"Fabian" di Erich Kaestner

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.

 

Fabian è uscito nel 1931. È considerato, assieme a Berlin Alexanderplatz di Doeblin, uno dei testi più rappresentativi della “Neue Sachlichkeit” o “Nuova Oggettività”, la corrente artistica, e anche letteraria, che nella storia della cultura tedesca segue all’Espressionismo e vi si oppone. Il suo autore è Erich Kaestner (1899-1974), noto anche come poeta e soprattutto come scrittore di libri per l’infanzia. Il suo Emilio e i detectives è stato un autentico best-seller del genere.

Ufficialmente Fabian (sottotitolo: storia di un moralista) passa per essere un romanzo. In realtà pare molto più azzeccata la definizione che ne diede a suo tempo Ladislao Mittner: “mosaico di epigrammi ed aforismi svolti in forma arbitrariamente narrativa”. Il titolo originario, rifiutato dall’editore, sarebbe stato Der Gang vor die Hunde, ossia, alla lettera: “l’andata ai cani” il cui senso, in buon italiano, si renderebbe con un icastico “andare a remengo” o un più volgare “andare a puttane”. (L’ultima traduzione disponibile in italiano, quella di Amina Pandolfi per Marsilio, 2010, mescola i due titoli e suona Fabian. Storia di un moralista, ovvero, L’andata a puttana).

Comunque, se proprio si vuole trovarla, una trama, in questa scorribanda vertiginosa, tutta paratattica, per strade e locali di Berlino, c’è.

 

 

Il trentaduenne Jakob Fabian, laureato in giurisprudenza con interessi letterari, lavora come pubblicitario in un giornale berlinese. Ha un’idea geniale per incrementare le vendite. Ma viene licenziato per motivi di bilancio. La sua idea in compenso frutterà parecchio a un suo collega. Fabian, disoccupato, conosce, nello studio di una scultrice, una graziosissima e delicata ragazza, Cornelia Battenberg, anche lei laureata in giurisprudenza e disoccupata. Sboccia il grande amore. Peccato che la ragazza di lì a poco sacrifichi l’amore per la carriera. Un turpe cinematografaro (Makart, uomo dall’aspetto brutale di degenerato, di demonio analfabeta) ne concupisce le grazie e lei, per avere una parte importante, gli cede: mi sento, dice lei, come se mi fossi venduta a un’aula di anatomia.

Chi, anche pensando al ritrattino di Makart, non ha subito fatto il debito confronto con il famigerato Weinstein e tutto quello che a questo nome è oggi collegato?

Fabian, dopo la terribile delusione, ha varie avventure. Dorme con molte donne, ma non si sente vicino a nessuna di loro.

 

Se l’amore va male, rimane l’amicizia. Stephan Labude è il grande, vero amico di Fabian. È ricco, colto, bello. Anche idealista. In amore, esattamente come Fabian, non è fortunato. Scopre i continui tradimenti di Leda, sua fidanzata amburghese. Si tuffa nello studio, per dimenticare Leda, e scrive un’eccellente tesi di laurea su Lessing. Ma il perfido assistente del suo professore gli fa credere che il lavoro sia stato respinto. Labude, candidato bocciato nelle facoltà di Amore e Carriera, si ammazza con un colpo di rivoltella.

Fabian, dopo la tragedia, tanto più assurda quanto più il professore si dichiara entusiasta dell’opera dell’amico, e dopo aver tentato invano di trovare un lavoro a Berlino – vagabondando da un ufficio all’altro perché esattamente come oggi non c’è un ufficio che abbia la competenza giusta – torna dai suoi a Dresda. Rivede vecchi amori, vecchi amici, rifiuta un possibile lavoro in un giornale di destra e muore annegato per salvare un bambino caduto nel fiume. Non sapeva nuotare, lui, il bambino sì. (In tedesco il verbo è “schwimmen” e può valere anche come “galleggiare”: quindi Fabian, in conclusione, era uno che non sapeva stare a galla, alla lettera e metaforicamente).

 

E adesso, partendo dal testo, qualche spunto di riflessione su possibili analogie con l’oggi.

Al giornale una notte, quando Fabian ancora vi lavora, mancano cinque righe a una colonna di prima pagina. Il redattore Muenzer non si perde d’animo. Inventa di sana pianta una notizia per quelle cinque righe mancanti. Scontri a Calcutta tra musulmani e indù: quattordici morti. Alle rimostranze di Fabian e di un giovane e ingenuo giornalista di nome Irrgang, il sagace Muenzer risponde: “ricordatevi una cosa: le notizie la cui falsità non è verificabile, o lo è solo dopo molto tempo, sono sempre vere”.

Fabian chiosa amaro: “tanto varrebbe sopprimere la stampa”.

Noi, dal canto nostro, non troviamo azzardato rilevare che il dibattito sulle “fake news” ferveva anche nella Berlino tra le due guerre.

 

Un altro giornale, quello in cui lavora il signor Zacharias. Questi pensa che il trionfo del Cristianesimo sia da attribuirsi ai risultati di un’abile propaganda. Ergo, non è più tempo di limitare la pubblicità alla funzione di incrementare il consumo di saponette o gomma da masticare, ma di metterla finalmente su larga scala al servizio degli ideali umani. Per questo l’opera di Fabian potrebbe rivelarsi utile. (Qui Kaestner cita esplicitamente H.G.Wells, ma a noi sembra che riecheggi idee contemporanee – 1925 – di Bruce Barton, per il quale Gesù Cristo incarnava il modello del perfetto businessman, capace di trasformare dodici modesti operai di un angolo sperduto del Medio Oriente in un’organizzazione vincente su scala mondiale).

Oggi, quando ormai la forma pubblicitaria sembra essere diventata l’unica forma di comunicazione, quelle parole scambiate tra Zacharias e Fabian assumono un valore profetico.

 

Labude e Fabian discutono spesso di politica.

Labude è una sorta di socialdemocratico. Vorrebbe riformare il continente con trattati internazionali, con la restrizione volontaria del profitto personale con il ritorno del capitalismo e della tecnica entro limiti ragionevoli, con un miglioramento dell’assistenza sociale e una maggiore attenzione ai problemi della cultura e della scuola. Sua aspirazione è quella di costituire una sorta di cartello unitario tra studenti e socialisti.

Fabian gli obietta che non saranno certo le persone ragionevoli ad arrivare al potere e men che meno i giusti. Viviamo alla giornata, la crisi non finisce mai, aggiunge, in questa immensa sala d’aspetto che è l’Europa.

Altre volte, quando Labude gli espone certe sue teorie, Fabian è più diretto: a che serve il sistema più perfetto fintanto che l’uomo è un porco?

 

C’è un personaggio femminile a nome Irene Moll che è il vero collante dei vari episodi di cui si compone il libro. Infatti riappare sempre nei momenti decisivi, negli snodi del testo.

Questa signora Moll, moglie infedele di un avvocato che regola per contratto i suoi innumerevoli tradimenti, poi fondatrice di una suggestiva Associazione Giovani Acristiani, frequentata, come lei dice, da “signore dell’alta società dal temperamento passionale”, ossia, come chiosa Fabian, “un bordello maschile” –  ebbene questa signora alta e bionda, alla fine, incontra Fabian proprio sul treno che lo sta riportando a Dresda e lo invita a venirsene via con lei, a Praga o a Budapest o a Parigi o dove vuole lui. E gli mormora: ho soldi, ho gioielli e poi posso sempre ricattare qualcuna delle vecchie baldracche che frequentavano la mia “associazione”.

Conosco particolari interessanti. I buchi delle serrature hanno i loro pregi. O preferiresti andare in Italia? Che ne dici di Bellagio?

 

Anche nella Germania anni Trenta il ricatto era il mezzo più sicuro e rapido per arricchirsi. E, tra le varie forme del ricatto, quella a sfondo sessuale deteneva il primato. Irene Moll avrebbe potuto tranquillamente aprire un ristorantino in Messico.

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