Ray Monk, Wittgenstein. Il dovere del genio

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.

 

 

“Dio è arrivato. L’ho incontrato sul treno delle 5.15”.  Così scrive John Maynard Keynes alla moglie Lydia Lopokova il 18 gennaio 1929. Dio è Ludwig Wittgenstein che torna dopo quindici anni di assenza a Cambridge dai suoi vecchi amici e sostenitori. Keynes, il maggior economista del XX secolo, se lo porta a casa e apprende che Dio vuole stabilirsi nella città universitaria per continuare a scrivere. Si ritira nello studio e confida a Lydia: “Penso che la fatica sarà terribile. Ma non debbo in alcun modo consentire che mi parli per più di due o tre ore al giorno”. La stessa cosa scriverà un altro genio di Cambridge, Piero Sraffa, in una lettera a Dio: non ce la faccio più a discutere con te, smettiamo di vederci. Con il ritorno di Wittgenstein nella città universitaria – c’era stato dal 1911 fino all’arruolamento nella Prima guerra mondiale nell’esercito austriaco – siamo a pagina 255 di una biografia del filosofo, uno degli uomini più affascinanti, geniali e sconcertanti del Novecento, opera di Ray Monk, Wittgenstein. Il dovere del genio, pubblicata da Bompiani nel 1991, ristampata in edizione economica e poi scomparsa. Si tratta della più completa biografia del filosofo, perché l’altra grande biografia, opera di Brian McGuinness, Wittgenstein. Il giovane Ludwig 1989-1921, apparsa dal Saggiatore nel 1991, curatore dell’epistolario del filosofo, si ferma a quell’anno, ed è pure lei scomparsa dalle librerie da decenni. Perché dovremmo leggere il libro di Monk dedicato a questo difficile autore delle cui opere molti hanno sentito parlare (Tractatus logico-philosophicus e Ricerche filosofiche) ma pochissimi davvero letto? Primo perché è il maggior filosofo del XX secolo. Secondo perché la sua vita è un esempio straordinario di cosa sia l’esistenza di un pensatore nell’età in cui il pensiero filosofico ha affrontato problemi in apparenza insolubili.

 

 

Terzo perché si capisce cosa è un genio seguendo passo a passo esperienze umane e d’amicizia che non hanno alcuna eccezionalità, eppure sono assolutamente straordinarie. Tutto in Wittgenstein è fuori dal normale, come avevano capito Frege, Russell, G. E. Moore, Keynes, i professori di Cambridge e la pletora dei discepoli e amici di un’intera vita. La parte più affascinante, come vedrà chi riuscirà a reperire in biblioteca questo volume, o a farselo prestare da amici, è l’ultima, poco prima della morte. Certo gli anni in cui Wittgenstein, rampollo di una delle più ricche famiglie d’Europa, dopo aver studiato ingegneria aeronautica, si fionda a Cambridge per parlare con Russell, di cui ha letto i Principia, o quelli in cui partecipa alla guerra e, dopo aver riparato macchine, chiede di andare in prima linea e finisce prigioniero degli italiani a Cassino, oppure gli anni in cui diventa il geniale professor Wittgenstein, che fa lezione a pochi allievi a casa di uno di loro, sono raccontati tutti in modo affabulante da Monk, giovane laureato a Oxford con una tesi sulla matematica del suo personaggio.

 

Ma sono proprio gli ultimi due anni della sua vita a dare il segno di una totale libertà di pensiero e a farne un “cittadino del mondo”, anni in cui Wittgenstein non ha più casa, perso il gusto per la solitudine e l’indipendenza, che l’avevano portato a costruire una casa in un fiordo norvegese, e in cui vive ospite dei suoi giovani allievi tra gli Stati Uniti, Cambridge e Oxford, per poi morire a casa del suo medico curante. In quel periodo, scrive Monk, Wittgenstein ripaga i suoi ospiti con la moneta più preziosa che possiede: il talento filosofico. Fino a quel punto era stato imbarazzante, pesante e insopportabile per coloro che erano stati i suoi interlocutori abituali o occasionali. Li estenuava con discussioni interminabili su tutto. Era bizzarro, litigioso, imprevedibile. S’innamorava degli allievi giovani e cercava amicizie che lo potessero sostenere nel dialogo filosofico con se stesso. Ci sono pagine sul rapporto con Moore, a sua volta un grande filosofo, o con Frank Ramsey, giovanissimo traduttore in inglese del Tractatus, morto molto presto, che lo mostrano. E poi Drury, talentuoso aspirante filosofo, che Dio convince a diventare medico; si laurea e fa lo psichiatra, uno dei pochi con cui l’amicizia è durata nel tempo e che lo ha capito, come si comprende dalle pagine che ha scritto su di lui. Tutto ruota intorno al rapporto tra etica e pensiero. Il passaggio dal Tractatus – opera mitica che per leggerla basta nulla, ma per capirla serve un seminario e vari libri di commento – alle ultime opere, tutte scritte in modo frammentario, pensoso e instabile, in cui i temi principali sono “la certezza”, i “giochi linguistici”, “il colore”, è raccontato da Monk in maniera straordinaria, passando dalla vita al pensiero, e viceversa. Misticismo e teoria logica sono solo in apparenza inconciliabili: in Wittgenstein si uniscono e si fondono.

 

Omosessuale, ama una donna, Marguerite, e le propone di sposarsi. Geloso nelle sue amicizie, lascia la filosofia per fare il maestro di scuola nelle montagne dell’Austria e fallisce la missione pedagogica. Sempre sull’orlo del suicidio, alterna filosofia pensata minuto per minuto alla lettura di riviste poliziesche. Ama andare al cinema e odia l’ambiente accademico di Cambridge. Nessun filosofo del XX secolo, salvo forse Walter Benjamin, è stato come lui. Tuttavia Benjamin era prima di tutto uno scrittore, Wittgenstein un pensatore puro (e insieme impuro). Il racconto di come il suo pensiero si sia formato tra viaggi avanti e indietro per l’Europa, incontri e liti (clamorosa quella con Alain Turing, terribile quella con Karl Popper) è ipnotico. Wittgenstein è stato il pensatore più antiaccademico che sia esistito. Ricchissimo, rinuncia all’eredità e vive di borse di studio senza avere nessuna cattedra prima dell’ultima parte della vita. Voleva solo pensare. Non scrivere libri o articoli su riviste, pensare, perché la sua ambizione era di essere perfetto sotto tutti i punti di vista. Segno d’un egocentrismo che farà poi scuola. Uno così c’è solo in una fiaba, ed è una donna: Mary Poppins. Wittgenstein era solo Dio, come lo chiamava con ironia Keynes.    

 

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Questo articolo è apparso sul quotidiano "La Repubblica" che ringraziamo.

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