Codice Bin Laden

Dunque hanno ucciso Bin Laden, e buttato via il corpo. Non ci sono fotografie – anzi hanno commesso il lapsus di esibirne una falsa – sostituite dalla prova del dna. Sembra l’illustrazione di un testo di Baudrillard: il “delitto perfetto”?

Niente più documentazione fotografica, bisogna anzi mettere anche il cadavere al riparo da future verifiche, da future immagini.

Sparito il corpo del capo. Per non esibirlo al ludibrio delle folle? Per non farlo diventare oggetto di culto? Per farlo entrare nell’immaginario, invece che nel simbolico? O viceversa? O forse perché è finalmente finito – dichiarato finito – il culto del corpo del capo?

Gettato in mare aperto, perché non ci sia neppure un luogo che diventi di culto. Morte liquida: sarà Bauman a commentare questo aspetto.

 

Invece della fotografia è stato prelevato un campione di dna. Baudrillardianamente, cioè, si è dichiarata chiusa l’era della rappresentazione e sancita quella del codice: niente più esseri umani personali, ma solo macchine di decodifica di catene di amminoacidi.

E la verifica del dna come è avvenuta? Altro lapsus baudriallardiano: sulla analogia con il dna della sorella. È dunque Bin Laden perché è il fratello di lei. Somiglianza di codici, non di immagini, e tuttavia somiglianza simulacrale, per così dire, cioè non per individuazione ma come parte di una catena, di una serie, come copia senza originale.

 

Bin Laden consegnato alla postmodernità, davvero finito, svuotato alla perfezione, dissolto, disciolto per sempre, eliminato.

Restano le immagini di quando era vivo, ma saranno presto dichiarate false – o comunque indecidibilmente verificabili – come quella che è stata esibita.

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