L’architetto come intellettuale

Che l’architetto sia un intellettuale è stato palese fin da quando si è consolidata la sua figura di progettista nel Rinascimento, grazie all’Umanesimo che aveva sancito la superiorità dell’invenzione (intelletto chiaro) sulla perizia del mestiere, di fatto riscattandola dal “magisterio tecnico dell'artefice” in cui giaceva. E ciò a partire dai padri fondatori di questa disciplina in chiave moderna: Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti. Sebbene essi abbiano affrontato il tema del progetto in modi differenti, per non dire antitetici, progettista di cantiere il primo, progettista teorico il secondo, hanno entrambi messo in atto gli insegnamenti del maestro dei maestri, Marco Vitruvio Pollione, che nel Primo Libro del suo trattato, a proposito di chi vuol fare architettura scrive:

 

«… che tu abbia una istruzione letteraria, che sia esperto nel disegno, preparato in geometria, che conosca un buon numero di racconti storici, che abbia seguito con attenzione lezioni di filosofia, che conosca la musica, che abbia qualche nozione di medicina, che conosca i pareri dei giuristi, che abbia acquisito le leggi dell’astronomia.»

 

E poi c’è stato Philibert Delorme, che, come già prima di lui Alberti nella teoria e Brunelleschi nella pratica, ha sottolineato il ruolo dell’architetto anche quale supervisore e coordinatore delle forze produttive impegnate nel cantiere, ribadendolo nel suo Premier Tome de l’architecture del 1567.

Ma oltre a tutto questo, per un architetto vi è ancora molto, ma molto di più. L’architettura, infatti, per lo stesso motivo di progettare e costruire i luoghi della vita dell'uomo, ha a che fare pure con la politica, termine da intendersi nella sua accezione etimologica di attività concernente le cose che attengono alla comunità sociale, quella per cui Homo est natualiter politicus, id est socialis, (come Tommaso d’Aquino ha reso l’aristotelico ζῷον πολιτικόν, zõon politicón).

 

“L’architetto – oggi come nei momenti storici precedenti – mette la propria opera a disposizione della società in cui vive.” Scrive Marco Biraghi nel suo saggio L’architetto come intellettuale (Einaudi, pp. 209; € 21,00).

“L’architetto ha spesso rivestito un ruolo di consigliere e di propositore, oltreché di realizzazione. E in non poche occasioni è arrivato anche a calarsi – in passato – nei panni del pensatore, dell’utopista, del sognatore, declinando l’etimologia del progetto nel suo senso più diretto e immediato: quello di un’evocazione – qui e ora – del futuro (proiectus in latino è propriamente l’azione del gettare in avanti, e dunque del proiettare)”, continua Biraghi.

Questo almeno in teoria e, nella pratica, specificamente soltanto in alcune epoche storiche che lo studioso milanese nel suo volume esamina con attenzione, interrogandosi sul perché oggi non sia più così e cercando di dare anche delle risposte. Circa il motivo per il quale nella odierna realtà esista uno scollamento fra il pensare l’architettura e la città in termini etico-sociali e il costruirne le parti, egli ravvisa, almeno in Italia, un’innegabile premessa nella frattura determinatasi dalla metà degli anni cinquanta fino alla metà degli ottanta, o poco più, fra il ragionare attorno a questa disciplina (nelle università, sui libri e sulle riviste di settore) e l'edilizia tout-court. Egli nota come quest’ultima, abbandonata a se stessa dagli intellettuali-architetti, rinserratisi, in “aristocratica separatezza", nella loro turris eburnea, sia progressivamente degenerata nella più bieca speculazione, sotto la pressante spinta del mercato e dei cospicui interessi che lo connotano.

A tale proposito, come non ricordare il romanzo di Calvino, intitolato proprio La speculazione edilizia? Vi si racconta, infatti, la storia di un giovane intellettuale di sinistra, che pur avendo militato nella Resistenza, negli anni cinquanta, con il miraggio di un ricco guadagno, si adegua ai tempi della selvaggia speculazione edilizia in atto e, accantonato il suo impegno civile, asseconda un imprenditore d'assalto, come purtroppo ce ne sono stati tanti, mettendogli a disposizione la sua proprietà sulla riviera ligure e rendendosi così complice della devastazione del territorio. 

Della vicenda da lui narrata, così ha scritto lo stesso Calvino: 

 

“Di solito mi piace raccontare storie di gente che riesce in quel che vuol fare (e di solito i miei eroi vogliono cose paradossali, scommesse con se stessi, eroismi segreti) non storie di fallimenti o di smarrimenti. Se nella Speculazione edilizia ho raccontato la storia di un fallimento (un intellettuale che si costringe a fare l’affarista, contro le sue più spontanee inclinazioni) l’ho raccontata (legandola molto a un’epoca ben precisa, all’Italia degli ultimi anni) [nda: anche se è stato pubblicato nel 1967, il romanzo è stato infatti scritto nel 1953] per rendere il senso di un’epoca di bassa marea morale.”

 

Che oggi l'intellettuale non sia più ‘organico’ come lo voleva Antonio Gramsci è un fatto assodato in ogni campo del sapere, con buona pace degli architetti (che essi siano maledetti o meno) e Biraghi lo constata nel suo libro facendo ampi riferimenti agli studiosi che hanno indagato il fenomeno, da Walter Benjamin, a Zygmund Bauman, a Jean Baudrillard, da Franco Fortini, a Tomás Maldonado, a Michael Walzer, a Jürgen Habermas, a Karl Kraus e a molti altri ancora.

Di una ‘architettura organica’ scriveva anche Bruno Zevi, nel suo omonimo saggio del 1945, quando, a proposito della ricostituzione post bellica, auspicava un’architettura che “ha alla base un'idea sociale, non un'idea figurativa; […] che vuole essere, prima che umanistica, umana.”

Purtroppo non è stato così, eccezioni a parte, naturalmente. 

Ma tornando a parlare dell’intellettuale, e, nello specifico, dell'architetto, la separatezza che si è venuta progressivamente a creare fra la disciplina che egli professa e la cultura intesa nel senso più lato, fra la prassi del costruire e il destino civile connesso agli interventi architettonici che inevitabilmente trasformano l’ambiente di vita dell’uomo, ha portato “il generalizzato ritorno in auge, in tempi recenti, dell’architetto come professionista, ovvero come figura semplicemente dotata di capacità tecniche", sostiene opportunamente Biraghi, dando origine quasi a una sorta di ‘a rebours’.

Tale processo, in una società fortemente mediatizzata come è l’attuale, ha permesso il generarsi del fenomeno delle archistar (o star architect, o starchitect), che assimilano l'architetto di successo (ma in questo campo non sempre il successo decretato dai mass media coincide con un intrinseco valore della sua opera) agli attori, ai cantanti, ai calciatori e a tutti gli altri protagonisti dello show business. E questo perché nella società dell’intrattenimento, anche l’architettura – transitata dal binomio forma/funzione, predicato dal modernismo, al binomio forma/esposizione, caro alla cultura postmoderna – deve fare spettacolo e l’archistar ne è uno dei giullari.

“Oggi all’architettura (e alla città)” continua Biraghi “sembra non si chieda nulla di più che dar forma visibile e tangibile ai negotia, agli affari, vale a dire a quello spirito commerciale cui sono improntate nel modo più profondo e completo le società e – all’interno di esse – le vite occidentali.”

Di questi tempi, l'architettura, asservita come è alla società dei consumi, è impegnata nella realizzazione di svettanti grattacieli per le multinazionali e di magniloquenti edifici per lo shopping nei quali “i cittadini-consumatori paiono felici di rispecchiarsi” e attorno ai quali sorgono le moderne residenze di lusso (anch'esse griffate!), così come un tempo, a seconda delle differenti epoche storiche, esse venivano invece edificate in prossimità dell'agorà, del foro o della piazza della cattedrale, e, più recentemente, lungo i boulevard. E il contemporaneo architetto-ancella altro non è chiamato a fare lì se non ad aggiungere ‘originalità’ alla forma di regole e valori stabiliti da altro/altri, traducendoli, nel modo più seduttivo e persuasivo possibile, in spazi, in luoghi, in oggetti: in merce, insomma, che contiene e mette in mostra, oltre a se stessa, altra merce. 

In alcuni casi, oggi l’architetto è chiamato addirittura a “spingersi al di là delle proprie tradizionali competenze disciplinari, in qualità di suggeritore di possibili funzioni e utilizzi" asserviti alla logica del consumo, senza che gli sia concesso alcun diritto di critica.

Esempi evidenti sono ben riconoscibili, poiché ipersaturi di tale logica, proprio a Milano, nella zona dell’Isola e a City Life, dove si è concentrato l’intervento delle archistar nostrane e internazionali, tanto negli edifici di ‘rappresentanza’ commerciale, quanto in quelli residenziali (con o senza giardini cartesianamente orientati).

Lo sviluppo capitalistico ha di fatto costretto l’architettura ad abdicare all’utopia, riservandole soltanto il dramma di “vedersi obbligata a tornare pura architettura, istanza di forma priva di utopia e, nei casi migliori, sublime inutilità” (Manfredo Tafuri, 1973).

 

Dopo aver affrontato il tema della ‘casa come merce’, dalle Siedlungen di Francoforte di Ernst May alla ‘machine à habiter’ di Le Corbusier, quale ulteriore effetto della soggiacenza dell'architettura alla logica del capitale, Biraghi dedica molte pagine alla questione della ‘architettura come immagine' (come immagine del capitale, ovviamente), adducendo ad esempio alcuni edifici divenuti iconici: dal Guggenheim Museum di New York, di Frank Lloyd Wright (1943-1959; da poco entrato a far parte del Patrimonio dell’Umanità/UNESCO), all'Opera House di Sidney, progettata (e poi misconosciuta) da Jørn Utzon (1957-1973); dal Centre Pompidou di Parigi, di Renzo Piano, Richard Rogers e Peter Rice (1971-1977) – “che proclama apertamente che il nostro tempo non sarà mai più quello della durata, che la nostra sola temporalità è quella del ciclo accelerato e del riciclaggio, quella del circuito e del transito dei fluidi", Baudrillard, 1977 –, al Guggenheim Museum di Bilbao, di Frank O Gehry (1991-1997).

“Anziché essere forme agonistiche, le icone contemporanee sono la manifestazione finale e celebrativa della Grundnom dell'urbanizzazione; la vittoria dell'ottimizzazione economica sul giudizio politico” (Aureli), sono parte integrante del circuito (o circo?) della spettacolarizzazione capitalistica. In questa arena, all’architetto è riservato il ruolo di creatore di spettacoli, una sorta di moderno lanista, che anziché addestrate gladiatori, ammaestra edifici, abbellendoli, con la volontà di stupire, per la “festa del capitale" che non ha mai fine.

Senza voler forzatamente far rivivere anacronismi, Marco Biraghi nel suo testo si interroga sulle possibilità che ha oggi l’architetto di superare questi impasses, per tornare, in futuro, a “farsi interprete attivo della realtà”, riscattando l'architettura dal ruolo di “comparto operativo del capitale" di cui è prigioniera.

 

Giancarlo De Carlo, Villaggio Matteotti, Terni, 1969-1975.


A tale proposito, egli analizza e studia alcuni esempi, la cui linfa è fonte di germinazione di aspettative. Ed eccolo allora affascinarci con il racconto dei progetti di due dei New York Five Architects, tra i più intellettuali fra gli architetti, quelli ‘impossibili’ di John Hejduk e quelli della visione collettiva (ma non politica) di Peter Eisenman, con le sue case concettuali, concepite “al di fuori della prassi". Ma è sul modello dell’architettura ‘partecipata’ del nostro Giancarlo De Carlo che si concentrano le speranze per il futuro auspicate da Biraghi. Infatti “nel saper rifiutare (o quantomeno riformulare) il proprio ruolo di ‘tecnico', De Carlo reimposta il rapporto con la committenza in termini politici.” Il suo Villaggio Matteotti, a Terni (1969-1975) è “un intervento giustamente celebre, non solo per i suoi esiti, che ne fanno un frammento di architettura di grande qualità del secondo dopoguerra, nonché un complesso fortemente identitario e unitario (nonostante la mancata realizzazione della parte destinata ai servizi pubblici) ma soprattutto per la ragione che – tra i primi in Italia – il Villaggio ha visto la partecipazione degli utenti al processo di progettazione.”

 

Alejandro Aravena, social housing, progetto di open building Quinta Monroy, a Iquique, Cile, 2004. In alto a sinistra foto fatta al termine del cantiere, nelle altre foto varie riconfigurazioni con modifiche apportate dagli abitanti.


A destare interesse è anche la dirompente forza di Alejandro Aravena, che coraggiosamente afferma: “[noi architetti] non siamo consulenti, siamo autori. Questo significa correre il rischio di fare proposte”. E le sue proposte si sono concretizzate nei famosi progetti di social housing a bassissimo costo, ‘open building’ che prevedono la possibilità di riconfigurare l’edificio nel tempo, a seconda delle necessità di chi lo abita, con interventi di autocostruzione, come nel caso di Quinta Monroy, ad esempio, realizzato a Iquique, in Cile e completato nel 2004, che si compone di 93 edifici. Oltre ad altri prestigiosi riconoscimenti, nel 2016, i suoi lavori a forte impronta sociale, gli hanno guadagnato il Pritzker Prize, premio che per l’architettura corrisponde al Nobel.

 

Lo studio di Biraghi ci introduce, tra l’altro, anche nel mondo dell'olandese John Habraken che, con il suo SAR (Stichting Architecten Reserch), ha teorizzato la partecipazione di utenti e residenti al processo di progettazione degli alloggi di massa. Per non parlare poi della frequenza con cui sulle sue pagine ricorre il lucido pensiero (ergo, giudizio storico) di Pier Vittorio Aureli, che, nei suoi fondamentali saggi, incentrati sulla relazione fra architettura, teoria politica e storia urbana, ha restituito valore alla ricerca teorica in architettura. I suoi progetti (studio Dogma) “costituiscono riflessioni per parole e immagini sul rapporto tra architettura e città, ovvero sulla possibilità che l’architettura torni ad avere senso e ruolo nella costruzione della città e non la città a rappresentare il luogo di mera accumulazione dell’architettura “.

E non mancano neppure le prese di posizione, soprattutto contro il minimalismo modaiolo di certe archistar (con una lunga e opportuna digressione su come è stato variamente interpretato il “less is more" miesiano), e neppure vi si risparmiano critiche alla superficialità delle recenti Biennali d'architettura (si legga qui il suo articolo sulla 16. Mostra Internazionale di Architettura 2018).

Insomma, questo libro – che ci aiuta a riflettere, mentre ci invita a constatare l'evidente che al nostro sguardo, forse distratto, oppure perché incline a lasciarsi sedurre più dalla poesia della forma o magari dalla sua forza, era sfuggito – si connota come lo studio assolutamente necessario per fare il punto sull’odierna condizione dell’architettura e sull’urgenza di riscattarla dalla subalternità alla società del capitale e dei consumi. Per quanto riguarda poi l’architetto, quello dello studioso milanese è un monito ed un auspicio a che questi si riappropri finalmente del ruolo che gli compete, di intellettuale capace di intervenire nella realtà e di “mescolarsi attivamente alla vita pratica" (Gramsci), per dare origine a un’“architettura responsabile", concependo progetti destinati all'uomo inteso sia dal punto di vista politico che sociale (nell'accezione aristotelica, ça va sans dire).

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