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Teatro

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Scene virtuali / Un oceano di voci

Il silenzio dei teatri chiusi nella capitale rimbomba nell’etere riverberando una molteplicità di voci. Il Teatro di Roma da ieri, venerdì 3 aprile, dà il via a Radio India, stazione radiofonica gestita ogni giorno dalle 17 alle 20 dagli artisti di Oceano Indiano, il progetto di residenze creative ideato da Francesca Corona, consulente artistica del Teatro India, lo spazio dello Stabile deputato alla sperimentazione di linguaggi e di nuove relazioni col pubblico. Con la chiusura per l’emergenza sanitaria dopo alcune settimane di riflessioni e confronti la programmazione annullata si è trasformata in un’originale stazione radiofonica liv, che si può seguire su www.spreaker.it e in podcast su Spotify e sui canali online del teatro. Gli artisti Fabio Condemi, Daria Deflorian, Dom-, Industria Indipendente, MK, Muta Imago, con molti ospiti, daranno vita a programmi di silenzi, sparizioni, dischi reali o immaginari, viaggi nelle rovine, audiopaesaggi, kamere speculative, evasioni, incontri con persone straordinarie e ordinarie, radiodrammi, musiche per danzare sfrenatamente, dediche, bagni di suono. Il palinsesto, in aggiornamento continuo, si leggerà sul sito del Teatro di Roma. I sei...

Doni / Emma Dante: lessico dei giorni di crisi

Emma Dante è regista molto amata e apprezzata in Italia e all’estero. Nei suoi spettacoli, come Misericordia che ha debuttato in gennaio al Piccolo Teatro di Milano, è capace come pochi di scavare nella marginalità e nel dolore, nell’oppressione e nella voglia di alzare il capo:  – Proviamo, Emma, a raccontare questi giorni con un lessico, dall’A alla Z? – Proviamo.   Cenerentola, di Gioachino Rossini, Teatro dell’Opera di Roma (2016), ph. Yasuko Kageyama. A come #acasa A casa adesso per me significa il mondo. La mia casa diventa piena di vie, di piazze, di vicoli, di incroci; mi sposto nelle stanze con l’illusione di camminare, di continuare a girare all’aperto, nelle città. A casa significa nel mondo: è un modo per salvaguardare il mondo. Non è una prigione: è uno stare chiusi per il bene di tutti.   B come Brescia Mio fratello sta a Brescia. È preoccupazione. Ansia. Brescia è una città che sta nei miei pensieri, per quello che sta succedendo là, per mio fratello. Ha scelto di non tornare a casa, in Sicilia, perché abbiamo un padre anziano. È solo, non ha famiglia. Se gli succede qualcosa non c’è neppure chi gli va a fare la spesa.   C come corona Corona...

La fine del mondo / Del teatro e della vita il fiore

LUMACA IMÈGA      O gente che corre – umanità – sentite   andando piano e meditando   e molto ascoltando   che pensieri mi sono venuti in mente.   Mentre ero brucando di foglia in foglia   accanto a bellissimi fiori erti e orgogliosi   ho pensato:   Chi è un fiore?   Uno che sboccia, fiorisce e sfiorisce.   Per chi fiorisce?   Per sé – per essere fiore.   E Fiore lo spazzino   lui sì vero re del mondo   per chi canta?   Per sé canta – per la gioia di sé.   O gente che corre   inseguita dall’ansia:   cos’è il bene per un fiore?   Fiorire.   E per voi dinosauri?   E per noi del Pavano Antico   cos’è il bene?   Essere in fiore.   Far sì che il difficile    attraversamento della vita   sia un teatro in fiore –    il teatro della nostra vita   in fiore – anche accanto alla morte:   godendo del fiorire di noi e di tutti, perfino   dentro il lato oscuro che ci spaventa   e ci nutre.   CORO     Noi siamo il Fiore   e il Leviatano   e con l’amore   e andando piano   la sapiente...

Doni / Il presente

Sono pochi quelli bravi Che sanno subito reagire al presente Avendo cose da dire su questa pandemia pochi BASICAMENTE UNO PIU DI TUTTI Zerocalcare Solo lui         Per lui rispetto e gioia Quasi felicità nel marasma di sensazioni sconosciute che mi galleggiano addosso e dentro in questo momento La chiara abbondanza di acutezza stratificata causa un piacere specifico, che è stato poco indagato   Gli altri, ahimè anche i più buoni, per me se evitavano di avere subito qualcosa da dire e non dicevano Era così tanto meglio   Io sul presente, niente In generale L’ho sempre detestato il presente Figuriamoci poi questo qui che ci tocca Ma anche qualsiasi altro qui lo stare qui In un qualunque qui un qualunque ora, adesso, attimo, momento, istante Stare Qui e non altrove In questo indirizzo Queste coordinate cartesiane che sono questo e nient’altro Solo questo… Che poca cosa Il presente per me acquisisce dignità solo appena diventa passato su Dammi un passato da reinventare Un futuro da immaginare Ma il presente si subisce e basta Sempre  bello o brutto che sia Il presente ti passivizza Ti rende preda E da lì, dal luogo della non fantasia beh Oddio che...

#iorestoacasa / Con streaming e radio #ilteatrononsiferma?

Vivremo in streaming, discuteremo in videoconferenza? Oggi sembra sia necessario. Il teatro si sta attrezzando. Chiuse sale, laboratori, spazi di prove, residenze e cantieri creativi, sospese rappresentazioni, presentazioni, tournée, per qualche giorno c’è stato sbigottimento, perfino qualche segno di dissenso e ribellione: come facciamo senza la cultura, senza l’arte? Poi teatranti, artisti, compagnie, organizzatori hanno provato a organizzarsi, prima utilizzando almeno i contenitori, le sale, poi sempre di più da casa. #iorestoacasa. In fondo abbiamo tutti computer, videoteche, televisori. Ma come sostituire, almeno in forma palliativa, la relazione teatrale? Allora streaming: attori, poeti, teatranti ripescano dai magazzini riprese di spettacoli e li trasmettono, oppure regalano pillole quotidiane di letture, interpretazioni, invenzioni, davanti a una telecamera. In studio con pochissima gente, un tecnico e chi recita, oppure sempre di più da casa propria. Come nell’e-learning – cercando di conservare qualcosa dell’emozione del rapporto dal vivo. Elencare tutte le iniziative è lunghissimo. Ho provato a mettere un annuncio su Facebook, e moltissime sono state le risposte. Alcune...

Misure economiche di sostegno / Il virus, la socialità, i teatri

Stazione di Bologna, ore 8.25. È in arrivo sul primo binario il treno che porterà i pendolari a Modena, Reggio, Parma, Piacenza. La banchina a quest’ora di solito è fitta di gente. Oggi potrei contare i viaggiatori: una quindicina? (io stesso, che dichiaro e dichiarerò più avanti di non voler essere vittima della paura, viaggio con amuchina al seguito).  Giro in centro a Bologna, ieri: bar semivuoti. Cosa resta da fare in questi giorni di cinema chiusi, di teatri chiusi, di sale di concerto sbarrate, di scuole svuotate? Comprare libri, mi dico: recuperare tutto quello che non siamo riusciti a leggere, che avremmo voluto leggere, concentrarsi su un saggio impegnativo e illuminate, lasciarsi andare e qualche bel romanzo o anche a qualche lettura puramente rilassante. Darsi il tempo per pensare. Per vagabondare. La libreria sarà piena, penso. Sbagliato: chiedo un titolo, Spillover di David Quammen, un libro su come i virus che colpiscono gli animali si trasformino e attacchino l’uomo, ormai un classico, ristampato nell’economica Adelphi: e sono circondato da tre commessi. La libreria è vuota, il libro è praticamente esaurito, sono in attesa di ristampa. Gentilissimi, controllano...

Festival Vie / La verbosa apocalisse di Rambert e il virus

“Tutti nervosi!” dice con rassegnata ironia il dottor Dorn nel primo atto del Gabbiano di Cechov. E quest'aria di novecentesca nevrastenia investe fin dalle prime note – Marie-Sophie Ferdane le trae da un violino – la scena di Architecture di Pascal Rambert che, sei mesi dopo il suo debutto avignonese, è approdato con il suo poderoso vascello da crociera sul palco dell'Arena del Sole di Bologna per il festival Vie: è appena trattenuta nelle espressioni inquiete e nei corpi immobili che in una specie di quadrilatero militare, formato in uno spazio disseminato di tavoli, sedie e chaise-longues in stile Biedermeier, ascoltano con finta deferenza lo sfogo di un padre offeso dal silenzio di un figlio luciferino che lo ha insultato e ora lo osserva di sbieco – ha un aspetto da uccello malevolo Stanislas Nordey – lontano da lui, ma anche da sorelle, fratelli, cognati, e una matrigna troppo giovane; nessuno che osi contrastare il vecchio, numinoso Architetto, dal quale tutti in un modo o nell'altro dipendono. La smisurata ambizione teatrale di Rambert, autore e regista, tetanizza gli attori, imbroglia le carte dell'anacronismo e della profezia – le profezie d'altronde sono sempre rivolte...

Festival Vie / Deflorian/Tagliarini da Edouard Louis: vergognarsi di amare

Il suo primo romanzo, Farla finita con Eddy Bellegueule, è stato un vero caso letterario in Francia. In quelle pagine, scritte nel 2014 ad appena ventuno anni, Edouard Louis parla con chirurgica freddezza di sé, delle sue vicende più intime, di un’infanzia popolata da alcol, violenza e difficoltà economiche, del suo essere omosessuale in un mondo dominato da ottusità, ignoranza, frustrazione. Nel suo secondo romanzo intitolato Storia della violenza (come gli altri pubblicato in Italia da Bompiani), lo scrittore racconta invece un’aggressione sessuale subita la notte di Natale del 2012. La sua ultima opera, Chi ha ucciso mio padre, non riporta più in copertina la dicitura “romanzo”, perché si tratta piuttosto di una particolare forma di pamphlet, in cui la sua biografia s’intreccia a invettive, denunce, nomi e cognomi di politici reali che Louis ritiene responsabili diretti della rovina della vita di suo padre e di tutti gli appartenenti alla classe dei dominati e degli sfruttati; di quella parte di popolazione esposta, nelle parole di Ruth Gilmore citate in apertura del testo, “alla morte, alla persecuzione, all’omicidio”.    Chi ha ucciso mio padre appare più...

Tiago Rodrigues a Milano / La rivoluzione si impara a memoria

Ha quarantatré anni, ed è il direttore artistico del Teatro Nacional D. Maria II di Lisbona da quando ne ha trentasette: il portoghese Tiago Rodrigues è senza dubbio da aggiungere alla rosa dei nomi più interessanti della scena europea, accanto ai sempre citati Milo Rau e Rimini Protokoll. In Italia, negli scorsi anni, non lo hanno accolto le grandi stagioni cittadine o i teatri stabili; a ospitarlo sono stati piuttosto gli avamposti del nuovo, come Centrale Fies a Dro e Short Theatre a Roma. Un’occasione mancata, se è vero che gli spettacoli di Rodrigues riescono a tenere in perfetto bilanciamento le strutture del teatro classico e i linguaggi del contemporaneo, e a coinvolgere così pubblici differenti.   By Hearth. Finalmente, a presentare Rodrigues alla città di Milano ci ha pensato Triennale Teatro, dedicando all’autore e regista portoghese un focus di due spettacoli: By Heart, scritto e interpretato dallo stesso Rodrigues, e Sopro, messo in scena con la compagnia del Teatro Nacional. Averli a disposizione entrambi è una grande opportunità: di vedere buon teatro, innanzitutto; e poi di comprendere, attraverso la diversità delle due performance, il filo rosso che...

INDICATIVO PRESENTE 2 / 5. Canzoni beffarde per povera gente

A inizio anno la classe era il nostro West Bank: Azhar e Rashid capitanavano la rivolta contro i nuovi docenti di quest’anno. L’anno scorso sì che avevano un bravo insegnante! Faceva sempre fare lavoretti di gruppo e prendevano tutti bei voti. Quest’anno no. Siamo cattivi, li costringiamo a ragionare e capire quello che diciamo, vogliamo interazione, li staniamo dalle loro sghignazzate, maschi e femmine. Azhar e Rashid più volte hanno detto che non vedevano l’ora di avere 18 anni per potersi andare ad arruolare a Gaza e ammazzare tutti gli ebrei. Per un po’ ho usato la sala audiovisivi, ma quando ho visto che mentre scorrevano scene di strazio bellico e campi di concentramento loro parlavano d’altro e si tiravano di tutto mi sono indignato, e per un mese li ho martellati di lezioni frontali e interrogazioni rappresaglia per chi faceva lo stupido. Ho parcheggiato l’auto lontano dall’ingresso. Azhar mi è passato dietro le spalle e davanti alla classe mi ha fatto un doppio dito medio con molleggio rapper. Ho fatto finta di nulla. Quando Gabriel ha portato a scuola un sacchetto pieno di elastici, li ha distribuiti a tutti e poi mi ha centrato in faccia con due fiondate, ho detto basta...

Joël Pommerat a Nanterre / “Questo non è un ragazzo”: racconti e leggende

Parigi. Una cascata di oscenità, snocciolate a una velocità sorprendente, investe lo spettatore all'inizio di Contes et Légendes di Joël Pommerat, in scena al Théâtre des Amandiers di Nanterre, una delle più celebri sale di cintura parigine, e a spiazzarlo è che siano lanciate da un ragazzino alto poco più di un metro e quaranta all'indirizzo di una ragazza che fisicamente è già una donna e con una serietà quasi liturgica, che non ha nulla di caricaturale: è il calco di un gergo che nelle banlieue è una specie di lingua madre, dove la veemenza del ritmo si accorda perfettamente alla rabbiosa violenza dei contenuti; spalleggiato da un coetaneo di origini africane, nella tipica veste del gregario esitante, il baby teppista assalta la sua preda – che lo fronteggia con inedita fermezza e poche ironiche parole che scatenano il riso nel pubblico – perché vorrebbe toccarle i seni. E già qui, nel crudo realismo di un dialogo che sembra estratto di peso da una scena di strada e affidato a una gesticolazione da rap suburbano, si insinua una parola incongrua che, senza spostarla dal suo territorio linguistico, fa levitare la situazione in quella sospensione fantastica, al limite della...

Scene napoletane / Taiuti/Musella, per un teatro dell’abbandono

Gennaio 2020. Nella Sala Assoli di Napoli ha da poco debuttato Play Duett 2, nuova creatura firmata Taiuti/Musella con i musicisti Vidino e Canciello, una sorta di veglia allucinata in forma di concerto in cui i talentuosi autori-attori napoletani – diversi per età e formazione ma accomunati da un simbiotico comune sentire – fanno incontrare tradizione e avanguardia, lirica e suono, canone e sperimentazione totale. Questo secondo lavoro si presenta in una forma più articolata e “rock” del precedente Play Duett 1 e richiama molto le atmosfere sfocate e underground delle cantine, con una quantità notevole di altissima poesia e libertà da ogni tipo di convenzione. Li incontro prima di una delle ultime repliche, terminate le quali il piccolo gruppo partirà alla volta di Pontedera. Mentre i due musici settano suoni e rumori, con Taiuti e Musella ci sediamo nei camerini per una chiacchierata a tre voci con sottofondo noise che ci accompagna fino alla fine.    Tonino Taiuti e Lino Musella. Prima domanda, andiamo un po’ indietro. Come vi siete conosciuti e da dove nasce questa collaborazione? Magari parla prima Tonino e poi Lino.    Musella – Cerchiamo sempre di...

Pietas / Vita e teatro, arte e terapia

Non ci sono officine che riparano il cuore dolorante degli umani, non ci sono luoghi dove ripararsi quando l’individuo si ritrova braccato dalla Grande Storia. L’incontro con la distruttività – l’appartenere a una specie implicata in storie di male nell’espressione di Paul Ricoeur – non lascia scampo, ma il “mondo in frantumi” dell’esistenza può essere trasfigurato. Trasformato in immagine e parola, nell’armonia del canto. È quello che riesce a Charlotte Salomon con la sua opera omnia Vita? O teatro? (Castelvecchi, 2019). L’arte non ha salvato la sua vita, ma ha permesso la sua resurrezione. E noi oggi siamo di fronte a questo Grande Libro, un oggetto che si avverte sacro e un po’ si teme di toccare, un oggetto pesante da tenere in mano, che ha in copertina un autoritratto dell’autrice che ci osserva con sguardo sapiente, figura femminile dalla potenza archetipica. 796 fogli, difficili da classificare, da leggere e da guardare, una partitura di testi e disegni, associata a un’aria musicale. “Qualcosa di speciale, totalmente folle”, un Singspiel lo chiama lei: “La creazione delle pagine seguenti dev’esser immaginata così: un uomo siede davanti al mare. Dipinge. D’improvviso, una...

Il pessimismo comico di Ermanno Cavazzoni / Storie vere e verissime

Perché i marziani, quando sbarcano sulla terra, hanno sempre tanta fretta di ripartire? Siamo soli nell’universo? Cosa succede alle nostre cose quando iniziamo il viaggio per l’aldilà? Esistono i miracoli? A questi e a molti altri interrogativi cruciali per le nostre vite risponde Ermanno Cavazzoni nelle sue Storie vere e verissime, raccolta di trentacinque novelle comiche uscite di recente per “La nave di Teseo”, con una deroga ai consueti sistemi di ordinamento a cui Cavazzoni ci ha abituato nei suoi precedenti libri, dove segue la traccia di un tema-guida, di un genere o di una specie (Il poema dei lunatici, Vite brevi di idioti, Storia naturale dei giganti, Gli scrittori inutili, Guida agli animali fantastici, Gli eremiti del deserto, La galassia dei dementi) di cui redigere un bestiario o tracciare una genealogia. Le Storie vere e verissime non rispondono a un vincolo stretto nel criterio di catalogazione delle figure e delle vicende, accomunate piuttosto dall’aria di famiglia che si respira nelle pagine di questo scrittore innamorato di tutte le infinite forme di manifestazione della bêtise, che scova e insegue con il fiuto di un segugio e poi cataloga con la passione e lo...

Il teatro / Ágota Kristóf: identità in bilico

Sono uscite due raccolte di testi teatrali di Ágota Kristóf negli scorsi mesi, John e Joe Un ratto che passa, per Einaudi, Il Mostro e altre storie, per Edizioni Casagrande. Sono testi che giungono ai lettori italiani a nove anni dalla morte dell’autrice diventata nota in tutto il mondo con il grande romanzo Trilogia della città di K. La produzione teatrale di Kristóf è nota da decenni ai lettori svizzeri e francesi in quanto sono stati tra i primi testi da lei scritti in lingua francese, per poi affrontare il romanzo, racconti e in contemporanea poesie.  Queste due raccolte appena pubblicate, insieme a La chiave dell’ascensore e L’ora grigia uscite venti anni fa, vanno a comporre un quadro interessante sia nella storia della scrittura della loro autrice sia nella genealogia di luoghi e personaggi.   Kristóf giunge in Svizzera come rifugiata politica nel 1954 dall’Ungheria, dirà sempre che pensava che la Svizzera e la cittadina di Neuchâtel sarebbero state una fase di passaggio, invece vi trascorre tutta la vita fino alla morte. Lei, che nella sua vita precedente alla fuga scriveva poesia e teatro e amava la sua lingua, si è trovata a non avere più una lingua, a non...

La macchia d’inchiostro / Roberto Roversi o la scena dell’utopia

La rappresentazione a Bologna di La macchia d’inchiostro di Roberto Roversi a Teatri di Vita da parte della Compagnia Fregoli ci permette di riaprire il discorso sulla produzione drammatica di questo appartato incisivo poeta, che il 28 gennaio scorso avrebbe compiuto 97 anni (1923-2012). Roversi scrisse, negli anni delle rivolte, tra il 1965 e il 1976, quattro testi per il teatro, paralleli più o meno alle sue Descrizioni in atto, poemi ciclostilati per rifiuto del sistema editoriale. I primi due testi per la scena, Unterdenlinden (1965) e Il crack (1968), furono commissionati dal Piccolo Teatro di Milano e rappresentati, rispettivamente con la regia di Raffaele Maiello nel 1967 e di Aldo Trionfo nel 1969, con esiti contrastati e riserve o vere e proprie stroncature da parte della critica. Il terzo, La macchina da guerra più formidabile (1970), fu allestito nel 1972 in una piccola sala di Bologna, il Teatro della Pantomima, con la regia di Arnaldo Picchi, che poi tra 2002 e 2004 curerà con accuratezza e ampiezza di note la pubblicazione dei testi per l’editore Pendragon di Bologna, Antonio Bagnoli, il nipote del poeta. Picchi, docente del Dams, amico e fedelissimo di Roversi, curò...

Angélica Liddell a Parigi / Al padre e alla madre morti, nella carne della figlia

La capitale francese è avvolta da un’atmosfera sospesa a causa del perdurare degli scioperi contro la riforma previdenziale proposta dal governo di Emmanuel Macron. Il discorso politico si mostra in tutta la sua necessità di essere pubblico, condiviso e agito. Le manifestazioni nelle strade di Parigi sembrano ancora evocare l’eco distantissima della Rivoluzione. Questo è un momento in cui tout le monde, in un certo senso, è in strada. In questi stessi giorni il Théâtre National de La Colline ha presentato due spettacoli della drammaturga, regista e attrice spagnola Angélica Liddell, Una costilla sobre la mesa: Padre e Una costilla sobre la mesa: Madre. Queste produzioni, date in alternanza, fanno da contraltare all’atmosfera politicizzata di Parigi presentando un discorso estremamente introspettivo e intimo. Non si tratta di requiem ai genitori scomparsi, ma di affondi di natura puramente teatrale che scavano nelle radici del processo di individuazione umana, nei modi in cui questo si scioglie, o si cristallizza, quando il corpo del genitore non è altro che una dolorosissima materia fredda davanti agli occhi dei figli, e allo stesso tempo il segno di una maggiore prossimità del...

Carmelo Rifici al Lac di Lugano / L’inconscio di Macbeth

A volte, di fronte a un lavoro teatrale, si ha la netta impressione che, al di là dell’operazione, spesso meritoria e interessante, manchi un’architettura solida, che sappia far dialogare le parti e perimetri – in qualche modo – la ricerca, sottoponendo la stessa a tagli, sacrifici anche dolorosi ma necessari. Quando uno spettacolo riesce a far dialogare le due istanze, quella feconda ma pericolosamente proteiforme dell’intuizione e quella contenitiva della forma, esso gode di un’incidenza, una forza diversa: si imprime. Questo capita con il nuovo lavoro di Carmelo Rifici, Macbeth, le cose nascoste, presentato la settimana scorsa in prima assoluta al LAC di Lugano e frutto di un lungo lavoro di meditazione e decodificazione durato ben due anni. Scopo di Rifici era capire quanto di quel testo risuonasse ancora nell’uomo contemporaneo, che, come Shakespeare, si trova a vivere una svolta storica fondamentale. Lo scrittore inglese viveva infatti a cavallo di un’epoca che stava definitivamente voltando le spalle al mondo primitivo, quello popolato da fantasmi, streghe, quello in cui l’inconscio era ancora legato alla natura e non si percepivano divisioni nette fra il mondo interiore e...

Teatro carcere / Paolo Billi: le orme dei figli

Lirico spettacolo d’immagini e voci, perse in una foresta di foglie, in nubi riflesse nell’acqua con rami di alberi, in sentieri di fango segnati da orme per seguire strade, per perderle, per inventarle. Questo ultimo lavoro di Paolo Billi e del Teatro del Pratello rinuncia alla trama e si affida totalmente alle suggestioni, agli archetipi, alle visioni, a voci giovanissime di corpi che appena si distinguono o ad altre più anziane che prendono la luce di una scena arsa, rocciosa.  Lo spazio di Le orme dei figli è chiuso da un telo lattiginoso, che impedisce la visione di ciò che avviene nel palco, a meno che questo non sia illuminato da dentro. Ma anche quando ciò avviene, le proiezioni video nascondono, travisano e in certi momenti rivelano i corpi degli attori. Sono giovanissimi ragazzi in carico ai servizi della Giustizia minorile esterni al carcere, quasi tutti affidati a comunità di recupero. Ma con loro ci sono anche le ragazze, anche loro giovani, della compagnia Botteghe Molière, come negli ultimi spettacoli visti a Bologna, all’Arena del Sole, quasi sempre all’inizio dell’anno, firmati dal regista che dal 1999 lavora con l’adolescenza, quella ristretta nel carcere...

Addii: Carlo Quartucci / Ecco Carlo sulla soglia del teatro

Eccolo.  Siamo al Teatro Manzoni, a Milano, febbraio 1965. Alla fine di Troilo e Cressida, regia di Luigi Squarzina, appare in scena Carlo Quartucci e dice mulinando le braccia lunghe: Sono Margarelone, il figliolo bastardo di Priamo!  Quanto mi hanno parlato di lui Lisetta Carmi fotografa e Giannino Galloni studioso di teatro. Di Carlo e del suo Aspettando Godot con Leo de Berardinis, Rino Sudano, Anna D’Offizi, Maria Grazia Grassini. So che lui mi vuole incontrare, ha visto la mostra Genova-Porto, ha ascoltato La fabbrica illuminata e letto Padrone & Servo. E anch’io lo voglio conoscere, sento che c’è in lui vento e avventura. Alla fine del Troilo sono in quinta – ci abbracciamo. È mezzanotte, usciamo per Milano, Cammina cammina si va per le vie più dentro le visioni che nella realtà – viene l’alba, viene l’aurora, vengono le otto, vengono le nove. Adesso, diciamo, è l’ora di andare a dormire.  Ma io appena a casa comincio a scrivere un testo e fin che non lo finisco sto sveglio.  Lo chiamo All’improvviso. È il frutto dei dialoghi con Carlo – di quel sentirci un solo discorso in due corpi, in due voci.   Carlo mi ha svegliato il teatro degli attori...

Bilanci 2019 / Lo spettacolo dell’anno

Per la quarta volta abbiamo chiesto a critici e artisti di raccontarci il loro spettacolo dell’anno, ovvero cosa di importante è successo nello spettacolo, nel teatro, secondo loro nel 2019. Questa volta abbiamo ridotto il numero degli interpellati (delle interpellate). Negli anni precedenti erano una decina, ora sono solo due. Un’artista di cui molto si parla, Daria Deflorian, emersa con la potenza dei lavori creati insieme ad Antonio Tagliarini e ad altri compagni dopo anni di classica “gavetta”; una critica e studiosa giovane, Rossella Menna, autrice di un bel recente libro conversazione con Armando Punzo, sufficientemente pronta a prendere a colpi d’ascia (direbbe san Thomas Bernhard) le troppe comodità e le asfittiche apparenze. Due soli sguardi, ci sembra affilati, impegnati a rompere i recinti. A voi il giudizio, con gli auguri della redazione teatro di “doppiozero”. (Ma. Ma.)   Frammenti 2019 (Daria Deflorian) Gli spettacoli, i cambi di direzione artistica, i grandi temi, le polemiche, i premi, le stagioni. Le novità, le conferme, le delusioni. Non ne parlerò, posso raccontare solo alcuni frammenti di questo 2019 teatrale, chiarendo al lettore che ho visto poco avendo...

Piccolo di Milano / Latini, Mangiafoco, il ghiaccio, il teatro

La scena è bianca. La luce opaca. Da una masnada di attori con mascheroni di Mickey Mouse attraverso un sipario a strisce viene introdotto uno scivolo, che lancerà nell’ampia arena gli attori-personaggi, maschere di sé stessi e del loro amore per il teatro.  C’è il ghiaccio e c’è il fuoco, la confessione, il silenzio, la citazione, l’urlo, la rabbia mitragliata a un microfono ad asta. C’è la passione e il pericolo nell’ultimo spettacolo di Roberto Latini, andato in scena al Piccolo Teatro Studio di Milano fino a poco prima di Natale, una coproduzione Piccolo Teatro, Compagnia Lombardi-Tiezzi, Fondazione Matera 2019, Associazione Basilicata 1799 / Città delle 100 scale Festival in collaborazione con Consorzio Teatri Uniti di Basilicata.    Mangiafoco – come lo chiamava, alla toscana, Collodi, nel suo Pinocchio a puntate, poi riunito in un unico romanzo nel 1883 – è uno spettacolo sul rischio di recitare, di vendersi l’abbecedario per il teatro, sulla possibilità di finire in brace per arrostire un bel montone e saziare una pancia già debordante o sulla liberazione che alla fine di un lungo processo di trasformazione e riconoscimento può arrivare, se si sanno...

21 dicembre 1989 / Un ricordo di Elvio Fachinelli

Se a Bologna alla fine degli anni ’70 fioriva un antagonismo curioso, colto, intraprendente, mentre in altre parti d’Italia le ultime pagine di un confronto armato tra fascisti e comunisti ha finito con l’etichettare tutta l’epoca come anni di piombo, a fare attenzione e quindi amplificare quel che avveniva tra gli studenti di Eco, Celati, Ginzburg, Scabia e tanti altri ottimi maestri, erano editori come Elvio Fachinelli.  Se si leggono i libri di Elvio è chiaro perché: sfuggire alla nevrosi è il compito fondamentale che ogni umano si dà, e la fuga è anche verso la rivoluzione. Resistenza, il conflitto che dalla psicanalisi alla lotta ai fascismi segna come un arcobaleno la promessa del futuro, le linee di fuga deleuziane e la fatica e la gioia di ogni pagina scritta o vissuta. I referendum su divorzio e aborto, il femminismo e l’antipsichiatria, dovevono pur dare opportunità, vita, bellezza, come il suo uma tentativa de amor sulla rivoluzione portoghese. Se invece ci si reinfila, come accadde allora con la reazione ai giovani del PCI e le strategie folli delle BR in un’ottica classista e in fondo religiosamente legata ai propri dogmi, è inevitabile che la società...

Il Čechov di Licia Lanera / Il gabbiano: guarda d’estate come nevica

Nella campagna ghiacciata, con una scansione musicale ripetitiva, inizia il viaggio nell’inverno di Schubert, Winterreise. I primi versi ricordano il maggio benevolo, i fiori, l’amore, e ora tutto è finito, gelato, pietrificato, mentre la musica culla con l’incalzare senza scampo di un marciare che sembra un’immobile ninna nanna. Il Gabbiano secondo Licia Lanera, al contrario, fotografa un’estate estenuante, calda come il bacio perduto della canzone di Bruno Martino, estate sfibrante passata su lettini in vite senza movimento, che all’improvviso viene sepolta da una fitta nevicata. Cade la neve, dilaga sulla compagnia di borghesi riuniti in campagna a discutere di tutto e soprattutto di niente, a riempire i vuoti di una vita estenuata, vestiti di scuro “per il lutto che porto per la mia vita”. Il Gabbiano è quello di Čechov, una tessitura di frasi asfittiche scritta nel 1895 da un uomo malato nei polmoni, che doveva passare gli ultimi tempi della propria vita in Crimea, per curarsi lontano dalla capitale fredda e umida, sentendosi abbandonato nella provincia come in una prigione. E proprio con la lettura a sipario chiuso di una lettera dall’‘esilio’ dello scrittore russo alla...