Occhio rotondo 4. Beirut

26 Marzo 2023

L’albero, un cespuglio fronduto di sempreverde, s’irradia in ogni direzione proprio davanti alle rovine. I palazzi alle spalle sono quelli di Beirut. La foto l’ha scattata Gabriele Basilico. Era il 1991, invitato con altri fotografi internazionali per documentare gli effetti della guerra fratricida che aveva insanguinato il Libano dal 1975 al 1990.

Da quel momento il centro di Beirut, ritratto da Gabriele, è diventato l’immagine d’ogni guerra appena conclusa; meglio, delle conseguenze d’ogni conflitto combattuto dentro il perimetro d’una moderna città, nel suo cuore. Non erano le prime fotografie del genere che si vedevano; c’erano state le macerie di Berlino e Dresda nel corso della Seconda guerra mondiale, e dopo molte altre in differenti città. Tuttavia queste immagini possiedono qualcosa di diverso e di particolare rispetto a quelle riprese nella capitale tedesca dopo il passaggio dei bombardieri alleati.

I palazzi ritratti da Basilico a Beirut sono in buona parte ancora in piedi, non mostrano l’immagine d’una capitale rasa al suolo. Per quanto devastata, Beirut è solo ferita, non uccisa. Le case sono state fatte segno di colpi di mitragliatore o di armi pesanti: non le hanno cancellate. Ci sono ancora. Le ferite si vedono bene, ma sono appunto ferite: buchi, tagli, sbreghi, fratture. L’unica altra città simile che conosco è Pripyat, la città della centrale nucleare di Černobyl in Ucraina, ma là è accaduto al contrario. Prima c’era stato l’abbandono delle case per via della radioattività, cui è seguita la decadenza progressiva degli edifici: rovine al rallentatore.

L’inverso di quanto accaduto nella capitale libanese. A Pripyat le rovine proseguono ancora oggi la loro dissoluzione. Tra le tante immagini scattate da Basilico in quel viaggio a Beirut – uno dei quattro viaggi da lui compiuti nella capitale libanese nell’arco di qualche decennio – questa con il sempreverde al centro è quella che mi colpisce di più. Per via dell’albero davanti alle abitazioni devastate: un’oasi cresce verso l’alto, e ancora prima si slancia di lato. Le case, prive di finestre e semidiroccate, sono ancora lì. Poi sotto il cappello verde, all’ombra, c’è un carretto, anzi due carretti, e i due venditori (saranno davvero due, o è uno solo, quello seduto sulla sedia?).

Se provo a guardare meglio mi sembra che offra cibo, qualcosa di edibile. Non riesco a capire cosa. Non c’è nessuno in giro, nessuno fermo ad acquistare. Cosa importa? Ciò che conta è che siano lì, che qualcuno stia aspettando chi passerà da quelle parti. Chi, non si sa. Ma prima o poi qualcuno passerà, l’uomo ne è certo. Le città sono così, capaci di sopravvivere a sé stesse, persino alle guerre. A volte sono devastate e, se abbandonate a causa della loro distruzione, decadono e scompaiono. Di loro non resta traccia. Beirut è una città che ha avuto molte vite, alcune favolose, altre tragiche, alcune fortunate, altre sfortunate.

Una città più volte martoriata, come è accaduto nell’agosto del 2020 con l’esplosione nell’area del porto. L’albero e i due uomini col carretto leniscono le ferite delle case, le cicatrizzano in qualche modo, addolciscono almeno in parte la crudeltà di chi si è accanito contro le costruzioni – feritas, dal latino, significa: “fiero”, “feroce” – senza pensare che altri uomini come loro le avevano costruite e abitate. Le ferite sui muri sono le tracce della caccia all’uomo che è avvenuta in queste strade del centro, una caccia spietata, con morti e feriti. Le case sono rimaste lì, come l’albero che allarga le sue verdi braccia il più lontano possibile. La vita infine ritorna.

 

Per la foto di Gabriele Basilico, Beirut 1981, copyright Ritorni a Beirut-Back to Beirut, a cura di Giovanna Calvenzi, Contrasto 2023

 

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