Morte degli appunti

Ho cominciato da qualche settimana il mio ennesimo corso universitario. Da parecchi anni, si sa, non si può più fare a meno dei power point (sostituto attuale dei cari, vecchi lucidi da lavagna luminosa, a loro volta rimpiazzi di gessetti e grafite), che al di là della loro reale utilità, e ancor di più di quel che proiettano (definizioni, informazioni, parole, immagini, grafici..), connotano parecchio un qualsiasi speech come ‘lezione universitaria’, o comunque come ‘discorso serio’. Un discorso senza power point sa di fuffa. Una fuffa con power point sa di discorso serio. Così, se ti presenti a lezione a mani vuote gli studenti come minimo chiamano Tremonti (ieri) o Di Maio (oggi) al Messenger di Facebook per segnalare l’ennesimo barone universitario ciarlatano e fannullone.

 

È l’andazzo: occorre adeguarsi. Al punto che, come è stato detto in termini forse un po’ deterministi, ne è nato un powerpoint-pensiero, una forma di argomentazione – e di concettualizzazione – plasmata dalla specifica forma di questa applicazione, da quel che consente o non consente di fare (e di dire) e, soprattutto, da quel che obbliga a fare (e a dire). È la software culture, ragazzi, di cui – da Lev Manovich in poi – mai abbastanza si discute.

Ma, qui e ora, non è questo il punto. Semmai, il fatto è che, quest’anno, mi sono accorto di una nuova, sfacciata tendenza. Nei tempi antichi gli studenti prendevano gli appunti sul quadernetto (a partire dalle parole del docente). Poi si limitavano a copiare, o a sintetizzare, quel che c’era scritto sul power point (senza ascoltare il docente). Adesso l’hanno risolta diversamente: fotografano le slide (senza dunque ascoltare il docente, e senza neanche leggere le slide). La memoria è delegata alle foto, figuriamoci la comprensione della lezione. Scripta manent. Foto, se lecito, rimanent. Interrogati molti colleghi in giro per l’Italia e non, sembra che la cosa sia abbastanza diffusa. Escamotage efficace? Al netto degli usuali apocalittici, probabilmente sì. Del resto, scagli il primo crucifige chi non ha mai usato la fotocamera del telefonino in una libreria o a una mostra, per memorizzare la copertina di un libro da ordinare su internet o il panello riassuntivo di un percorso espositivo da riutilizzare per una recensione. Comodissimo, rapido, indolore.

 

 

Quel che ci interessa adesso è altro. Non moralismi ma osservazioni etnografiche e netnografiche. La prima potrebbe essere questa: è giunta la fine dell’arte di prendere appunti, in qualche modo rielaborando concetti o fissando le notizie necessarie per farlo in un secondo tempo. Niente è più intimo delle note personali, prima fase necessaria per l’assorbimento di qualsivoglia argomento, soprattutto se, di lì a poco, da riproporre all’esame. Mi sono sempre chiesto, a questo proposito, come potesse esser nato un mercato (manco tanto clandestino) degli appunti altrui: in rete esistono decine di siti dover poter scaricare annotazioni anonime per gente anonima, con l’implicita idea (fortemente tecnocratica) che essi restituiscano una qualche forma di oggettività – o di impersonalità – del sapere. Oggettivare gli appunti significa annullarne il senso e il valore, in nome del principio – tanto discutibile quanto diffuso – di una serie di pillole di sapere da ricevere e ritrasmettere così come sono, senza interpretazione, senza riflessione, senza senso. Fotografare le slide è il grado massimo di questa oggettivazione: utilizzando il vecchio mito della foto come forma diretta di presa sul reale (messo in discussione da chicchessia, ma duro a morire), si annulla non solo il gesto fisico della scrittura degli appunti, ma la sua significazione antropologica.

 

In più, va ricordato che a questi ragazzi era stato detto e ripetuto che quelle slide sarebbero state rese disponibili in rete, nella pagina docente dell’ateneo, al più presto. Operazione, anche questa, abbastanza diffusa tra le università europee. Allora, perché fotografare quel che è in ogni caso accessibile? E lì scatta un meccanismo differente, legato all’altro mito, anch’esso ancestrale e sempiterno, della foto come istantanea sulla continuità della vita, fermo immagine, cattura dell’attimo fuggente. Una specie di Cartier-Bresson nelle aule universitarie. E qui è dunque diverso: la slide fotografata non è più tale perché considerata necessaria ma, forse, perché ritenuta illuminante: c’è qualcosa che colpisce, e che si ritiene debba essere immortalato. Perché, poi, non si sa. Torna così la vecchia dicotomia barthesiana: se nel primo caso avevamo a che fare con lo studium (letteralmente), qui è probabilmente il punctum ad avere la meglio.

 

Ma l’aspetto più interessante della questione è quello per cui ci permette di ritornare ancora una volta alla vessata questione delle gerarchie fra parola e immagine, verbalità e visualità. Dopo le lunghe, interminabili diatribe circa la cosiddetta civiltà dell’immagine che avrebbe dovuto caratterizzare il nostro passato prossimo (quello dei media elettronici, per intendersi) a dispetto di una precedente cultura legata alla predominanza del linguaggio verbale, l’emergenza di computer portatili, telefonini, tablet e smartphone ci aveva convinti del fatto che fosse subentrata una nuova era: quella di un ritorno, o di una riaffermazione, della scrittura. Eccoci tutti a compulsare tastiere, reali o virtuali, a digitare lettere su lettere, segni d’interpunzione e punteggiatura varia, a comporre messaggi e testi, messaggini e testicciuoli, magari non paragonabili ai sonetti di Petrarca o agli haiku di Basho, ma comunque di natura indiscutibilmente linguistica. Certo, ci sono le abbreviazioni e le emoticons, ma in fondo anche i manoscritti medievali erano ricchi di miniature. Ed ecco che, manco il tempo di abituarsi all’idea, che viene fuori un’ennesima rivoluzione semiotica: l’immagine fotografica riprende il sopravvento, facendo dello scritto la sua materia di rappresentazione. 

 

La cosa andrebbe insomma esaminata a fondo, e discussa. Da una parte, a dispetto d’ogni espressività fotografica, come anche d’ogni pungolatura affettiva, la fotografia sembra cambiare profondamente di statuto, e farsi puro strumento di lavoro, acchiappafantasmi alfabetica. Di modo che gli studenti non riscrivono ma leggono, e leggono in un’immagine. D’altra parte, questo cambiamento di statuto ha qualcosa di una rivoluzione antropologica: il reale fotografato, difatti, non è più fatto di cose e di corpi, di paesaggi e di visi, ma di lettere e numeri, grafici e diagrammi. La famigerata mimesi artistica, e per la precisione quella che era stata intesa come la mimesi più riuscita nella storia, la fotografia, ecco che imita non più la realtà sedicente tale (l’essere in quanto essere, insomma) ma il linguaggio, anzi i linguaggi. È la fine d’ogni ingenua credenza nell’opposizione fra realtà e immagine, fra ontologia e linguaggio, cose e segni. Finalmente! Grazie ragazzi: continuate, continuate…

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