In principio era la rovina

1 Marzo 2024

Il primo novembre del 1755 è una data storica. Il primo novembre del 1755 è una data tragica. Lisbona fu distrutta da un evento sismico terribile. La terra tremò. Il mare si dilatò. Onde gigantesche sommersero case e chiese e palazzi crollati. Ciò che non fu colpito dalle scosse e dalle ondate fu divorato dal fuoco. La notizia della tragedia si propagò con velocità insolita per l'epoca. I contemporanei del sisma non poterono evitare d'essere lì anche loro, almeno mentalmente, a Lisbona. Tutta Europa, tutto il mondo fu lì. E le conseguenze intellettuali del tragico evento non si rivelarono meno devastanti di quelle materiali.

Innanzitutto venne fatto strame sia dell'ottimismo alla Pope (“Whatever is, is right), sia della teodicea leibniziana (“il migliore dei mondi possibili”). Voltaire, nel suo celebre poema sul disastro di Lisbona, scritto l'anno dopo, invitò i cultori di tali dottrine a professarle ancora sulle macerie fumanti della città lusitana e su quei mucchi di cadaveri insepolti, se ne erano capaci, se ne avevano il coraggio, o la sfrontatezza necessaria. Non solo: ciò che venne intaccato irreparabilmente dal sisma del 1755 fu la concezione ciclica della Natura: da un'idea del tempo vuoto e infinito, quello dei cicli naturali sempre uguali a se stessi, si passò a un modello temporale lineare e irreversibile, fondato su rotture epocali e indirizzato verso la fine della storia. Non a caso proprio in questo torno d'anni si fece strada un significativo mutamento semantico del termine “catastrofe”, che passò dall'ambito teatrale, riferito al particolare svolgersi della tragedia, a quello della natura, dove si caricò di una valenza decisamente negativa. La Natura sembrò essersi affrancata dall'influenza divina, per procedere autonomamente sui suoi passi, che non tornavano più indietro. Buffon, ad esempio, nel giro di una trentina d'anni (tra 1749 e 1778), dall'Historie et Théorie de la Terre alle Époques de la Nature, sostiene questo nuovo paradigma: l'irreversibile non è più un accidente nel corso delle vicende naturali, ne è bensì l'elemento costituente.

Le rovine di Lisbona dischiudono nuove prospettive di senso. Inaugurano, paradossalmente, una diversa concezione del tempo e della realtà. Esse sono sineddochiche: sono parti che rimandano però incessantemente al Tutto. Sono inoltre caratterizzate da una temporalità plurima: sono qui e adesso, ma rievocano epoche passate. Sono dialettiche. Perché la loro presenza si fonda su un'assenza; e perché ciò di cui sono memoria presuppone di necessità l'oblio.

Comunque esse necessitano sempre, come già il naufrago lucreziano preso a modello da Blumenberg, di uno spettatore che le contempli. Uno spettatore, non tanto passivo e perso in fantastiche rimembranze o elegiache considerazioni sull'inesorabile crollo di tutto, quanto piuttosto teso alla ricostruzione e riclassificazione del passato, a partire dal punto di vista del presente e con proiezioni sul futuro. Uno spettatore, quindi, che raccolga il guanto di sfida teso dalle rovine. Rovine, non macerie. Le macerie sono solo testimoni muti dell'effetto devastatore del tempo; le rovine invece sono, più che oggetti, forme di tempo stratificato e vere e proprie soglie dialettiche.

Tutto questo mondo affascinante di idee, racchiuso nel nodo concettuale della rovina settecentesca, è raccontato e studiato nel saggio di Matteo Marcheschi, Storie naturali delle rovine. Forme e oggetti del tempo nella Francia dei philosophes, uscito da poco (2023) per Carocci. L'ambito temporale dello studio va dal 1755, naturalmente, al 1812, anno in cui uscirono le Recherches sur les ossements fossiles de quadrupèdes di Georges Cuvier, il quale, come ricordava Gramsci, “da un ossicino” era in grado di ricostruire interi mastodonti e megateri.

In sette capitoli, che partono tutti dall'analisi di un testo significativo, che è, alla Auerbach di Mimesis, un “Ansatzpunkt”, cioè un punto di partenza, uno spunto iniziale, viene ricomposta questa ricchissima polivalenza semantica della rovina.

Nel secondo capitolo, dopo quello d'esordio dedicato a Lisbona, sono passate in esame le rovine di Pompei ed Ercolano. Scoperte per caso qualche decennio prima del terremoto di Lisbona, esse, nelle testimonianze dei viaggiatori francesi dell'epoca (tra cui spiccano quelle di Charles de Brosses), modificano il rapporto intercorrente tra rovina storica e temporalità. Nel senso che con queste rovine ci si trova di fronte a una dimensione domestica del fenomeno. Tanto che, all'inizio, i viaggiatori si stupiscono della grande attenzione dedicata a oggetti d'uso quotidiano, a abitazioni assai modeste appena dissepolte. A Pompei ed Ercolano la rovina non è più monumentale, ma è quella afferente a una città qualsiasi, sopravvissuta per caso, e non per virtù intrinseche o qualità estetiche. Dal fango di evi lontanissimi riemergono scene di vita di tutti i giorni, banali come le scritte sui muri, e per ciò stesso interessantissime e stimolanti. Istantanee di tempo congelato che si prolungano in movimenti, da ricostruire attraverso l'interpretazione della rovina.

Dagli scavi di Pompei ed Ercolano lo sguardo fatalmente si alza verso il Vesuvio. Dalla storia si passa quasi automaticamente alla natura. Ma i tempi della natura sono storici anch'essi. Proprio la catastrofica eruzione testimonia che la Terra ha le sue vicende, la sua biografia, e non è affatto immobile. Il Vesuvio stesso è una rovina, di ere geologiche passate. Anche la temporalità del vulcano è, come quella umana, una temporalità irreversibile, sottratta per sempre a una circolarità presunta.

In effetti, nei capitoli terzo e quarto, si può vedere come, sulla scorta di queste scoperte, il naturalista appaia come una nuova specie di antiquario. I metodi del secondo e quelli del primo si possono sovrapporre. Lo studio dell'antichità e quello dei fenomeni naturali vanno di pari passo. I fossili, le conchiglie vengono definiti “medaglie della natura”. Come le medaglie che effigiano imperatori e battaglie sono testimoni di eventi ed epoche passate, così le conchiglie e i fossili sono le tracce di antichi stati del pianeta. Da qualche frammento di natura si può ricostruire tutta una scena di tempo scomparso, ipotizzando, tanto per dire, l'esistenza di mari e oceani scomparsi, che hanno lasciato il posto a scoscese montagne attuali.

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Fu soprattutto Nicolas-Antoine Boulanger, Ingénieur de Ponts et des Chaussées (1722-1759), autore saccheggiato impunemente da Buffon, a capire che i campioni, le impronte e i sigilli della natura sono una storia potenziale, alla quale solo l'immaginazione del naturalista può restituire una realtà. Inoltre nelle Recherches sur l'origine du dispostisme oriental egli comprende che il tempo morfologico ha la preminenza su quello cronologico. Si deve giudicare l'antichità non dalle sue storie (histories), ma dai suoi costumi (coutumes). Boulanger dinamizza la forma della rovina, perché per lui tutto è rovina e tutto ha una storia. In tal senso la nozione del Diluvio Universale acquista un valore peculiare. Attraverso di esso, all'interno di un ben regolato sistema creazionista, trova però spazio un elemento di disordine, che rende l'immagine di una Natura in continua ebollizione. È dalla catastrofe e dal diluvio, e dalla loro specifica storicità, che si dipana la vicenda degli uomini. Il filosofo è colui che considerando il contemporaneo come rovina, riarticola il tempo: già oggi egli guarda l'istante con gli occhi di un uomo del futuro, che anticipa i tempi e scorge nelle costruzioni e nella natura che ha davanti l'aspetto che assumeranno domani.

Mercier, Volney e anche Bernardin de Saint-Pierre (sì quello di Paul et Virginie) proseguono su questa strada (e siamo al capitolo quinto) e guardano alla Parigi di oggi (del secolo decimottavo) come a una autentica ruine anticipé, una rovina anticipata. Come se fosse Palmira, Tebe, Tiro, Persepoli o Cartagine. È la storicità del futuro anteriore. Si osserva l'oggi con la prospettiva del futuro e delle rovine. La rovina immaginata ci mostra il futuro, un futuro che incombe e urge nel presente. Mercier, nel 1771, immagina la vita che si svolgerà nell'anno 2444. È già un'ucronia, benché il termine sia stato coniato solo nel 1857 da Charles Renouvier. È grazie alla rovina, che ridefinisce la semantica dei tempi storici e abitua a scrutare il tempo denso depositato negli oggetti, e la sua forma stratificata, che sono possibili queste scorribande in tempi futuri, anche perché ci si è assuefatti a una temporalità multipla, sincrona e non successiva.

C'è anche un risvolto politico in tutto ciò. La rovina ha il compito di rendere visibile quello che la storia tenta di occultare. Se il viaggiatore (Volney, 1787) vede ad Alessandria che i mugnai usano tronchi di colonne antiche per farne macine, intimamente gioisce, perché la giustizia segreta delle cose restituisce ora al popolo quello che gli fu in passato ingiustamente sottratto, per edificare lussuosi palazzi adesso in abbandono. 

La Rivoluzione del 1789 riarticola ulteriormente la grammatica delle rovine sorta tra Lisbona e il Vesuvio (capitolo sesto). La Rivoluzione si fa Vesuvio. Essa crea rovine, con la stessa forza incontrollabile e inarrestabile della Natura scatenata. La rivoluzione (intesa come concetto astronomico) sarebbe di per sé ciclica, ma la Rivoluzione è catastrofica e irreversibile. Solo che qui non è più possibile il distacco. Non c'è più posto qui per lo spettatore. La scena non è teatrale. Il naufrago è nel naufragio, nel suo bel mezzo, non più al sicuro sulla spiaggia. La catastrofe non può sapere niente delle sue rovine. Non solo, ma è la Rivoluzione che produce rovine, però rovine senza tempo, senza che in esse sia possibile quella dialettica che le caratterizzava in precedenza. La rovina è un oggetto in rovina e basta. I produttori di rovine sono i cosiddetti “vandali illuminati” (è il fenomeno del vandalisme éclairé). Essi abbattono tutte le statue dei re. Tutti i monumenti che ricordino il passato, l'Ancien Régime. È distruzione pura e semplice. È iconoclastia che vuole propriamente abolire il passato, non riconsiderarlo e riconnetterlo al presente o al futuro. (Incidentalmente: non ricorda tutto ciò molto da vicino la nostra cancel culture?). Si distruggono i monumenti ma anche le loro rovine. Anzi: a rigore non ci sono rovine: solo macerie. Macerie mute. Incapaci di comunicare alcunché. Il tempo della Rivoluzione è un tempo che si vuole fuori dalla storia.

Sarà Chateaubriand a recuperare in certo modo il senso delle rovine. Egli, nel quinto libro del Génie du Christianisme, sottolinea la segreta attrazione che tutti gli esseri umani nutrono per la rovina e la collega, naturalmente, alla coscienza, tutta cristiana, dell'umana fragilità, della nostra congenita debolezza. Le rovine sono opera dell'uomo, oppure opera del tempo. Nel suo Itinéraire de Paris à Jérusalem (1811), viaggio tra “posti in rovina”, afferma che “tutto è sepolcro per un popolo che non esiste più”. Il suo non è tanto un viaggio reale però. Anche se si muove tra luoghi di una geografia concreta, in realtà egli attraversa luoghi citati da libri. È un viaggio tra le parole, che vuole trovare conferma nella realtà, a sua volta percepita unicamente attraverso quelle parole. Un circolo vizioso letterario. Un'inversione gnoseologica. Un viaggio fatto non per conoscere, ma solo per riconoscere. Le rovine non dicono più nulla di nuovo. Esse devono soltanto ribadire quello che il poeta sa già dal suo sapere pregresso.

Il capitolo settimo e conclusivo si occupa, come detto, di Georges Cuvier e delle sue teorie. Lo scienziato, che deduce una forma intera da un frammento d'osso, è responsabile, secondo Marcheschi, della “chiusura della rovina”. Cuvier, nel suo scritto teorico fondamentale Discours sur les révolutions de la surface du globe (1825) non menziona quasi più la “rovina”. Egli è sì il sostenitore di una concezione catastrofista, secondo cui la Terra ha conosciuto una serie di eventi catastrofici susseguentisi, ognuno ben distinto dall'altro, ognuno come segnato dai suoi confini, ma, nell'ambito di questa teoria, esattamente come nello Zadig volterriano, le singole tracce, le singole parti sopravvissute (rovine) rimandano, senza possibilità di errore, a un'epoca precisa. Non c'è più alcuna dialettica. Il segno superstite si ricollega, senza ombra di dubbio, al tutto di cui faceva parte. La linea di frattura è diventata una linea di sutura.

Così, con questa unidirezionalità piuttosto riduttiva, ha termine, secondo Marcheschi, la complessa, frastagliata e appassionate vicenda della rovina settecentesca.

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