta nel contesto, si capisce che i due non stavano affatto parlando di politica. Il tema della politica, anzi il termine “politica”, viene fuori per ragioni, diciamo così, casuali, e cioè da un ritmo binario del discorso (uno/due, uno/due, uno/due) dal quale emerge, per gag, una deriva semantica da folklore risorgimentale (cervello/forza → mente/braccio → pensiero/azione → Mazzini/Garibaldi). La politica – né quella alta da integerrimo gestore della cosa pubblica, né quella bassa da ladruncolo che pensa solo ad abbuffarsi – non c’entra nulla con la narrazione in corso: è piuttosto una prima deriva di discorso sulla quale se ne inserisce una seconda, quella del desiderio di cibo. Cosa che ingigantisce a dismisura la comicità della battuta. 

 

Tutto il resto è corpo, geniale capacità cinesica di trasformarlo con una gestualità da marionetta. La scena si chiude con un gesto difficilmente traducibile a parole: Totò, seduto su un letto, vestito da hostess, con un improbabile cappellino sul capo, fa una smorfia tra il demoniaco e l’allusivo e, mentre proferisce un «Tanto per…», rotea la dita della mano destra più volte. Che significa questo gesto? Furbizia, appetito, ingenuità, bassezza d’animo, vago desiderio di cospirazione? Sì, certo, tutto questo e altro ancora. Sembra quella “napoletanità” che, narrano le cronache, colpì tanto Wittgenstein, portandolo ad abbandonare il logicismo del Tractatus per la più mite pragmatica delle Ricerche. Che sia questo gesto a meritarsi un posto d’onore nella storia della filosofia?

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