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Teatro

(776 risultati)

Un ricordo / Giuliano Scabia. A un anno dal viaggio nei Campi Elisi

Un anno fa Giuliano Scabia partiva per il viaggio estremo, attraverso i sentieri delle Foreste Sorelle verso i Campi Elisi. Oggi alle 18 sarà ricordato al Punto Einaudi – Galleria Immaginaria di via Guelfa a Firenze, in un incontro in cui Sandro Lombardi e Annibale Pavone leggeranno brani dal suo ultimo romanzo, pubblicato postumo dalla casa editrice torinese, Il ciclista prodigioso; Margherita Scabia suonerà il violoncello; il suo allievo Gianfranco Anzini racconterà parti del libro sugli anni dell’università, Scala e sentiero verso il Paradiso (la casa Usher). A un certo punto arriverà, con amicizia, Stefano Massini. Terrà i fili della memoria chi scrive questo ritratto, apparso già in forma lievemente differente e con titolo diverso in “La Falena. Rivista di critica e cultura teatrale n. 2/2021”, progetto editoriale del Teatro Metastasio di Prato. "La Falena" si può leggere qui.     La poesia è l’asse intorno al quale Giuliano Scabia ha costruito il suo mondo espressivo. La poesia canto di Orfeo, addomesticatrice di bestie, fondatrice dell’agricoltura, e quella di possessione di Dioniso, il capocoro, il dio del teatro. Il teatro di Scabia è stato un teatro vagante,...

Il coraggio della parola / Tiago Rodrigues: la bellezza di ammazzare fascisti

“Le persone passano la vita a spegnere fuochi. Corrono, si affannano a spegnere fuochi. Ma è raro che pensino: do inizio a un fuoco, appicco un incendio, brucio. Si deve bruciare. Bruciare è non sapere che cosa accadrà. Chi spegne un fuoco, sa come le cose finiscono. Un incendio, invece, è imprevedibile”, chi accende un fuoco “fa una domanda al futuro. Rischio e incertezza e speranza. Le fiamme hanno una propria volontà. Il cambiamento non ha padrone. Chi inizia un incendio può finire bruciato”.  Con questo prologo, poetico e politico, si apre Catarina e a beleza de matar fascistas (Catarina e la bellezza di ammazzare fascisti: leggi qui la locandina) del drammaturgo, attore e regista portoghese Tiago Rodrigues, arrivato lo scorso 28 e 29 aprile al Teatro Storchi di Modena per Ert Fondazione che ha co-prodotto lo spettacolo insieme ad altri prestigiosi teatri internazionali (per l’Italia, insieme a Ert, il Teatro di Roma), dopo il debutto al Teatro Argentina.        Siamo nel 2028 e in una casa di campagna vicino a Baleizão, un villaggio nel sud del Portogallo, si è riunita un’intera famiglia, una madre con due figlie, due uomini suoi fratelli, un altro...

La pratica dell’amore imparziale / Bugie bianche di Alessandro Berti

Circa quaranta anni fa, un giovane Marco Martinelli insieme al suo Teatro delle Albe interveniva a un convegno di teatro e politica, tra grandi critici e professori, e definiva così la sua idea di teatro politttttttico, con ben sette t: “ Èsapere che non possiamo cambiare il mondo (leggi Rivoluzione), ma qualcosa, in qualche angolo, qualcosa di noi, di qualcun altro, dispersi su un piccolo pianeta che ruota attorno a un sole di periferia, in una galassia tra le tante, arrestare una lacrima, curare qualche ferita, sopravvivere, essere odiosi a qualcuno, saper dire di no, piantare il melo anche se domani scoppiano le bombe, perdersi in un quadro di Schiele, aver cura degli amici, scrivere certe lettere anziché altre (leggi Rivoluzione)”.    La trilogia Bugie bianche di Alessandro Berti è un’operazione polit(tttttt)ica. Lo è sicuramente in quanto contiene in sé quegli elementi scivolosi che hanno la potenza di esplodere come una bomba o di tornare indietro come un boomerang: un uomo bianco che per diverse ore parla di corpi neri, canta le canzoni dei neri, racconta le relazioni dei neri, coi neri, tra i neri. Ma lo è anche perché ci dimostra che è ancora possibile...

Liebestod per Ert / Angélica Liddell: lo scandalo del teatro

Si legge che Liebestod, ultimo lavoro di Angélica Liddell presentato in prima ed esclusiva italiana all'Arena del Sole di Bologna, abbia scandalizzato parecchio al debutto la scorsa estate al Festival d'Avignon. Le scelte estreme e gli stilemi provocatori con cui l'artista spagnola s'è fatta conoscere sulla scena europea negli ultimi vent'anni in effetti ci sono tutti: dall'autolesionismo al limite della body art ai riferimenti cattolici a rischio di blasfemia, immagini forti e ferite di ogni genere – quante volte la parola viene ripetuta durante lo spettacolo! –, fiori picchiati, spezzati, e armi, l'incoscienza scenica di animali e bambini, il corpo usato come oggetto e scene d'una violenza estrema. Ma dopo trent'anni dagli esordi di questa ex fille terrible della scena sperimentale spagnola e a distanza di sicurezza dagli scandali teatrali che avevano segnato l'Europa negli anni Dieci del nuovo millennio – erano stati presi di mira, fra gli altri, anche artisti come Romeo Castellucci e Rodrigo Garcia –, a guardar bene questo nuovo spettacolo ha ben poco di provocatorio.  Niente di male perché più degli altri lavori recenti – alcuni dei quali fortemente contestati anche in...

Teatro Valdoca / Pinocchio, cosa insegnarti se non l’amore?

La platea è coperta da un telo macchiato di rosso. Il palco, misterioso, mostra bene luci, fari che saranno imbracciati per evidenziare gli attori e certi dettagli. Un telo circolare in terra con sbaffi rossi, come pista per i cavalli. Una scaletta per acrobati. Il circo, racchiuso nel buio del fondo di quella caverna che genera immaginazioni. Pezzi di legno su una lettiga: intorno, in piena luce, ramaglie potate, bruciate: Pinocchio non c’è, il burattino di legno non c’è, è il resto di un falò. Pinocchio è un mistero. Enigma si intitola l’ultimo spettacolo del Teatro Valdoca, prodotto con Ert, rappresentato al Bonci di Cesena, a India a Roma, all’Alighieri di Ravenna, all’Arena del Sole di Bologna, in pochi luoghi, in un sistema teatrale che non ama l’arte profonda, gli enigmi appunto, come questo Requiem per Pinocchio; un sistema dello spettacolo che vuole tutto spiegato, tutto prosastico, che non capisce i canti disperati e lievi, pieni di aria, magmatici.    La Fatina appare, prima di Pinocchio, come un essere misterioso, piccola grandissima donna, voce profonda, presenza magnetica, depositata sotto un velo, come un dono, da un gigantesco danzatore, un Mangiafoco che...

Malagola – Pratiche di creazione vocale e sonora / A Ravenna nella ‘rete’ Meredith Monk

Più di due millenni prima che la fisica moderna osservasse il ‘reale’ e la materia che lo compone attraverso le particelle e la loro inscindibile relazione, la filosofia buddhista delineava un’equivalente indissolubile interdipendenza attraverso l’immagine di un’infinita rete fatta stendere dalla divinità Indra a ricoprire l’intero universo. A ciascun punto nodale della rete, una gemma lucente che riflette in sé le infinite altre gemme che la compongono. Basta un impercettibile spostamento della rete, perché ogni altra sua parte subisca un’equivalente variazione. È sufficiente una infinitesimale modificazione di una delle gemme, perché ogni altra la riveli mutando il proprio riflesso. Ed è questa immagine millenaria a fornire titolo e leggi compositive all’ultimo lavoro di Meredith Monk: Indra’s Net, “La rete di Indra” appunto. Un’opera che chiude, dopo dieci anni, la trilogia dedicata dall’artista statunitense all’esplorazione intorno al generarsi della vita, al rapporto tra uomo e ‘natura’ e alla presa di coscienza della loro indissolubilità.    E se l’immagine di una simile interconnessione e le regole di creazione che da essa derivano sembrano al contempo...

Il ritorno di Ionesco / Le sedie: nostro assurdo quotidiano

Negli anni cinquanta, sessanta e settanta due autori così diversi l’uno dall’altro come Beckett e Ionesco erano accomunati sotto l’etichetta di “teatro dell’assurdo”. Forse perché le situazioni e le figure delle loro opere evadevano decisamente dal teatro di conversazione e da quello politico che allora monopolizzavano le scene, prima dell’esplosione del Nuovo Teatro e per molto tempo in parallelo con essa. Le pièce dei due autori sembravano sospese in non-tempi e non-luoghi, lenti d’ingrandimento sull’oppressione dell’essere umano in quanto tale, fuori da determinazioni storiche e d’ambiente. Theodor W. Adorno però scriveva che le sospensioni di realtà di Beckett esprimevano l’angoscia dell’epoca della minaccia atomica meglio dei testi politici di Brecht.   Poi Ionesco, con il suo assurdo incistato proprio nella conversazione umana o in situazioni che sembrano attendere qualche catastrofe, è stato abbastanza dimenticato. L’attenzione su Beckett, invece, non è mai calata, anche se  si è focalizzata piuttosto sulle sue opere letterarie e su quelle sceniche al confine con la performance o con un passo più lontano dal canone della parola teatrale rispetto alle prime grandi...

L’opera prima di Matilde Vigna / Il senso delle cose

Nel 1951 una donna aggrappata ostinatamente a un albero per giorni, mentre il Po si portava via cose e persone, aveva un senso. E ce lo aveva perché lasciare alla furia dell’acqua la propria terra, le mura di casa, la farina per la polenta, i mobili e la biancheria ricamata a mano ereditati da generazioni e tenuti con cura come e più dell’oro, significava perdere tutto. Allontanarsi da sorelle, fratelli, vicini di casa, disperdendosi in una fuga verso l’ignoto, oltre l’Adige, significava perdere tutto. Settanta anni fa gli oggetti, i luoghi, le relazioni non erano sovrastrutture, erano un destino: tenevano insieme un’identità, una vita. Alla storia di sradicamento forzato di questa donna, nella sua opera prima come autrice e regista, Matilde Vigna ne intreccia un’altra, il racconto di una fuga diversa, attuale, volontaria, in cui la certezza di quel senso delle cose vacilla, perché il destino oggi ha tutta un’altra forma. Lo spettacolo, prodotto da ERT/Teatro Nazionale, s’intitola Una riga nera al piano di sopra, ed è un piccolo gioiello.      In poco meno di un’ora l’attrice, sola in scena nello spazio da camera del Teatro delle Moline di Bologna, racconta...

Giorni Felici secondo Massimiliano Civica / Lo spettacolo deve andare avanti

Tra le tante immagini che costellano l’iconografia teatrale novecentesca, il monticello di sabbia dentro cui Winnie è interrata è una delle più riconoscibili e potenti. Un tale successo si deve alla sintetica efficacia con cui manifesta la verità sottesa al dramma, a quel suo porsi come un unico, totemico segno capace di svelare la vacuità delle parole pronunciate e di denunciare l’inganno del titolo. Alla montagnola si rivolge, costante, il pensiero del lettore di Giorni felici, e su di essa si concentra anche lo sguardo dello spettatore: eppure, questo nuovo allestimento firmato da Massimiliano Civica sembra formulare un invito ad allargare il campo visivo, a soffermarsi su quei vuoti – della scena, finanche del testo – che l’imponente agglomerato di terra non sovrasta.     Al sollevarsi della saracinesca tagliafuoco, è infatti sui lati del palco che si sposta l’attenzione: là, dove la scenografia disegnata da Roberto Abbiati non giunge, appaiono nella loro nudità l’assito del palco del Teatro Metastasio e una teoria di quinte all’italiana. Civica ci ha abituati a scenografie essenziali, se non addirittura minimali: una panca e un fantoccio nell’Antigone, un...

Le belve feroci della vita / Il domatore, di Vittorio Franceschi

Per comprendere uno spettacolo a volte bisogna abbandonare la suggestione di quello che hai visto, i colori della scena, le risate che le battute del testo hanno scatenato, i tempi perfetti con cui l’attore e l’attrice hanno recitato, e perfino quel nodo che a poco a poco la storia ti ha fatto crescere dentro, fino a farti ritrovare una parte nascosta di te, delicata o stridente, nascosta a te stesso. Bisogna abbandonarsi a un dettaglio apparentemente insignificante, colto in qualche margine, fuori anche da quello spettacolo che ti ha colpito e commosso.  Una pomeridiana a Parma, a Teatro Due. In scena ci sono due “novità italiane”, vecchia dizione ministeriale per dire che il teatro ha bisogno di linfa nuova, di storie e visioni dei nostri giorni. Uno è Bestie incredule, testo di Simone Corso, classe 1990, scelto tra altri trecento copioni presentati al concorso Mezz’ore d’autore, una sfida dello stabile parmigiano per ripartire, dopo la pandemia, da due fondamentali, la drammaturgia e l’arte dell’attore. Parla di Covid, ma lo fa proiettandosi sessant’anni dopo, in un futuro in cui una giovane danese rievoca i maledetti giorni del 2020, quando furono sterminati i visoni...

Prologo: Tentativi di volo / Aristofane a Pompei

Sugli scavi di Pompei scende una pioggia fitta quando, alla spicciolata, alcuni ragazzi arrivano all’Auditorium che si trova poco dopo l’ingresso principale. È un pomeriggio di novembre 2021. Davide e Carmine, 16 e 17 anni, pur essendo ‘local’, al Parco Archeologico più famoso del mondo non ci avevano mai messo piede. “Ci siamo persi negli scavi, ma è stato un piacere, è molto bello qui”. Una volta dentro l’auditorium, nell’attesa che arrivino gli altri, si fermano a contemplare una grande mappa tridimensionale dell’antichissima città. “Ma davvero qui vicino c’è il mare?”. Nel frattempo sono giunte anche Stefania, Silvana e Martina, tre adolescenti di Scafati, un comune poco lontano da Pompei. Zuppe come pulcini, hanno preso più di un mezzo per arrivare: “È qui che si fa il laboratorio di teatro? Noi ci siamo!”. Sotto le mascherine si intravedono i colori fluo dei capelli, gli occhi timidi ma curiosi, la gioia e l’eccitazione di una cosa ‘nuova’ che rompa gli schemi di due anni di pandemia in cui la maggior parte dei ragazzi – soprattutto quelli campani – la scuola l’ha ‘seguita’, se così si può dire, dietro a uno schermo. Marco Martinelli rompe subito il ghiaccio: “Gli adulti che...

Un romanzo postumo da Einaudi / Il ciclista prodigioso di Giuliano Scabia

«La storia di Ercole è d’amore, violoncello, bicicletta e destino». Inizia così, dopo un prologo che si apre nel segno di due arcangeli ben noti al lettore, il rosso e il celeste, come sempre impegnati in un eterno scontro-incontro, gioco e lotta primordiali, il quarto romanzo pubblicato postumo da Einaudi del Ciclo dell’eterno andare di Giuliano Scabia, intitolato Il ciclista prodigioso. Dopo aver raccontato la storia di Lorenzo, magico violoncellista e incantatore di bestie nell’India misteriosa degli anni Venti, protagonista della prima prova narrativa dell’autore (In capo al mondo, 1990), quella di Cecilia, sua seconda sposa (raccolta, insieme al romanzo precedente, in Lorenzo e Cecilia, 2000), e della primogenita Sofia, donna d’amore e studiosa della mente (L’azione perfetta, 2016), Scabia completa questa emozionante saga familiare, storia personale ma che molto racconta del nostro Novecento, con un ultimo tassello (più corretto sarebbe forse parlare, musicalmente, di movimento) dedicato al secondogenito Ercole: violoncellista per diletto, estroso artigiano del ferro battuto e ciclista prodigioso, come titolo vuole, che in sella alla sua bici e con il violoncello al seguito...

Vent’anni dopo / Postumo Carmelo Bene

Carmelo Bene è scomparso vent’anni fa, il 16 marzo 2002. Cosa rimane della sua opera, del suo togliere di scena, della sua di-scrittura, della sua phonè, della sua macchina attoriale, del suo in-cantare, dare corpo alla poesia, essere poesia? Della sua eccezione? Ce lo racconta innanzitutto un libro di Jean-Paul Manganaro, arrivato in libreria un mese prima del ventennale, Oratorio Carmelo Bene, comprendente anche alcuni interventi pubblicati in passato. Negli ultimi giorni sono usciti un numero di “il Verri” intitolato Bene non comune, e un’antologia di scritti di Piergiorgio Giacchè, Nota Bene. Vent’anni dopo…      Oratorio Carmelo Bene   È arduo il compito di raccontare Carmelo Bene, e Jean-Paul Manganaro, professore emerito di Letteratura contemporanea italiana all’Università di Lille3, francofono e italofono, scrittore e traduttore, amico personale dell’artefice salentino, lo fa componendo per il Saggiatore un saggio filosofico di bella, labirintica scrittura. Niente biografia, poche descrizioni di spettacoli: note di pensiero, sprazzi, connessioni, interpretazioni risistemano una vicenda unica nella scena teatrale, letteraria e delle arti dell’Italia del...

Babilonia Teatri / Ramy incontra Giulio Regeni

È come se nell’aria l’ossigeno si facesse rarefatto, e noi tutti fossimo chiamati a un respiro più concentrato. Quando Ramy Essam entra in scena al teatro Fabbricone di Prato, monta uno stato di allerta che tende le posture dei nostri corpi di spettatori. All’inizio di Giulio Meets Ramy Ramy Meets Giulio, una produzione del Metastasio teatro stabile della Toscana, c’era stata un’introduzione, un prologo dove gli intenti erano stati dispiegati e condivisi chiedendoci complicità, alla maniera del teatro documentario degli ultimi anni. Enrico Castellani e Valeria Raimondi, i Babilonia Teatri, vengono illuminati al lato del palco, seduti dietro a una consolle registica a vista dalla quale sembrano gestire le operazioni della scena. Inizia Raimondi parlando dei numeri delle stragi e dei morti, che fanno notizia solo se comprendono vittime italiane. Non vuole essere la cronista di numeri, dice, vorrebbe solamente “conoscere attraverso una lacuna”.    Forse ci aspettavamo un’indagine teatrale sulla vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore assassinato nel 2016 i cui colpevoli non sono ancora stati processati a causa del susseguirsi di depistaggi, menzogne e lassismi di diversi...

‘A cirimonia di Rosario Palazzolo / Vetrano e Randisi, clown sulle soglie dell’oscuro

La scena di ‘A cirimonia è chiusa da scarti di povero mobilio, accumulati alla rinfusa come in un deposito. Come in Assassina di Franco Scaldati, tutto giocato in un cesso pubblico abbandonato. Quei cumuli di roba rappresentano detriti di esistenze, in quei due spettacoli e in altri di Enzo Vetrano e Stefano Randisi. I due attori spesso mettono in scena una metaforica Sicilia marginale, emarginata, con personaggi dal sesso e dall’esistenza incerti, angeli o barboni in Totò e Vicè, sempre di Scaldati, una vecchina spigolosa e un omino che vivono nello stesso luogo senza conoscersi in Assassina. In ‘A cirimonia, scritto nel 2009 da Rosario Palazzolo, attore, regista, scrittore palermitano, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna, Randisi è un cieco, o presunto tale, Vetrano un uomo travestito da donna, in abito da sposa. Con una torta devono festeggiare un compleanno o un’altra ricorrenza: solo che non ricordano che cosa devono rievocare.    I due omini – rassicuranti, piacevoli all’inizio – sono proprio due ombre folli, come recita il titolo di un’altra opera in repertorio di questo duo di maestri della scena, un altro testo di Franco Scaldati che stanno portando in...

Nella misura dell’impossibile / Tiago Rodrigues

“Non siamo eroi. Questo è il nostro lavoro”. Lo dicono davanti a un telo sostenuto da vari fili legati a contrappesi, a disegnare un’enorme tenda. La macchina scenica, semplicissima, invade tutto il palcoscenico. Da sotto il tendone, da dietro, arrivano sordi rombi e rumori e ritmi di percussioni: davanti a esso parlano, si raccontano, due uomini e una donna, agendo di tanto in tanto sui contrappesi e sollevando progressivamente la tela, che a momenti sembra un grande favoloso animale addormentato. Le donne avrebbero dovuto essere due, ma una si è rivelata positiva al Covid, ed è rimasta in albergo. Ma la compagnia della Comédie de Genève ha deciso di effettuare lo stesso le due recite previste a Udine, nella stagione del Css intitolata Paura del futuro. Le parti dell’attrice forzatamente assente, Beatriz Brás, sono dette da Natacha Koutchoumov, in scena con Adrien Barazzone e Baptiste Coustenoble; qualcuno dei suoi brani si sentirà in registrazione, una scena sarà tagliata: ma dopo le troppe interruzioni agli spettacoli causate dalla pandemia – dice Natacha Koutchoumov – è importante riprendere a recitare.   Tiago Rodriguers, ph. Filipe Ferreira. Siamo Nella misura dell’...

Romeo Castellucci nelle fotografie di Luca Del Pia / Come un fotografo di guerra

Un uomo alto e magro, infilato in una divisa color kaki, che dal chepì sembra quella dell’esercito francese, lievemente più grande della sua corporatura, è fermo, immobile, su un pavimento interamente ricoperto di foglie minuscole o forse dai petali di un’infiorata. Sul fondo di un bianco freddo si apre l’ombra vuota di una porta, il personaggio alza il mento, come se stesse guardando qualcosa o ascoltando qualcuno, ma senza intenzione, rilassato o rassegnato; l’impressione è che non dovrebbe trovarsi qui, ma ci si trova, come ognuno di noi quando sta sognando. E non è l’unica figura smarrita, incongrua, eccessiva che popola le immagini che compongono un libro pubblicato fuori collana dall’editore Cronopio che ha un’austera e straniante bellezza – formato verticale, semplice copertina color crema con il titolo in basso – simile alle fotografie che contiene: Attore, il nome non è esatto. Il teatro di Romeo Castellucci nelle fotografie di Luca Del Pia a cura di Velia Papa.    Un’immagine dello spettacolo P#06 Paris, della Tragedia Endogonidia. Poco oltre all’attonito e silenzioso generale che è e non è Charles De Gaulle, un uomo semi-nudo allarga le braccia e le gambe...

Il teatro e le rivoluzioni / Asja Lācis, l'agitatrice rossa

Ci sono personaggi che, seppur rivoluzionari, spariscono dalla memoria e tornano a vivere solo dopo il disseppellimento di loro documenti dagli archivi. A questa schiera appartiene Asja Lācis (1891-1979), attrice, regista teatrale, pedagogista e rivoluzionaria lettone, protagonista del volume Asja Lācis. L’agitatrice rossa. Teatro, femminismo arte e rivoluzione, curato da Andris Brinkmanis e pubblicato da Meltemi nel 2021. La riemersione di Asja Lācis dagli archivi berlinesi avviene nel 1968, quando è ancora in vita e, grazie al lavoro di Hildegard Brenner, vede la luce Professione: rivoluzionaria, il primo volume della regista, curato da Brenner e pubblicato a Monaco nel 1971. Cinque anni dopo appare in Italia l’opera tradotta, di cui il recente L’agitatrice rossa costituisce una versione ampliata, con testi inediti tradotti dal lettone.     Ci giunge, quindi, rinfrescato da nuovi documenti teorici, il ritratto di una donna che nel pieno spirito delle avanguardie ricercò sul campo, sperimentando e osservando, nuove forme artistiche ed espressive. I testi biografici offrono al lettore ritratti essenziali ma vividi di grandi personalità del tempo, primi fra tutti Walter...

Celestini e il teatro di parola / Museo Pasolini

L’attore del Teatro di Parola dovrà “semplicemente essere un uomo di cultura”, “fondare la sua abilità sulla capacità di comprendere veramente il testo” e divenire così un “veicolo vivente del testo”. È questo il profilo di attore tracciato da Pasolini nel suo Manifesto per un nuovo teatro uscito in pieno 1968 sulla rivista “Nuovi Argomenti”; ma potrebbe essere anche un’ottima descrizione per Ascanio Celestini, l’attore-autore che ha saputo ‘pasolinianamente’ attraversare con le sue parole piccolo e grande schermo, palco e pagina stampata, senza perdere una rigorosa e riconoscibile identità. Non stupisce, dunque, che Celestini abbia preso per le corna il toro del centesimo anniversario dalla nascita di Pasolini celebrandolo a modo suo: cioè irridendo le celebrazioni e dunque riscoprendone il senso. Museo Pasolini è infatti uno spettacolo-mausoleo dedicato alla memoria del Poeta: al centro della scena, davanti a una soglia che non si aprirà mai, un metafisico custode di un museo poco frequentato ci accompagna svogliatamente attraverso la vita e le opere di PPP, come stesse ripetendo per la centesima volta la medesima storia.    Si diverte, Celestini, a giocare con gli...

Un dialogo su Transverse Orientation / Dimitris Papaioannou: tra tecnica e magia

Un’esperienza teatrale impressionante sotto ogni aspetto. Sul finire del 2021 il coreografo greco Dimitris Papaioannou ha firmato una nuova creazione, Transverse Orientation, uno spettacolo allo stesso tempo complesso ed essenziale che corrisponde a un’ora e quarantacinque minuti di poetico magnetismo. Dopo Napoli, Reggio Emilia e Torino, questa produzione, che presenta una lunga lista di co-produttori e organizzazioni di supporto alla produzione italiani e stranieri, è stata presentata dal 28 al 30 gennaio al Teatro Argentina, palcoscenico storico del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, e come anteprima del Festival Equilibrio della Fondazione Musica per Roma, che nel 2022 rinasce rinnovato dalla direzione artistica di Emanuele Masi.     Nato da un percorso creativo che, come moltissimi altri, è stato interrotto dalle limitazioni dovute alla pandemia, Transverse Orientation presenta al pubblico una collezione continua di azioni che ipnotizzano lo sguardo. La nota maestria di Dimitris Papaioannou nel generare invenzioni sceniche raggiunge, in questa nuova proposta, una dimensione meno estroversa e forse per questo ancora più compiuta. La grandiosità dell’intreccio visivo...

Parole per il futuro / Teatro

Più che una parola per il futuro “teatro” sembra un ricordo vecchio, polveroso, inadatto a tempi veloci, smart, connessi. Nonostante qualcuno lo voglia digitalizzare, il teatro si basa ancora sullo scandalo della presenza dei corpi, di quell’organo che connette interno ed esterno che è la voce, profonda e estroflessa, e sulla evidenza e sui misteri della parola, che dovrebbe sintetizzare vita, concezioni, miti, apparizioni in un tempo estremamente breve. Si basa sulla concentrazione di un macrocosmo in un microcosmo, nella coagulazione di elementi che dovrebbero così rimettersi in movimento e far risplendere qualcosa d’altro dal già noto. E poi… e poi…   Non basta questa distanza (apparente?) dai problemi centrali dei nostri tempi a mettere in sospetto nei confronti del teatro. Oltre a essere marginalizzato nel sistema culturale, sempre più un sistema dell’informazione e dell’informazione intrattenimento piuttosto che un luogo da cui guardare (theaomai) per guardarsi dentro ed essere guardati, se non bastasse questo, il sistema del teatro fa di tutto per rendersi marginale. Sforna testi assurdamente polverosi, o che nei tentativi ‘nuovi’ semplificano la realtà fino all’...

Teatro Stabile di Catania / La restaurazione teatrale e l’allucinazione sacra

Arriva l’immarcescibile De Fusco   Si è congedato domenica dal teatro Verga di Catania per iniziare una tournée in tutta Italia Baccanti, l’ultimo spettacolo di Laura Sicignano, da Euripide. Ma doppio è stato il congedo. Al posto di Laura Sicignano, nominata direttrice dello Stabile etneo nel 2018 dopo aver vinto un bando, è stato chiamato in modo diretto un vecchio navigatore di palcoscenici e di anticamere ministeriali, Luca De Fusco, regista noiosissimo, distintosi per il suo passo tradizionale se non conservatore alla guida del Teatro Stabile del Veneto e del Teatro di Napoli, noto per meriti soprattutto se non esclusivamente di appartenenza politica (al centro-destra). Così lo stigmatizza un comunicato di “Amleta”, associazione che riunisce artiste e lavoratrici dello spettacolo: “Chi lavora nel teatro italiano conosce quali siano state le vicissitudini che hanno accompagnato negli anni gli incarichi del neo direttore del teatro di Catania, passato praticamente indenne attraverso proteste di dipendenti e di lavoratrici e lavoratori del palcoscenico per mancata regolarità nei pagamenti e altri disagi, così come è stato ampiamente raccontato nelle pagine di quotidiani...

Il Darwin inconsolabile di Calamaro / Una lenta Apocalisse

Riccardo Goretti entra in scena trafelato, spingendo sul palco vuoto un carrello del supermercato colmo di vivande e le prime parole che pronuncia sono dedicate alla voce pre-registrata che qualche secondo prima ha annunciato Darwin inconsolabile (un pezzo per anime in pena) di Lucia Calamaro e gli altri spettacoli in programma negli spazi del Teatro di Roma: sornione e perplesso rimarca l’errore di pronuncia della voce (che effettivamente ha detto Tumas e non Thomas Bernhard), aggiungendo che un tempo le voci nei supermercati non informavano i consumatori sugli spettacoli che si svolgono al Teatro Valle ma su quale scaffale si trovano i generi alimentari, e il pubblico della sala b del Teatro India ride deliziato per quell’indecidibile eccesso di presenza che lo rintrona come un colpo di gong: è tutto improvvisato, come negli spettacoli degli stand up comedians, o al contrario è tutto programmato, è tutto scritto (persino l’errore di registrazione) da una mano invisibile e onnipotente? E a cosa prelude quel gustoso qui pro quo tra spettacoli e merci, tra cultura e alimentazione? Ma non c’è il tempo di metabolizzarlo perché dalle quinte entrano una dopo l’altra tre donne con i...

1938-2022 / Herbert Achternbusch: scantinati, bar, buie paludi

Una lettera del 2011   Caro Herbert, è passato molto tempo dalla prima lettera che ti ho scritto, ma questa, che per il momento è anche l'ultima, è una lettera particolare: accompagna infatti l'uscita italiana del tuo libro L'ora della morte. Tutto sommato abbiamo aspettato solo dieci anni, prima che arrivasse il momento. La prima volta che ho sentito parlare di te avrò avuto a malapena sedici anni. Tu eri già piuttosto conosciuto allora, avevi girato qualche film, pubblicato dei libri, fra i quali anche L'ora della morte, ma per noi ragazzi di paese eri ancora una scoperta. Non eri molto ben visto, dalle nostre parti, avevi fama di chi sputa nel piatto in cui mangia, era difficile trovare tuoi libri, lì in Bassa Baviera, dove eri cresciuto e dove io cercavo allora di trovare la mia strada. Leggere il nome di un paese come Deggendorf, Hengersberg, o anche il tuo Breitenbach, in un romanzo, mi era sembrato un miracolo, un tocco di luce: c'era dunque la possibilità di scappare da quella provincia e dalla sua lingua, per poterla osservare da fuori! L'identità bavarese ti rimane appiccicata addosso a vita e il modo in cui noialtri parliamo e ci esprimiamo rimanda continuamente al...