La società signorile di massa

La società signorile di massa è un saggio appena uscito di Luca Ricolfi che sta riscuotendo un notevole e, se mi posso permettere, meritato successo. Cercherò di riassumerlo e di esprimere alcune considerazioni che mi sono venute in mente leggendolo. Non ho particolari titoli per farlo, non essendo un esperto in materia, né un sociologo né un economista né uno che si occupi abitualmente di questi o analoghi temi. Sono solo un lettore. 

 

Se un marziano assumesse informazioni sull’Italia, scrive Ricolfi, troverebbe che queste sono generalmente di segno negativo. Un paese povero, pieno di vecchi che campano a stento con una misera pensione, di giovani esclusi dal mercato del lavoro, di immigrati che faticano per paghe da fame, di milioni di persone prive dei più elementari diritti. Poi però lo stesso marziano, se perlustrasse la penisola, la troverebbe piena di gente che non lavora o che lavora poco e che in compenso è spesso in vacanza, cena fuori, assiste in massa a eventi musicali, possiede automobili, case di proprietà, barche addirittura, eccetera. Come si spiega questa discrepanza tra la narrazione dominante a tinte fosche e il quadro della realtà tutt’altro che drammatico? Si spiega, oltre che con la faziosità e parzialità del racconto prevalente, tutto teso a calcare la mano sugli aspetti deteriori, anche e soprattutto con la nascita e il consolidamento di un tipo nuovo, probabilmente unico, di configurazione sociale, dall’autore battezzata “società signorile di massa”.

Quindi, accanto alla società dello spettacolo, della conoscenza, dell’apprendimento, dei consumi, della conversazione, nonché a quella postmoderna, postindustriale, postcapitalista e opulenta e relazionale e a tutte le altre brillanti definizioni della nostra società partorite dalla fertile mente degli analisti (mi viene in mente ciò che Pasolini chiamava il “felice nominalismo dei sociologi”), fa il suo ingresso sulla scena questa inedita categoria della società signorile di massa, e tutto fa supporre che si affermerà come le altre e diverrà anch’essa proverbiale.

 

Sono tre le condizioni che, secondo Ricolfi, determinano tale tipo di società: 1) il numero dei non-lavoratori supera quello dei lavoratori: 2) l’accesso a consumi opulenti è diventato di massa; 3) l’economia è stagnante, non cresce più. 

L’autore è professore di analisi dei dati all’università di Torino e la “pietrosa realtà dei dati” viene evocata in modo suggestivo a p.154. Ogni sua affermazione è quindi generalmente suffragata da numeri, tabelle, diagrammi.

 

Oggi il peso dei non-lavoratori, in Italia, è pari al 52.2%. Quello dei lavoratori al 39.9%. (Il 7.9% è costituito da stranieri). Questo passaggio cruciale, che vede il non-lavoro eccedere sul lavoro, è in atto già dal lontano 1964, allorché la prima fase recessiva dell’economia italiana, dopo la fine della seconda guerra mondiale, venne pudicamente chiamata “congiuntura”.

La transizione verso i consumi opulenti è invece di data più tarda, tra gli anni ottanta e i primi anni duemila. Fino ad oggi, quando il surplus, cioè il consumo che eccede i bisogni essenziali, supera il triplo del livello di sussistenza (che attualmente per una famiglia di due persone è fissato in circa 12.000 euro l’anno). Per essere chiari: non la casa, ma la seconda casa. Non le solite vacanze dai parenti, ma viaggi verso mete esotiche e più volte l’anno. Non le serate in pizzeria, ma lunghi apericena, preludio a vagabondaggi notturni.  E così via.

Quanto al terzo elemento, basti dire che negli ultimi dieci anni il tasso di crescita medio quinquennale italiano è prima diventato negativo per poi riportarsi faticosamente in prossimità dello zero. Più che una società “fredda” (Lévi-Strauss) stiamo diventando una società “a somma zero” (Lester Thurow).

Se le precedenti erano le tre caratteristiche principali della società signorile di massa, essa, a sua volta, si regge su tre pilastri fondamentali.

Che sono: 1) l’enorme ricchezza, reale e finanziaria, accumulata da due generazioni, quella dei nonni e quella dei padri; 2) la distruzione della scuola con la connessa disoccupazione volontaria; 3) una vasta infrastruttura paraschiavistica.

 

Nel 1951 la ricchezza media della famiglia italiana, valutata ai prezzi attuali, si aggirava intono ai 100.000 euro. Agli inizi degli anni novanta era giunta a circa 350.000, da allora fluttua intorno ai 400.000 euro. Laboriosità? Spirito di sacrificio? Strenua propensione al risparmio? Certo, certo, nonni e padri non si tiravano indietro se si trattava di tirare la cinghia, però non si può dimenticare che un grande ruolo l’ha giocato la spinta derivata dall’imponente espansione del debito pubblico, con i relativi cospicui dividendi dei titoli di stato, emessi per finanziare l’aumento della spesa pubblica. Quindi, citando un titolo di Geminello Alvi, “una repubblica fondata sulle rendite”. Inoltre bisogna considerare che la ricchezza, più che per la produzione di reddito, si accresce oggi tramite il mero apprezzamento del valore degli asset, specie delle case. L’Italia è infatti uno dei paesi più patrimonializzati d’Europa, forse il più patrimonializzato, se si considerano i beni posseduti dai produttori classificati nel settore delle famiglie.

La distruzione della scuola (questo è, anticipo subito, uno dei punti su cui avrei da eccepire) è in atto, secondo l’autore, da circa mezzo secolo, a causa del “donmilanismo dilagante” (p.60). Non è da meno l’università. L’asticella è stata drammaticamente abbassata. Passano tutti. Quello dell’istruzione è l’unico settore della società italiana in cui la produttività è in costante diminuzione. Che s’intende per “produttività dell’istruzione”? S’intende l’inverso del numero di anni necessari per raggiungere un determinato grado di organizzazione mentale. Se per un diplomato della scuola media del 1962 erano occorsi otto anni per raggiungere un dato livello (comportante ad esempio la padronanza dell’ortografia della lingua italiana), oggi, secondo l’autore, ce ne vogliono altri otto.

 

Stima benevola, basata sulla sua esperienza di professore. Quindi, in seguito all’istituzione della media unica nel 1962 e poi della liberalizzazione degli accessi all’università nel 1969, abbiamo una massa di diplomati e di laureati frustrati, incompetenti, il cui titolo di studio inflazionato non serve a niente, anche perché i datori di lavoro non gli attribuiscono alcun valore reale, solo uno meramente nominale. Questi giovani inoltre non accettano più un lavoro che non sia alla loro altezza, o presunta tale, e quindi scelgono la disoccupazione volontaria, tanto sono mantenuti dalle famiglie. L’Italia detiene il record dei NEET (not in employment, education or training) in Europa: oltre il 30% dei giovani tra i venticinque e ventinove anni. Decenni di risparmi dei padri e decenni di smantellamento delle istituzioni educative hanno consentito alle aspirazioni giovanili di crescere senza che vi corrispondano capacità effettive.

Il terzo pilastro su cui si regge la società signorile di massa è l’infrastruttura paraschiavistica, fatta soprattutto da stranieri, che è di difficile quantificazione, perché il lavoro vi è svolto spesso in nero, quando non è illegale del tutto.

Sono sette i segmenti di cui si compone questa infrastruttura paraschiavistica: quello dei lavoratori stagionali concentrati nei ghetti, quello delle prostitute di strada, quello del personale di servizio, quello dei dipendenti in nero, più altri tre, rispettivamente: quello legato al mercato della droga, dai grandi trafficanti all’ultimo pusher; quello della cosiddetta gig economy (economia dei lavoretti); quello dei servizi esternalizzati. Tutti questi elementi sono caratterizzati da condizioni di fragilità e subordinazione estreme. L’infrastruttura paraschiavistica conta circa tre milioni e cinquecentomila occupati, uno su sette in Italia.

 

Opera di Gideon Rubin.


Ma come si esplica la vera e propria condizione signorile? Qual è la fenomenologia dei consumi di questa larghissima parte della società italiana, dato che, essendo la fascia che vive in povertà stimata tra il 3.2% (minimo) e il 5.3% (massimo), il restante 95 o 97% se la passa piuttosto bene.

Mangia parecchio e in maniera parecchio ricercata. Non parla più di “cibo”, ma di “food”. Secondo i dati FIPE (Federazione italiana pubblici esercizi) il settore è in crescita di almeno il 17%, e questo nel decennio della crisi. La cifra che le famiglie italiane hanno speso nel 2017 per mangiare fuori casa è di ben 83 miliardi.

Cura maniacalmente il proprio aspetto esteriore. L’Italia ha il numero di palestre più alto d’Europa. Secondo l’Istituto internazionale di medicina estetica, fra 2010 e 2017, gli interventi di chirurgia, estetica per l'appunto, si sono triplicati, passando da 320.000 a 953.000.

Compra e usa dispositivi tecnologici in dosi massicce. Secondo il rapporto Digital del 2018 in nessun paese al mondo, tranne Hong Kong e Corea del Sud, ci sono tanti cellulari come da noi.

Fa uso abituale di stupefacenti. Il fatturato globale stimato delle sostanze illegali è dell’ordine di 15 miliardi di euro, tre volte quanto il Paese spende per l’istruzione.

Ma soprattutto gioca. Gioca. Gioca. Secondo i dati ufficiali che si riferiscono al solo gioco legale, nel 2018 la spesa complessiva per il gioco è stata di 107.3 miliardi di euro. La spesa sanitaria nazionale si aggira più o meno sulla stessa cifra. Il gioco equivale quindi a quella che è la voce più importante della spesa sociale, subito dopo la spesa pensionistica.

 

Questi consumi che si sono imposti negli ultimi due decenni hanno comportato anche un vistoso cambio di mentalità. È nata la “mente signorile”? Come funziona?

Due sono i meccanismi che colpiscono di più il lettore.

Per descrivere il primo l’autore si rifà al celebre double bind di batesoniana memoria. Solo che qui è un vincolo duplice che unisce il mantenuto ai mantenitori. Da un lato il giovane parassita gode del privilegio di esser mantenuto dai genitori, dall’altro soffre per questa dipendenza. I genitori, dal canto loro, sono sì autonomi, ma contemporaneamente si sentono obbligati nei confronti del figlio. È un rapporto simile a quello che lega il bufago all’ippopotamo.

Questa ubiquità del doppio legame è anche ciò che permette la duplicità della narrazione dei figli (e dei genitori), ora in chiave vittimistica, ora in chiave trionfalistica.

In questi giovani, che non studiano, non lavorano e non lo cercano nemmeno, il lavoro, perché a loro inadeguato, si sviluppa poi quello che Ricolfi denomina “il subconscio successorio”. Perché lavorare, se so che ora posso esser mantenuto e che tra un po’ erediterò, per di più una somma ingente? Questo è il perno attorno a cui ruota il subconscio successorio. L’argomento è assai razionale. L’Italia da un lato è uno dei paesi più patrimonializzati d’Europa, dall’altro è un paese pieno di anziani e figli unici, quindi è giocoforza che in esso abbia luogo il più alto livello di eredità attesa.

 

Insomma la società in cui viviamo avrà sicuramente molti problemi, ma, fondamentalmente, resta una società opulenta, molto più ricca di qualche decennio fa. I consumi sono molto più espansi che negli anni settanta e ottanta. I redditi non sono più diseguali che in passato, anzi l’evidenza statistica suggerisce che le diseguaglianze si sono addirittura ridotte, da vent’anni a questa parte, anche se di poco.

Il guaio è però che, come è noto, la nostra economia non cresce da altrettanto tempo, vent’anni appunto. La produttività del lavoro è ferma, benché il progresso tecnologico sia avanzato. L’autore ipotizza che tale ristagno sia legato alla ipernormazione italiana, un dato costante, che però negli ultimi anni si è dilatato esponenzialmente. Perché? Perché in seguito alla cosiddetta “devolution”, cioè la via italiana al decentramento, ben cinque strutture paritetiche, comuni, province, città metropolitane, regioni, stato, hanno fatto aumentare a dismisura gli adempimenti burocratici, intralciando e deprimendo la crescita produttiva.

Una società signorile di massa non può reggere a lungo in una situazione di questo tipo. Il rischio è l’argentinizzazione.

Fin qui, a grandi linee, Ricolfi.

È un quadro plausibile, suggestivo, seducente anche.

 

Mi permetto qualche notazione marginale. A cominciare dal ruolo della scuola. Ricolfi dice che è ridotta in macerie. L’asticella è bassissima. Tutti vengono promossi, sappiano o meno. Però come si concilia questo quadro desolante con il dato che l’autore riporta a pagina 110, ossia che il giro d’affari delle lezioni private, dai dati disponibili, si aggira attorno agli ottocento milioni di euro l’anno? Come mai quasi metà degli studenti delle superiori usufruiscono di questo servizio? Evidentemente esistono professori che pretendono un certo impegno dai loro studenti. E, tra questi ultimi, ve ne sono che onorano il loro nome, e perciò studiano.

Lo stesso Ricolfi, alla nota 40, dipinge una realtà scolastica che, paradossalmente, funziona ancora. La scuola superiore, dice, ha solo abbassato l’asticella, ma, non avendo banalizzato del tutto i suoi programmi, consente a chi vuole di studiare ancora.

A me pare che la scuola sia sempre allo stesso punto. Da duemila anni a questa parte. Nel senso che essa genera un lamento sempre uguale a se stesso. Un autentico automatismo di linguaggio, come quello prodotto intorno al clima o all’andamento dei tempi (che, naturalmente, peggiorano sempre). Nel pensiero XXXIX Leopardi scriveva che se si fosse data fede a quello che asserivano i vecchi nonché gli autori del passato (come Magalotti per esempio), “l’Italia sarebbe ormai più fredda della Groenlandia”. E quello che dice Ricolfi a pagina 61 sullo scadimento degli studi ricorda fortemente le analoghe tirate del retore Agamennone nell’apertura del Satyricon, che erano un luogo topico già allora (de causis corruptae eloquentiae). 

 

Poi, a pagina 187, l’autore menziona il caso della Finlandia, unico paese del Nord perfettamente allineato al profilo di una società signorile di massa: molti anziani, poco lavoro concentrato su pochi, basso tasso di fertilità femminile, molti NEET. Ma come si concilia allora con ciò il dato della scuola finlandese? Che è da molti anni ai vertici delle classifiche nei test PISA. (Benché in netto calo nei dati 2018, almeno per la matematica). E comunque viene considerata da tutti tuttora come un modello. Non dovrebbe, secondo Ricolfi, essere uno dei tre pilastri delle società signorili di massa proprio la scuola in sfacelo?

Un’altra delle riflessioni cui mi ha spinto il libro è la seguente. Questa società signorile di massa pare portare con sé peculiari elementi del passato, feudali, precapitalistici. Ciò è detto a chiare lettere a pagina 21 e poi anche alluso alle pagine 118 e 136. Come non ricordare allora quel vecchio saggio di Ruggiero Romano, nel primo volume della Storia d’Italia Einaudi, nei Caratteri originali, intitolato Una tipologia economica, dove si concludeva che “la storia economica d’Italia presenta un blocco di quindici secoli, ma con una rottura – non ancora pienamente compiuta – tra la fine del secolo XIX ed oggi. Come caratterizzare il blocco? Per parte mia non ho esitazioni: feudale”? Non ci si deve meravigliare che la definizione di società signorile di massa si attagli solo all’Italia tra i vari paesi europei: il suo presente è strettamente in linea con il suo passato, almeno secondo l’analisi di un grande storico come Ruggiero Romano.

Altre due notazioni marginali.

 

Tra gli autori che Ricolfi cita varie volte c’è Pierre Bourdieu e un suo saggio del 1978 (Classement, déclassement, reclassement). Lo cita perché lo sdoppiamento di sé, tra un finto sé, che accetta compromessi per sbarcare il lunario, e il vero sé, che vive un’altra vita parallela all’altezza dei suoi sogni, beh, questo sdoppiamento, individuato da Bourdieu quarant’anni fa, è stato oggi sorpassato dalla realtà, e il vero sé non accondiscende più a piegarsi a un’attività indegna e rifiuta il lavoro. Questo significa che non solo i consumi opulenti sono diventati di massa, ma che anche Rimbaud è diventato di massa. Anche se magari in forma inconsapevole. Tutti questi giovani che non si piegano al lavoro seguono, ripeto, anche senza saperlo, le indicazioni rimbaudiane: à chaque être, plusieurs autres vies me semblaient dues, anche perché la vie est la farce à mener par tous. (Che sono due luoghi celebri della Saison en enfer).

Ricolfi fa uso ai suoi fini di alcune citazioni di quella cultura che Gadda avrebbe definito nobilmente liceale, come il “carpe diem” o l’“aurea mediocritas” oraziani. Una volta, a proposito dell’esibizionismo della mente signorile, menziona il leopardiano “mira ed è mirata”. Ma ancor più appropriato a me parrebbe, in tema di individualismo spinto (pagina 173 e seguenti), quel passo dello Zibaldone dove si dice che “ciascun uomo poi nell’interiore è divenuto una nazione, vale a dire che non hanno più interesse comune con chicchessia, non formano più corpo, non hanno più patria e l’egoismo gli ristringe dentro il solo circolo dei propri interessi”, altro che condivisione!

A volte anche la letteratura può prefigurare la sociologia. Forse.

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