La più lunga finale di Wimbledon

Perché avrò mai accettato di raccontare lo scontro Federer-Djokovic di Wimbledon, io che non guardo il tennis da anni? L’ho giocato in gioventù, bloccandomi sulle giuste impugnature delle racchette a seconda dei colpi, troppo meccaniche le mie esecuzioni per avere la prontezza di rispondere nel modo giusto, al momento opportuno. Certo, il fascino dell’epica dello sport. E poi – non si può negare – la trigonometria del campo in lieve salita di David Foster Wallace, e il vento bastardo del centro dell’Illinois, e quei campioni minori così bene raccontati...

 

Primo ostacolo: non ho Sky, l’incontro è in esclusiva sulla rete a pagamento e lo streaming pirata ormai è difficile, forse impossibile (almeno per le mie competenze). Ti devi accontentare di quelle smilze dirette scritte tutte gergali, con qualcosa di magico perfino, a furia di drop, a rete, incroci, passanti, controbalzo, come ogni cronaca sportiva. Il linguaggio che deve convincere e forse accendere i cuori. Qui, il sangue continuerà a circolare abbastanza tiepido a lungo.

Sono accolto a casa di amici. Ore 15. Pubblico compassato, sugli spalti: ci sono anche i principi reali Kate & William, entrambi in azzurro come gli arbitri di linea a fondo campo, all’inizio piegati sulle ginocchia (gli arbitri, non i principi), pronti a scattare non si capisce dove; poi, a mano a mano che il match avanza, sempre più impalati ed eretti.

I due contendenti hanno riscaldato le cronache dei giornali sportivi e non sportivi, oggi: ricordando molti dati e prima di tutto gli anni, 38 lo svizzero, Federer, che ha una faccia che mi risulta istintivamente più simpatica, 32 l’altro, il serbo, Djokovic, occhi vicini da faina, uno che sembra un calcolatore, uno tosto, di cui c’è poco da fidarsi.

 

 

Inizia la gara e nel primo set l’impressione che si tratti di un perfetto gioco postprandiale domenicale è confermata. Scambi lunghi, da fondo campo: si passa o con una battuta fulminante (dicono che Djokovic spari la pallina gialla a più di 200 chilometri all’ora) oppure quando uno dei due prende in controtempo l’altro e trova un buco nella fortezza della difesa. Lentezza. Federer prima di battere fa frullare il manico nella mano, sicuramente per saggiarne le impugnature per i possibili colpi. Gli unici sprazzi di vitalità sono dei raccattapalle, che guizzano come fulmini per recuperare le sfere rimaste in campo o per porgere l’asciugamani all’eroe contendente.

Beh, non mi sembra che siano di fronte il giusto possente Ettore e il pieveloce Achille, feroce nella sua ira, e neppure il generoso, pugnace e poi folle Aiace. Le statistiche (avevo dimenticato il bombardamento di statistiche, uno ha vinto tanto, l’altro tant’altro, nei confronti diretti sono x a y in una categoria, e poi y a x nell’altra; come avevo dimenticato il cappellino piatto con una palla da tennis sopra e l’altro gemello con una coppa di fragole, finte naturalmente, sulle bionde capigliature di due signorine del pubblico, e anche che assiste pure il patron di Amazon con compagna e vari altri vip, opportunamente segnalati dai siti che coprono lo scontro)… Nel frattempo la mia frase si è persa, come certe risposte di Federer imprevedibilmente scombiccherate in out: le statistiche servono per confermarci l’impressione che abbiamo di fronte piuttosto che due temperamenti umorali d’assalto due calcolatori alla Ulisse. E il campo lo conferma, con quel 7-6 iniziale, chiuso con un ultimo game 7 a 5: equilibrio, come in quel loro gioco che a noi sembra snervante, principalmente a fondo campo, eppure fatto di palle micidiali o velenosamente insidiose, liftate, smorzate, rotanti come neppure i dischi di qualche eroe di manga giapponese, che andrebbero dove vogliono loro se di fronte non ci fosse uno capace di recuperarle come vuole lui.

 

 

Muro contro muro, entropia. Eppure ogni foglia che si muove in questo ambiente apparentemente ovattato, in cui i fan non gridano all’avversario “devi morire, devi morire…” ma si limitano ad applaudire e solo dopo tre set buoni iniziano a scandire, educatamente, il nome di Federer (la maggioranza del pubblico, è chiaro, è con lui, tranne la moglie, spesso inquadrata, che non sappiamo – se per scaramanzia o per coscienza di come questo gioco ad alti livelli sia nelle mani del logoramento dei nervi e del destino – anche quando il marito sembra vincere facile non si lascia scappare un sorriso dalla sua espressione perplessa, ansiosa, corrucciata, ansiogena)… Ho perso per strada un altro periodo e ora provo a rimpiazzarlo tra le linee: ogni foglia che si muove in questo ambiente produce sfracelli. Quando il campione svizzero ha abbandonato il suo precedente sponsor, una famosa casa sportiva, per un più milionario contratto, il titolo di borsa del famoso marchio al quale era legato ha perso più di un punto e mezzo in borsa.

Nel primo set ognuno vince il proprio servizio. Nel secondo qualcosa si muove: Federer attacca un po’ di più (le statistiche non sono comunque dirompenti) e ogni tanto si rivela la magia del gioco: dall’attendismo, improvvisamente, con una corsa sotto rete, un colpo di contrattempo, una penetrazione, una sfida a due in avanti, una schiacciata, uno spiazzamento geniale lo spazio sembra dilatarsi fino alle stelle e oltre e capisci che in quel piccolo rettangolo verde, consumato alla terra sui bordi, può succedere di tutto, come nel cosmo.

Faina Djokovic imprevedibilmente perde un game di battuta, poi un altro, l’avversario incalza o con astuzia e resilienza comunque passa, e qualche volta pure di potenza su battuta (specialità che sembrava riservata al serbo): ed è un netto 6-1 per Nonno Federer con la sapienza ma la passione dei suoi numerosi anni, qui più generoso del rivale.

Nel terzo set si ripete lo scenario del primo, anche se gli attacchi aumentano (non aspettatevi chissà che: qua bisogna durare, stancare, lavorare ai fianchi, trovare un cavallo di Troia), e si finisce di nuovo al tie break, 7-6 e poi 7-4, per la vittoria di Faina. Quarto set, quanto al risultato invece sulla scia del secondo: 6 a 4 per l’asciutto, rassicurante ma a momenti impulsivo Nonno.

Ho abbandonato la diretta dopo tre ore, perché vari messaggi sul cellulare mi ricordano che domani ho un aereo per qualche giorno di vacanza. Seguo qualche streaming scritto, con difficoltà. Ne trovo uno che aggiorna il risultato. E l’ultimo set, il decisivo, viene scandito ancora dalla parità: in questo momento in cui pigio queste lettere sui tasti siamo 4 a 4 e 40 a 30, poi il game è di Djokovic. Passa un bel tempo per l’aggiornamento, forse è uno scambio lungo, là dal fondocampo (nel terzo set c’è n’è stato uno con 26 tocchi).

 

 

Gli eroi sono poco propensi all’assalto, temono la rotta, giocano di calcolo, molte volte di rimessa. E immagino il volto di Mirka, la moglie dell’eroe svizzero, sempre più di pietra, tragico, per scaramanzia o per previsione che a quei livelli la palla è sempre nelle mani degli dei, e che i contendenti non possono tutto. A un certo punto si coprirà il volto e guarderà attraverso le dita socchiuse

Ora sono le 19 di domenica, e Federer ha pareggiato il quinto set. Si va avanti a oltranza, non sappiamo fino a dove. Questo fa smarrire, a differenza degli sport col tempo contingentato. Abbandono qui la cronaca, tanto i risultati, quando leggerete il pezzo, li conoscerete già. E saprete se la signora Mirka, ex tennista esperta di diritti e di rovesci del destino, avrà alla fine almeno sorriso.

 

(Tradisco i miei propositi: ora, mentre revisiono l’articolo, i due sono sul 6 a 6: si continua. Il tempo, come prima lo spazio, si allarga in un’altra dimensione, dove non conterà velocità o lentezza del gioco ma la memoria di una partita che non finiva mai, come si vorrebbe del gioco, dell’amore, della vita. Alle 19.26 sono 8 a 8, in rete il diritto di Federer, pazzesco scrive il commentatore. Alle 19.43 sono 11 a 10, è uno stillicidio, ora chiudo davvero: aveva ragione la signora Federer ad avere dipinta sul volto dall’inizio la corrucciata tensione delle sacerdotesse che aspettano l’apparizione, sempre tremenda, del divino. E avanti ancora, nella più lunga finale di Wimbledon, verso la gloria e la conquista di sempre nuovi sponsor, fino alla delusione con la coscienza di non aver mollato mai).

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