raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Balabiótt

Balordo, perdigiorno, lazzarone. Etimologicamente: ‘colui che si mette in ridicolo ballando nudo’.

 

Una storia milanese: Nel 1820 Villa Simonetta, costruita da Gualtiero Bascapè, camerario di Ludovico il Moro, alla fine del 1400, poi passata a Ferrante Gonzaga e quindi alla famiglia Simonetta, venne ribattezzata la "Villa dei balabiott". Era lì, infatti, che il ricchissimo barone Gaetano Ciani, alias Baron Bontempo, capo della celebre "Compagnia della Teppa", organizzava le gozzoviglie della sua banda, che, secondo la leggenda, spesso degeneravano in orge e persino in omicidi. Quella della Teppa era "una compagnia di giovinastri, prepotenti e crudeli che fanno il male per amore del male e per smania di sbevazzare" (F. Angiolini, Vocabolario Milanese-Italiano, 1897). Costoro, quasi tutti di ottima famiglia, si riunivano inizialmente nelle gallerie sotto il Castello Sforzesco, che erano umide e piene di muschio, nel dialetto lombardo detto "tèpa", termine da cui discende il loro nome. Poiché facevano scherzi che finivano spesso con atti di violenza, Giuseppe Rovani, nel suo romanzo storico Cento anni (1859-1864), li definì "teppisti".

Altro che balabiott

 

Una canzone milanese: Negli anni settanta, il termine balabiótt divenne famoso in tutta Italia grazie alla canzone Wahha Put-Hanga di Gianni Magni, con Nanni Svampa, Lino Patruno e Roberto Brivio, storico interprete dei Gufi, i mitici cabarettisti meneghini.

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