Navigare fuori rotta

Il Gps, questo sconosciuto. Nessuno ne parla, ma a ben pensarci un simile aggeggio tecnologico sta a poco a poco modificando la nostra vita quotidiana quasi quanto il più acclamato telefonino. Grazie al navigatore satellitare, non abbiamo più bisogno di orientarci: abbandoniamo mappe e carte geografiche, dimentichiamo i mille segni del territorio che ci permettevano di attraversarlo, perdiamo il senso dei luoghi. Tutto diviene uguale a tutto: paesi, città, periferie, svincoli autostradali, ponti, viali, piazze, cul de sac. Al punto che – fateci caso – stanno sparendo dalle strade anche i cartelli con le indicazioni, le insegne, gli stessi segnali stradali.

Cosa fare per arginare quest’occulto potere d’una macchinetta a prima vista innocua? Come diceva il grande Goffman, per comprendere le regole sociali bisogna mettersi dal punto di vista del ladro, cioè di uno che sa come aggirarle. Allo stesso modo, possiamo capire i punti deboli del navigatore satellitare osservando i tempi e i modi in cui ci risulta molesto.

 

È quel che è accaduto alcune settimane fa, quando, in giro per le Langhe, con alcuni amici volevamo immergerci nelle terre di Beppe Fenoglio e Cesare Pavese, Paolo Conte e Carlìn Petrini: luoghi di ottimo vino e buona tavola, paesaggi dolci, gente dura e semplice. Ma poi tutto s’è appiattito, sfumato, reso evanescente. Il paradiso intorno a noi ha assunto le sembianze d’un purgatorio a cielo aperto, malamente afflitti da un satellite che, in linea di principio, stava lì per aiutarci.

Il fatto è che, appunto, c’eravamo portati il Gps. Presa la macchina in aeroporto, tiriamo fuori dalla borsa il navigatore satellitare. Ma ne abbiamo due, di marche diverse, e con itinerari molto diversi. Così, imperativi atonali come “tenere la sinistra”, “girare a destra”, “alla rotonda la terza a sinistra”, “fra duecento metri tenere la destra, girare a destra, poi la seconda a sinistra”, “appena possibile tornate indietro” entrano frequentemente in collisione fra loro.

 

Ci perdiamo. La cosa raggiunge il parossismo quando entrambi i Gps perdono il segnale, che manco Augé con i suoi non-luoghi avrebbe potuto immaginare di meglio. “È colpa sua”, “no tua”, “no sua”, “no tua”… A quel punto qualcuno, perfido, impugna l’iPhone e fa partire Google maps: la tensione social-tecnologica sale, sale, sale… finché abbiamo saputo cosa fare. L’avete capito: spegnere tutto quanto e prendere fiato. I tajarin, il Barbaresco, le salsicce di Bra non aspettavano che questo.

 

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