Il Fus nel paese di Acchiappacitrulli

Lamentazioni e gioia, grida, sussurri, felicità, contenuta soddisfazione. Come sempre, quando escono le attribuzioni dei finanziamenti del Fondo unico dello spettacolo (Fus) alle imprese teatrali, le reazioni sono diverse (qui la delibera dei contributi). Ma qualcosa non si può non notare: grandi imprese come Emilia Romagna Teatro (Ert), Teatro di Roma, Stabile di Catania, Teatro di Genova e del Veneto e altre penalizzate, altre ancora premiate; piccole compagnie gratificate di quel lieve aumento che può consentire di superare qualcuna delle molte difficoltà quotidiane, in un sistema in cui la maggior parte degli attori e degli altri addetti fa fatica a sopravvivere. In ogni caso i contributi allo spettacolo dal vivo sono sempre insufficienti, tardivi e in parte discriminatori. Premiano l’esistente e non prevedono mai il possibile. 

 

Il decreto legge del 2014 che, con aggiornamenti, regola il sistema, chiede a teatri nazionali e a teatri di rilevante interesse culturale di produrre, soprattutto produrre in sede, e meno di far circuitare. Così si moltiplicano i titoli, spesso allestiti per ottemperare agli obblighi che consentono il finanziamento, solo raramente all’interno di disegni ben strutturati, comunque sottoponendo lo spettatore a un bombardamento di proposte che lo obbligano necessariamente a scegliere, spesso lasciando le sale dove si presentano i titoli meno “forti” semideserte. Gli spettacoli non sono incoraggiati a girare, e questo non vuol dire solo dimenticare la natura nomade tradizionale della scena italiana, sarebbe poco male: significa non permettere allo spettatore di confrontarsi con le migliori creazioni nazionali o costringerlo a tour de force che in pochi vogliono e possono fare. Ciò, evidentemente, ha una ricaduta anche sulla critica, sempre più online, con sempre minori possibilità di rimborsi spese (ricordiamo che spesso la scrittura per il web è volontaria), sempre meno con la possibilità di farsi un quadro della produzione nazionale e quindi di assolvere al proprio compito di suggerimento, confronto, discussione, formazione del pubblico. Per tutte queste ultime attività, inserite correttamente nei programmi ministeriali e dei teatri, in realtà poi si investe pochissimo e in modo assolutamente discontinuo.

 

Certo, la stanzialità permette un migliore rapporto con il territorio; e però questo dovrebbe voler dire anche accogliere forze nascenti locali, compiere azioni di scouting, promuovere rassegne di voci nuove, avviare alla professionalità e accompagnare le energie più promettenti. Ma quanti premi ministeriali si hanno per operazioni del genere?

Un altro punto debole del sistema è che la quota del Fus non cresce ed è sempre insufficiente. I tagli subiti da certe strutture, paiono compensati da incrementi per altre, in una specie di somma dei fondi equivalente allo zero o poco più. Il tema è vecchio: il basso investimento del Paese sul teatro e sulla cultura in generale, perché sono considerati ancora, dopotutto, intrattenimenti, ornamenti, e non beni comuni della società, strumenti necessari per una crescita civile, intellettuale, sentimentale diremmo anche, del complesso del Paese. 

Si rileva poi la presenza di un fondo per il 2018 di 2.695mila euro a disposizione del ministro per “progetti speciali”: ossia un tesoretto che viene distribuito abbastanza a pioggia, andando, positivamente, a sostenere attività rimaste fuori da quelle previste dagli enti strutturati, ma anche lasciando un sospetto che la discrezionalità possa andare a incrementare le clientele.

Ma il vero punto debole è che i contributi vengono determinati in estate, a stagione conclusa, con quella futura già definita. E, in questo caso, il taglio comporta vere e proprie crisi e soprattutto non consente al sistema di programmare a lunga scadenza, e quindi gli rende difficile il dialogo con enti stranieri che invece operano per lo più con un respiro triennale. 

 

 

Il meccanismo della legge, con i suoi punteggi ai risultati qualitativi e a quelli quantitativi, con un tentativo anche di indicizzare la qualità, sembra stimolare la competitività e il merito. Peccato che il meccanismo – barocco nonostante il tentativo di provare a semplificare e a rendere paragonabili esperienze analoghe – permetta assurdi come quello di Ert che, avendo avuto un incremento di ben 22,09 punti dal 2015 a oggi, classificatosi al posto più alto tra i teatri nazionali per il punteggio con 95,85, si ritrovi con un taglio di circa 91mila euro. Sembra di essere nella favola di Pinocchio, quando il giudice scimmione del paese di Acchiappacitrulli fa condannare il burattino perché è stato derubato. Un taglio del genere, su un finanziamento statale precedente di 1.949mila euro e rotti, cioè circa del 5 per cento, crea qualche difficoltà. 

In situazione analoga o peggiore si trovano altri teatri, come lo Stabile di Genova che perde circa 140 mila euro, lo Stabile di Roma, in cui la nuova direzione artistica si vede decurtato il sussidio di 120mila euro, lo Stabile del Veneto penalizzato per più di 150mila euro, quello del Friuli con poco più di 100mila euro in meno e soprattutto Catania, affossato da una decurtazione di 212mila euro. Immaginiamo che non tutti questi teatri siano stati virtuosi; il Teatro di Roma, in particolare, ha attraversato una crisi notoria, e così Catania, ma segnali di questo tipo non aiutano a rimettere sulla giusta strada le cose.

 

La situazione di Ert, assolutamente paradossale, svela un’altra delle magagne del sistema. Il fatto è che gli enti, all’interno di una stessa categoria, in questo caso quella dei teatri nazionali, vengono divisi in sottoinsiemi (cluster) comprendenti teatri con caratteristiche paragonabili per bacini di utenza e altri parametri. Ert si trova insieme al Teatro della Toscana, in un cluster con una dotazione ferma, cresciuta di pochi spiccioli. Quindi è premiata prendendo una cifra più alta del concorrente, ma penalizzata perché all’interno del budget stanziato lo stabile fiorentino deve recuperare un ritardo storico, mentre Ert da tempo è sugli obiettivi. Quindi ottimo risultato e penalizzazione. Qui si dimostra l’assoluta debolezza di un sistema bloccato e rinchiuso in camicie di forza.

Le reazioni non si sono fatte attendere: «È inaccettabile che in un Paese civile l’entità del pubblico finanziamento a un Teatro Nazionale sia come sempre comunicata ai soggetti destinatari a metà dell’anno di gestione in corso», dichiarano il Presidente Giuliano Barbolini e il Direttore Claudio Longhi, di concerto con i Soci della Fondazione. «Si tratta di una mancanza di considerazione che rivela la totale incomprensione del ruolo cruciale che la cultura può e deve rivestire nella vita di una nazione e di un popolo». 

 

E si aggiunge: «Posto che il criterio su cui si regge l’attuale sistema di distribuzione del Fus dovrebbe essere di carattere competitivo – e conseguentemente meritocratico –, difficile riuscire a giustificare il taglio patito da una struttura di cui si riconosce l’eccellenza quali-quantitativa mentre altri soggetti con punteggi inferiori vedono aumentare il proprio finanziamento». «Per un verso su questa decurtazione pesa sicuramente l’esiguità delle risorse messe a disposizione del sistema teatrale nazionale, palesemente insufficienti a ricoprire il fabbisogno di quella mole di attività che la logica competitiva del tutto ingiustificatamente ha generato in questi ultimi anni (per il 2019 l’ammontare globale del Fus è di € 345.966.856,00 con un aumento rispetto lo scorso anno di soli € 2.025.058,00). Una penuria di risorse, per inciso, che ancora una volta è spia del totale disinteresse in cui versano la cultura e segnatamente il teatro in Italia. Ma a questa insufficienza di risorse si associa anche un meccanismo di riparto dei finanziamenti altrettanto palesemente inefficiente, per non dire “sbagliato”, dal momento che con ogni evidenza premia, nei fatti, gli ottimi risultati con dei tagli. Non è nostra intenzione, quindi», concludono Barbolini e Longhi, «mettere in discussione l’opportunità di applicare meccanismi competitivi, né vogliamo rifiutare le logiche valutative, né tantomeno vogliamo sollevare dubbi circa la correttezza procedurale dell’attribuzione, ma se con la competizione e con la valutazione ci dobbiamo confrontare ci parrebbe coerente che il merito riconosciuto venga (e vada) premiato. Prima ancora che per la tutela degli interessi della nostra struttura, il profondo rispetto che nutriamo per il lavoro teatrale e la consapevolezza di avere in cura la gestione di un bene comune prezioso come il teatro (insostituibile dispositivo generatore di comunità e socievolezza), uno dei valori fondativi della nostra identità culturale italiana ed europea, ci impongono di chiedere ragione di quanto sta accadendo nella quasi assoluta mancanza di attenzione da parte dei più».

 

 

Il discorso si potrebbe allargare mettendo in discussione il metodo competitivo, basato su una ideologia liberista che pretende di valutare la crescita lenta e anomala che la cultura comporta, le accelerazioni improvvise e spesso imprevedibili che l’arte comporta e esige con i metodi del mercato e con un aziendalismo apparentemente temperato, ma non per questo meno alieno dalle ragioni della creazione. Un “bene comune”, inoltre, deve avere la capacità di farsi solidale, di accogliere altre esperienze, anche quelle che non offrano risultati numerici o riscontri immediati. La ricerca e le esperienze anomale (e anche quelle istituzionali coraggiose come il programma di Ert) non sono sostenute, anzi sono penalizzate o ignorate, in un quadro normativo dove alla fine vengono valorizzati soprattutto la produttività e il conformismo. 

Il male sta nella rigidità del sistema, che si è voluto rendere misurabile, e manageriale, affidandosi a quel nuovo idolo spacciabile in vari modi pro domo sua che è la “meritocrazia”, probabilmente per scontare antichi peccati di improvvisazione e arbitrio. Ma in tal modo si sono create gabbie a un’arte che dovrebbe respirare di invenzione, di libertà, di capacità di tenere le antenne e le braccia aperte a quanto di nuovo, di imprevisto, di radicale e necessario va emergendo o anche solo semplicemente sussurrando. 

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