Pietro Citati, il grande dilettante

29 Luglio 2022

Pietro Citati aveva esordito come critico variantista. Allievo di Contini alla Normale di Pisa aveva passato la giovinezza chino sulle varianti del Giorno di Parini. Magari mangiava poca pastasciutta, come amava dire era in effetti l'immediato e povero Dopoguerra ma pensava, esattamente come il suo Maestro, che seguire passo passo l'approssimarsi di un testo alla sua forma definitiva fosse la reale missione del critico. Poi qualcosa mutò, nella sua concezione della critica e della letteratura. 

A partire dai primi anni Sessanta, da quando cioè fu critico militante del “Giorno”, assieme ad Arbasino. Diceva Cesare Cases: “sulle colonne di quel giornale si aggira uno strano essere: l’Arbasati”, ircocervo nascente dall'unione dei due cognomi di quegli allora giovani scrittori, poco più che trentenni.

Citati rifiutò quindi lo specialismo, la coltivazione metodica di un territorio ristretto, e scelse la via del dilettantismo. Non certo nel senso deteriore della parola, ma in quello alto, quello che si ritrova in Montaigne, che a Citati pareva non a caso un supremo esempio di dilettante. Inoltre nella parola era contenuta la nozione del piacere, del diletto, appunto. Citati non poteva scrivere senza provare piacere per quello che scriveva. E qui cade opportuno menzionare un altro dei suoi maestri ideali, ossia Leo Spitzer, di cui, nel 1959, il Nostro curò una splendida silloge di scritti, su Proust e altri scrittori e poeti francesi dell'Otto e Novecento.

Anche per Spitzer la scrittura critica non poteva mai andar disgiunta dalla voluttà “Es ist eine Wohllust Wortforscher zu sein” (“Essere filologo è voluttuoso”).

Proprio nel saggio introduttivo a quella silloge Citati tratteggiò il profilo del critico che sarebbe stato di poi, fino alla fine. Un critico mimetico. Memore non più o non tanto di Contini, quanto piuttosto di Sainte-Beuve, ossia di un saggista che amava mescolare la fisiologia alla filologia. Citati, come il suo augusto modello francese, amò disegnare ritratti (Portraits).

Erano ritratti di autori ristretti in poche pagine o distesi per interi volumi, in cui le vicende biografiche e quelle bibliografiche si intrecciavano inestricabilmente e in cui, sopra ogni cosa, lo stile citatiano si conformava a quello dell'autore prescelto. Il Nostro imitava, rispecchiava, aderiva minuziosamente alle pagine dell'originale.

Maestoso e torrenziale nel suo libro su Goethe (1970), dedicato in particolare al Meister e al secondo Faust. Asciutto e ossessivo nel volume su Kafka (1987). Nobilmente prolisso nel testo su Proust (La colomba pugnalata, 1995). Parafrastico ed essenziale in quello sull'Odissea (La mente colorata, 2002).

Un altro scritto rivelatore del metodo citatiano si ritrova in Ritratti di donne, raccolta del 1997. Qui, nell'Arte del ritratto per l'appunto, egli confessa la propria ascendenza proustiana. Per lui infatti Proust non era stato solo un eccelso romanziere, ma anche un ottimo critico. Da questi il Nostro derivava una coppia di concetti che lo guidavano sempre nella composizione di un saggio critico: la claire analyse e la récréation vivante.

Prima bisognava scomporre un testo nei suoi minimi dettagli, nelle sue tessere minute; con una pazienza infinita, degna di una mano che non pare avere nervi; poi però bisognava rimettere insieme gli elementi scomposti, ricomporli in un ordine sintetico superiore, al limite del pastiche, arte nella quale effettivamente Proust eccelleva.

Quest'unione di due auctoritates proverbialmente in antitesi, come Saint-Beuve e Proust (ricordiamo che è da un abortito Contre Saint-Beuve che è nata la Recherche) è tipica di Citati, che se ne infischiava di contraddire ortodossie e idee ricevute.

Incidentalmente si potrebbe osservare che la metodica proustiana, con quel movimento di analisi e ricomposizione ricorda assai da vicino la dialettica platonica, quale è descritta nel Fedro, con le sue due fasi di diaìresis e synagogè. E non è a caso che scriviamo ciò: abbiamo adesso tra le mani la copia del Fedro (a cura di Giovanni Reale) della fondazione Valla, la migliore collezione di classici latini e greci che esista in Italia. Ne fu ideatore, fondatore e direttore per lunghi anni proprio lui, Pietro Citati. Nei primi anni Settanta tradusse anche alcuni testi della collezione. 

Si occupò anche della BUR poesia: e come sono riconoscibilissimi i risvolti della Valla così lo sono anche molte quarte di copertina della BUR poesia, quella di Lucano, Borges o Baudelaire per esempio. A Citati piaceva molto questo lato del lavoro editoriale, del compilatore anonimo di paratesti (che però lascia di proposito alcune tracce assolutamente personali).

Abbiamo detto del periodo del “Giorno”, che durò fino al 1973. Poi venne la consacrazione del “Corriere” e poi, dal 1988, la collaborazione a “la Repubblica”, iniziata con la recensione, in prima pagina, delle Nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso.

Andrebbe però anche menzionata la collaborazione a una rivista ormai dimenticata, come il “Punto”, dove recensì opere in prosa; accanto a lui, in redazione, un giovane Pasolini recensiva invece le opere di poesia. A Pasolini Citati dedicò un bel ritratto (1959) che fu poi raccolto nel Tè del cappellaio matto (1972) e fu lui a scriverne il necrologio sul “Corriere” il 3 novembre 1975.

Fu amico intimo di Calvino, di Bertolucci, di Caproni, di Manganelli, di Fruttero e Lucentini e molti altri. Ma, soprattutto, fu amico di Carlo Emilio Gadda. Fu lui a preparare l'edizione Garzanti (1958) di I viaggi, la morte e sempre lui a curare i rapporti tra il difficile autore e l'altrettanto difficile editore. Memorabili le lettere di Gadda a Citati, uscite nel 2013.

Oggi l'Italia ha perso un critico versatile, polimorfo, assai duttile e poco incline alla sclerosi delle formule. Un uomo che viveva di letteratura, letteratura senza limiti di tempi e luoghi. Quando, nel 2005, uscì il Meridiano che trasceglieva un'ampia parte della sua opera, il titolo era La civiltà letteraria europea, ma il sottotitolo, assai significativamente, andava da Omero a Nabokov.

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