La lampada Tolomeo di Michele De Lucchi

Dieci oggetti per l'estate

 

Se De Lucchi non si chiamasse Michele, gli starebbe bene il nome di Tolomeo. Un nome da antico scienziato greco, così in sintonia con la sua barba lunga e folta da filosofo, tanto simile a quella del ritratto che Lisippo ci ha lasciato di Socrate e così consono al connubio fra amore per il rigore e per la logica e il rispetto per la natura che caratterizzano la sua etica progettuale. 

Invece, a chiamarsi Tolomeo è la più famosa tra le sue creazioni, quella che più di ogni altra ha legato il suo nome alla storia del design e al successo del made in Italy. 

Per sua stessa ammissione, Michele De Lucchi (1951) ama disegnare e anche se i suoi progetti sono oggi resi con sofisticatissimi software (utilizzati soprattutto dai quaranta collaboratori del suo studio), lui non si separa mai dai propri taccuini, sui quali appunta idee, durante i viaggi in aereo, in treno e ogniqualvolta gli è possibile. Così ha scritto in proposito: «Mi è sempre piaciuto disegnare e le scelte più importanti della mia vita sono state molto influenzate da questa necessità.»

 

Aveva solo 35 anni, ma era già un designer affermato, con alle spalle l'esperienza di Cavart e dell’architettura Radicale, di Studio Alchimia, di Memphis e di Olivetti, quando, un giorno, si è presentato a un incontro con il presidente di Artemide Ernesto Gismondi, “l'ingegnere”, colui che l’ha fondata nel 1959 con il motto: “tecnologia, creatività, umanesimo” e al quale nel giugno di quest'anno è stato finalmente conferito il Compasso d’Oro alla carriera.

Anche allora Michele aveva sotto il braccio il suo inseparabile taccuino, che, per l’occasione, aveva riempito con schizzi di lampade, tra cui ce n’era anche una che aveva disegnato quasi solo per se stesso. Si trattava di una lampada a braccio mobile ed estensibile, a molla, che egli aveva concepito per poter meglio illuminare le proprie fatiche al tecnigrafo (a quel tempo non c'erano ancora i computer), ma soprattutto per farlo “alla sua maniera”, in sostituzione della vecchia e gloriosa Naska Loris (la celebre lampada da lavoro prodotta nel 1933 dall'omonimo marchio norvegese).

 

 

Michele De Lucchi, lampada Tolomeo, 1986-1987, schizzi e disegni vari.


E Gismondi, che, si sa, ha il fiuto di una vecchia volpe, fra le tante proposte di lampade che De Lucchi gli sciorinò quel giorno, finì per scegliere proprio quella. Un anno dopo era già in commercio, grazie anche alla collaborazione di Giancarlo Fassina, del centro ricerche interno alla casa produttrice, che contribuì alla messa a punto dei meccanismi di tensione inseriti nei bracci. Quella lampada fu chiamata Tolomeo, con un nome greco antico, così come greco antico è il nome che il brand ha mutuato da quello della dea della caccia, figlia di Zeus e sorella gemella di Apollo, e alla greca erano anche chiamati quasi tutti i prodotti della nota azienda milanese, consuetudine che ha abbandonato soltanto in tempi piuttosto recenti.

«Tolomeo, all’epoca non si chiamava ancora così», ha ricordato Michele De Lucchi in un’intervista apparsa nel gennaio 2017, sul Magazine di Artemide, Lighting Fields, n.6, in occasione del trentesimo compleanno della lampada, «perché il nome è stato deciso la notte prima che venisse presentata al Salone del Mobile. Ernesto faceva ogni anno una lista di nomi, e Tolomeo ci sembrava il personaggio più adatto a rappresentare la lampada, perché era un astronomo, un matematico, insomma era quello più adatto all’idea di una mentalità scientifica.»

 

Michele De Lucchi, lampada Tolomeo, dettagli.


La scientificità di Tolomeo risiede nel suo sistema di snodi, inserito nei bracci che supportano il paralume in cui è contenuta la fonte di luce. Sono infatti gli speciali snodi di cui è dotata a renderla orientabile e addirittura manovrabile con l’impiego di una sola mano. A tale proposito, così ha dichiarato Michele De Lucchi:

«In realtà il meccanismo è nato osservando i pescatori che pescano con la lenza. […] Mi sembrava intelligente che, con un piccolo braccio di leva e un cavo, si potesse sospendere un’asta alla quale attaccare qualche cosa […] così come funzionano i trabucchi, le antiche macchine da pesca diffuse soprattutto in Puglia, in cui le aste che servono a sostenere la rete sono tenute da una serie di corde.» Si veda qui, a questo proposito, un breve video tratto dal documentario realizzato da Alessio Bozzer nel 2013, dal titolo “Perché un film su Michele De Lucchi”.

 

Oltre alla sfida con la Naska Loris, che la Tolomeo ha dovuto ingaggiare fuori campo e che l‘ha vista indubbiamente vincitrice, non fosse altro che per i “superati limiti di età” della prima (sebbene De Lucchi l'abbia definita, con il rispetto che si deve ad un glorioso avversario “una delle più belle lampade mai disegnare al mondo"), di competizione se ne era immediatamente ingaggiata anche un’altra, e ben più difficile, perché da disputare in casa, ovvero internamente Artemide. Si tratta della sfida che perdura tutt’oggi con la lampada Tizio di Richard Sapper, un vero mostro sacro del design, campione di incassi. Si può comunque affermare che questa sfida l’abbiano vinta entrambe le lampade, fronteggiandosi in un leale testa-testa di dinamismo e di versatilità, dove ciascuna di esse ha sfoderato le proprie virtù: quelle di Tizio giocate più sull’effetto “tecnologia” e sul suo look dark-aggressivo, mentre quelle di Tolomeo puntate maggiormente sul suo aspetto minimal e sulla sua aria domestica e decisamente tranquillizzante. E sono proprio queste sue peculiarità che le hanno permesso di entrare sia nelle case della gente, che nei luoghi di lavoro, uffici o studi professionali che dir si voglia, ma anche negli alberghi e persino nei set fotografici e nelle scenografie di molti film.

 

Dai suoi esordi nel 1987, aggiudicatasi il Compasso d’Oro nel 1989, la lampada Tolomeo ne ha fatta molta di strada, grazie anche all’enorme favore che le ha tributato fin da subito il pubblico di tutto il mondo, al punto che oggi c’è un’intera fabbrica che lavora solo su di lei producendone all’incirca mezzo milione di esemplari all’anno. Certo, per raggiungere queste cifre da record, la lampada è stata aggiornata sia nell’impiego della tecnologia che nella sorgente luminosa, passando dall’incandescenza, all’alogeno, dalla fluorescenza al LED. Inoltre oggi Tolomeo è diventata una vera e propria famiglia di lampade che coprono completamente tutte le necessità di “Task Light”, cioè di lampada ad hoc per specifiche applicazioni: da tavolo (la storica), da terra, da soffitto, da parete; di taglia small, medium, large, extra large; color argento oppure variopinta; con la testa a vasetto rovesciato (la classica, con il tipico foro per la fuoriuscita del calore prodotto dalla lampadina), o ad abat-jour, in alluminio, in pergamena, in carta o in tessuto. Solidità, precisione, eleganza sono i suoi elementi di forza, insieme al suo aspetto gradevole, minimale e moderno che ha fatto di lei un classico del design. 

Chissà che alla sua fama non abbia contribuito un pochino anche il logo animato della Pixar, ispirato a un’analoga lampada a braccio mobile, la L-1 per Luxo ASA, disegnata nel 1937 da Jac Jacobsen. Carino pensarlo.

 

Fra i molti suoi incarichi di prestigio, Michele De Lucchi, dal gennaio di quest'anno è anche alla guida della storica rivista Domus, ma nel Manifesto che compare sul suo sito, definisce se stesso “a maker of objects”, un homo faber, insomma, uno che costruendo cose è comunque arrivato ad essere artefice della propria fortuna, esattamente come recita il noto proverbio latino.

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